Più di un saggio all’anfiteatro:
liceali in scena con Ornithes

URBISAGLIA - Applausi per i ragazzi del liceo Leopardi di Macerata in scena al termine del laboratorio scolastico guidato dal regista Francesco Facciolli

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di Fabrizio Cortella

Si suole chiamarli “saggio di fine anno” oppure “laboratorio scolastico”, ma quello a cui abbiamo assistito sabato sera, nella fantastica cornice dell’Anfiteatro Romano di Urbisaglia, è stato un vero e proprio spettacolo, anzi un autentico “volo teatrale in atto unico”, come recita la locandina. E mai definizione fu più felice poiché gli studenti del Liceo classico e linguistico “G. Leopardi” di Macerata hanno ridato vita a “Gli uccelli” di Aristofane. Lo spettacolo è il termine di un anno intenso di laboratorio, non solo attoriale, all’interno del progetto “Teatro A Scuola” fortemente voluto da Fabio Macedoni, insegnante di liceo col pallino della recitazione. Una fucina di idee e di passioni, di tentativi e di sperimentazioni in cui i ragazzi si sono gettati anima e corpo, sacrificando tempo ed energie al proprio tempo libero, visto che vi si sono impegnati quotidianamente perfino dopo il termine dell’anno scolastico.

gli-uccelli-6-267x400«Lavorare con i ragazzi è meraviglioso perché, con loro, basta gettare un piccolo sasso nello stagno che si scatena subito la tempesta», così ha riassunto l’avventura il regista Francesco Facciolli, sottolineando proprio gli aspetti creativi sviluppati nella messinscena di un testo sacro della commedia antica greca. Fin dall’accendersi delle luci sul palcoscenico, dalla scenografia così essenziale da apparire quasi “nudo”, è parso evidente l’intento sperimentale della drammaturgia: il primo quadro, inaspettatamente, è la rappresentazione del mito di Terèo, re di Tracia mutato in Upupa, messo in poesia da Ovidio nel VI libro delle Metamorfosi. E’, a tutti gli effetti, l’antefatto della commedia aristofanesca, ma ha il taglio della tragedia perché narra dell’orribile assassinio del giovane Iti da parte della madre Procne per vendicarsi del tradimento del marito Tereo con la sorella di lei, Filomela. Lo spettatore, attendendosi i brillanti dialoghi de “Gli uccelli”, rimane disorientato da ciò che vede: luci rosso cupo sulla scena, quattro severi coreuti che raccontano il terribile misfatto alternando gli esametri ovidiani in latino (declamati rigorosamente in metrica) alla versione in italiano e gli attori che sinteticamente, ma con grande efficacia, ne mimano l’orrenda dinamica. Per un attimo, lo confesso, ho temuto di avere sbagliato rappresentazione! Ma col secondo quadro, ecco il cambio radicale di genere: l’atmosfera leggera della commedia irrompe sul palco con l’entrata dei due amici Evèlpide (abilmente caratterizzato da Elia Storani) e Pistètero (un convincente Cesare Balestrini), Ateniesi in fuga dal loro Paese alla ricerca di un’utopia in cui vivere tranquilli; vestiti completamente di nero, con una cravatta sgargiante e la bombetta in testa (di nuovo, un “segno” da esperienza laboratoriale) decidono di andarsene tra Terra e Cielo per vivere come gli uccelli, “più antichi persino degli dei, come ci ha insegnato Esòpo”.

gli-uccelli-4-325x217L’incontro con Terèo-Upupa e gli altri uccelli (tutti componenti del Coro) è scandito dalle musiche sperimentali di Laurie Anderson, artista d’avanguardia newyorchese, performer sempre in bilico tra musica e teatro, a sua volta “narratrice di storie”. Su quei suoni di ricerca, miscelati con l’elettronica, si sviluppano i movimenti coreografici degli uccelli, ideati da Michela Paoloni, ballerina di danza contemporanea dalla grande sensibilità. Le quattordici coreute vestono dei costumi in stile “pollockiano”, da loro stesse realizzate sotto la supervisione di Scilla Sticchi, grande esempio di fantasia e di creatività, e indossano dei meravigliosi copricapo di cartone e di cartapesta, che rappresentano vividamente ogni singolo uccello (individuati da Aristofane medesimo), frutto dell’ingegno del maestro d’arte Pino Facciolli. Così trasformate, le ammiriamo simulare il volo, riunirsi per aggredire a colpo di becco i due bislacchi amici (Hitchcock avrebbe apprezzato) e danzare leggiadre in minaccioso stormo per difendere la propria libertà da quegli strani umani. In queste parti d’assieme, il lavoro di squadra è evidente, l’enorme energia degli attori si propaga dal palco alla platea e l’affiatamento raggiunto dai ragazzi è palpabile.

gli-uccelli-3-300x400Nei quadri successivi, l’azione si riduce a scene con pochi attori per volta: nella neonata città di Nubicucùlia giungono una serie di questuanti umani che cercano, a vario titolo, di spillare quattrini al nuovo re Pistètero (nella seconda parte interpretato da uno strepitoso Francesco Santarelli). Si tratta di vere e proprie gags, rielaborate e modernizzate dal regista senza l’affanno di volere a tutti i costi parlare dell’attualità, a cui è affidato il compito di fare sorridere il pubblico. I ragazzi fanno del loro meglio e, grazie ai giusti tempi comici nonché ad una notevole presenza sulla scena, la missione è brillantemente compiuta: ad esempio, il perfetto meccanismo del dialogo tra il re e la poetessa (l’istrionica Eva Scuppa) che tenta di blandirlo con i suoi mielosi versi d’accatto. Il caloroso applauso finale bissa quello di due giorni prima quando, al teatro romano di Helvia Recina, lo spettacolo aveva esordito. I ventitre giovani attori si sono presentati sulla ribalta visibilmente provati, ma giustamente orgogliosi del risultato ottenuto: un ensemble affiatato, colmo di entusiasmo e di energia, capace di alternare un registro più serio (i quadri con il coro in azione) ad uno più leggero, quasi farsesco; attori giovani, ma già sicuri nella gestione della propria corporeità, abili nel padroneggiare la voce come nel gestire lo spazio scenico. Fresche speranze a cui non si può che augurare un brillante futuro.

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