Carancini-Pd, una questione contabile
da lasciarci le penne

IL COMMENTO - Le feroci polemiche sul caso delle quote rappresentano una vicenda politicamente drammatica. La soluzione era a portata di mano: passare la patata bollente del nodo delle assicurazioni da detrarre a Roma e provare a ricucire lo strappo internamente. Così le due parti si sono definitivamente allontanate e con il governo Ceriscioli ai minimi storici, a rischio sono sia molti pretendenti all’ambita carica di consigliere regionale che il Comune di Macerata
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Angelo Sciapichetti e Stefano Di Pietro, i dirigenti del Pd contestati dal sindaco Carancini, questa mattina in piazza della Libertà (foto Falcioni)

 

di Fabrizio Cambriani

L’incipit del documento è lapidario: “La questione emersa tra Romano Carancini e il Pd è una questione squisitamente contabile”. La direzione del Partito Democratico maceratese, riunita in gran spolvero, ha così laconicamente deliberato: la frattura tra il sindaco Carancini e il suo stesso partito è causata solo ed esclusivamente da ragioni legate ai piccioli.

IMG-20170422-WA0006Un documento superficiale e imbarazzante che non è stato capace di cogliere – o non ha voluto scientemente cogliere – il vero senso di tutta questa penosa vicenda. Ma che avrebbe avuto la pretesa di scrivere, una volta per tutte, la parola fine alla querelle. Invece è stato come un improvviso getto di benzina su di una debole fiammella. Ha rialimentato, come era facilmente prevedibile, la più becera e stucchevole delle polemiche. Ma temo abbia definitivamente allontanato le due parti in causa: il sindaco di Macerata e il suo partito, il Pd. Una frattura pubblica che da qualche giorno sta monopolizzando quasi tutte le prime pagine dei giornali locali. Una vicenda in sé politicamente drammatica, ma che assume i toni da commedia propri del teatro di rivista degli anni Quaranta.

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Romano Carancini e Angelo Sciapichetti, un brindisi di altri tempi

I fatti asettici e neutrali sono questi: nell’imminente vigilia della campagna elettorale per le amministrative ed europee, il sindaco di un capoluogo di provincia e il suo partito, da qualche giorno a questa parte e per qualche spicciolo, si denigrano reciprocamente su tutti gli organi di stampa. Ciò per la gioia di tutto il centrodestra che, oltre a esprimere parole di derisione e di condanna, si vede così pagata a gratis la prossima campagna elettorale. Quello che più preoccupa, a meno che qualcuno, provvidenzialmente, non li fermi prima, è che man mano che si va avanti, la situazione possa seriamente degenerare. Stante il crescendo della polemica, le condizioni ci sono tutte. Come nella Locomotiva di Guccini “niente ormai può trattenere l’immensa forza distruttrice” che si sta sprigionando da questa contrapposizione che dura ormai da quasi dieci anni. Anche perché ciascuna parte rivendica il diritto dell’ultima parola. A questo punto non basta predicare e appellarsi al buon senso, talvolta bisognerebbe pure praticarlo. Così, visto che Carancini è uno e contro di tutti (circostanza questa che dovrebbe indurre lo stesso sindaco seriamente a riflettere su sé stesso, a meno che non sia persuaso che essi siano tutti degli incalliti complottisti e orditori di trame oscure), starebbe ai suoi molti avversari interni darsi una regolata. E il documento elaborato, approvato e dato alla stampa dal direttivo comunale del Pd non va certo in quella direzione. È ovvio che se si scrive in maniera icastica che si tratta di una questione meramente contabile, Carancini è legittimato a sentirsi offeso perché si sente dare del venale. Così come trattare dalle pagine di un giornale un’eventuale rateizzazione del debito pregresso – manco il Pd vendesse materassi – non è il massimo della sensibilità e di tatto.

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Narciso Ricotta aspirante successore di Carancini

Eppure, è stato lo stesso Carancini a offrire, su di un piatto d’argento, una via d’uscita, quantomeno dignitosa, per questa incresciosa situazione che pian piano montava. Nessuno ha colto o ha voluto cogliere la questione politica da lui sollevata: il fatto, cioè che di questi tempi un amministratore pubblico, per una serie di ragioni, è costretto a stipulare un’assicurazione per tutelarsi dalle responsabilità della sua attività politica. Che il costo di questa polizza è tutto a suo carico e che – secondo lui – il valore del premio assicurativo va detratto dal netto dell’indennità di carica. Una questione che travalica i piccoli confini provinciali e diventa di interesse nazionale poiché moltissimi amministratori del Partito Democratico – dalla Sicilia alla Val d’Aosta – si trovano nella medesima situazione.

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Bastava aggrapparsi a questo banale, ma decisivo concetto. Ringraziare sentitamente Carancini per averlo sollevato e passare la patata bollente a Roma affinché affrontasse la sentita questione che è cagione di imbarazzo da parte di moltissimi sindaci del Pd. Questione chiusa in un attimo. Senza vincitori, né vinti, ma con reciproca soddisfazione tra le parti. Sarebbe stato poi compito dei mediatori comporre, con calma e in via del tutto riservata, la faccenda. Invece per giorni e giorni, tutti i vertici del partito, unitamente ad autorevolissimi esponenti del governo regionale non hanno fatto altro che ripetere in un coro, monotono e stonato, che “le regole vanno rispettate da tutti.” Un concetto talmente banale e ovvio che monsieur de Lapalisse a questi qui gli può spicciare tranquillamente casa.

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Luca Ceriscioli, maglia nera dei presidenti di Regione

Buon ultimo in ordine cronologico il presidente Ceriscioli che da un paio di giorni può fregiarsi del titolo di governatore più detestato d’Italia. Per adesso sarebbe a pari merito con il collega della Sicilia, Musumeci. Infatti, sette elettori su dieci si dichiarano insoddisfatti del suo operato. Tuttavia, sta lavorando alacremente per restare in solitudine fanalino di coda. Però, appena appresa la notizia ha dichiarato, che ultimo è un buon punto di partenza, anche dopo quattro anni di governo e che i marchigiani travisano le realtà.  Il combinato disposto del fallimento del governo regionale e gli strascichi delle feroci polemiche che caratterizzeranno la vita politica nel capoluogo, rischiano sempre più di vanificare i progetti futuri di molti pretendenti all’ambita carica di consigliere regionale. Che, detto per inciso, sarebbe la vera causa del conflitto. Se il centrosinistra si avvia alla sconfitta, come sta avvenendo senza che nessuno alzi nemmeno un sopracciglio, temo che per i sei candidati del Pd non vi sia posto per nessuno. E che, soprattutto, dopo essere rimasti a digiuno in Regione, si perda pure – dopo venti anni di ininterrotta amministrazione – il Comune di Macerata.

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