Cyberbullizzata dalle compagne di classe: metafora delle nostre mancanze

RETE EDUCAZIONE DIGITALE - Il commento di Giacomo Buoncompagni, dottorando di ricerca in Sociologia all’università di Macerata dopo l'episodio che ha visto protagonista una giovanissima maceratese
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Inizia una nuova rubrica in collaborazione con “Red – Rete educazione digitale” di Macerata. I temi del web saranno affrontati con riferimento all’attualità. In questo caso si parla di un episodio dei giorni scorsi di cyberbullismo avvenuto in una scuola della provincia.  L’intervento è di Giacomo Buoncompagni, dottorando di ricerca in Sociologia all’università di Macerata  e presidente provinciale Aiart Macerata (Associazione spettatori onlus). Boncompagni è laureato in Comunicazione, specializzato in Comunicazione pubblica e Scienze socio-criminologiche, esperto formatore in comunicazione strategica, linguaggio non verbale e devianza minorile. Collaboratore di cattedra in Sociologia della devianza e Comunicazione di massa e nuovi media all’università di Macerata. È, inoltre, docente di Comunicazione e crimine alla Libera Università di Agugliano.  È autore di numerose pubblicazioni in riviste scientifiche e culturali e autore del libro Comunicazione Criminologica e Analisi comunicazionale forense (Gruppo editoriale L’Espresso, collana ilmiolibro)

 

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Giacomo Buoncompagni

 

di Giacomo Buoncompagni 

È il più recente caso di cyberbullismo arrivato alla procura di Minori di Ancona, un fenomeno che coinvolge sempre di più vittime e carnefici di sesso femminile. Dopo essere svenuta nel bagno della scuola le amiche l’hanno spogliata per fotografarle le parti intime e hanno caricato tutto il contenuto all’interno social network. Il fatto è avvenuto in un istituto scolastico della provincia di Macerata. La vittima? una 14enne. Due delle compagne di classe coinvolte nel fatto, sono state accusate del reato di pedopornografia avendo queste approfittato della situazione per abbassarle i pantaloni e alzarle la maglietta per fare delle foto poi diffuse nella rete.

Perché nonostante i numerosi volumi scritti, i migliaia di convegni organizzati, i numerosi seminari e incontri formativi realizzati tra e per le università, gli insegnanti, i genitori e gli studenti, l’utilizzo delle velocissime piattaforme online che presentano semplici ed interessanti materiali di studio in rete sul tema, la nuova legge nazionale e regionale sul cyberbullismo, le attività di sensibilizzazione… assistiamo ancora a tutto questo? Perché questo tipo di forma-azione non sta funzionando? Se tutto ciò non è sufficiente, come potremmo intervenire? A volte le soluzioni sono di una semplicità disarmante, anche se l’obiettivo è scovare antidoti contro la violenza. A mio parere accanto ad una pressante formazione di stampo scientifico, potremmo iniziare a colmare alcune lacune che nell’era dell’ipercomplessità e dell’ipercomunicazione stanno emergendo e che, sommate insieme, danno vita a nuove forme di (cyber)violenza.

parents-and-children-1699502_960_720-325x217Innanzitutto potremmo tornare a dare l’esempio. I nostri bisnonni e nonni lo dicevano, e ancora qualche genitore, forse, pronuncia ancora la parola “esempio”oggi, ed è giusto così, perché questa parola magica non è passata, non ha scadenza, anzi proprio perché “vecchia” , nella postmodernità, diventa attualissima. Tocca all’adulto (genitore, insegnante) spiegare ai ragazzi il valore della comunicazione e il potere delle nuove tecnologie, partendo col dire che il bullismo fa male a coloro che lo subiscono e può aumentare la solitudine, l’insicurezza e la vergogna di raccontare quella sofferenza che aumenta di giorno in giorno, inoltre fa male a coloro che lo compiono. Il bullo è la prima vittima di questo processo di violenza e questo fa male poi anche a coloro che assistono senza far niente, anzi il gruppo stesso è il “motore” dell’azione violenta. L’educazione, che prende forma anche attraverso un approccio critico ai media digitali (media education) è lo strumento più efficace per aiutare a ridurre la violenza: diventa così fondamentale conoscere le dinamiche del fenomeno bullismo, sviluppare consapevolezza e competenze mediali digitali, riprendere in mano lo strumento della comunicazione e dell’ascolto. Il genitore, certo a fatica, deve continuare a svolgere il suo ruolo, essere consapevole del fatto che il principale compito è quello di sostenere i propri figli. Come? Interessandosi al loro comportamento, anche in Rete. Ma per far questo occorre colmare una seconda mancanza: l’assenza di regole e dunque la fine dell’autorevolezza. Tradotto, significa condividere raccomandazioni per un uso più sicuro della Rete, ma soprattutto sottoscrivere insieme, genitori-figli, insegnanti-studenti, una “carta delle regole di comportamento”.

La studiosa e scrittrice J.B.Hofman parla di Irules per educare “figli iperconnessi”: un ritorno alle regole aiuta a sviluppare un processo che parte dal monitoraggio tecnologico che il genitore fa verso il figlio, per arrivare cosi all’automonitoraggio da parte dell’adolescente. C’erano un tempo e un momento ben precisi per giocare ai videogiochi e guardare la Tv, c’è un tempo e un momento preciso oggi anche per stare in Rete. Bisogna tornare alle regole ed è il modo migliore per vincere le sfide quotidiane: “la trappola in cui cadono molti è la convinzione che le regole siano cambiate solo perché è cambiata la tecnologia… invece dobbiamo semplicemente applicare le stesse strategie e convinzioni anche alla dimensione tecnologica”, afferma Hofmann.
Gli educatori, gli insegnanti e i genitori devono imporre ai ragazzi la conoscenza e il rispetto delle nuove regole di vita, insieme stabilite. Imporre? Sì, perché l’educazione non è un processo democratico: i ragazzi hanno bisogno di una guida, di un esempio da seguire, di figure responsabili che aiutino loro a rialzarsi con coraggio dopo una caduta e che diano loro l’esempio, una guida non può essere tua amica.

udgagora-192607-325x216La terza mancanza è il valore del tempo della conversazione, elemento molto importante, in quanto base solida per una società dell’ascolto e dell’attenzione, in grado di dare inizio a un “tipo” di tempo oramai scomparso: il “tempo dell’altro per l’altro. Il tempo all’interno del web raramente è sinonimo di dialogo, strategia, azione e ascolto, ma anche lo fosse, bisogna essere in grado di saperlo gestire e questo significa innanzitutto iniziare ad accettare che il contesto ipermedializzato in cui ci muoviamo si nutre di opinioni, stati emotivi differenti che devono necessitano di diventare strumento di maggior confronto e negoziazione e non di odio e falsità. La nuova competenza mediale da sviluppare riguarda la capacità di “compartimentare il nostro tempo di convers-azione”, saper costruire una risposta sempre meno istintiva ed emotiva, ma più ragionata, approfondita, sincera, basata su una comunicazione assertiva e quindi chiara ed efficace senza bisogno di prevaricare il nostro interlocutore. È questa la nuova sfida contemporanea: prendersi tempo per conversare anche in Rete.

L’ultimo punto riguarda il rispetto. Ciò che generalmente intendiamo per “rispetto” le relazioni tra persone, e buone pratiche della convivenza, l’osservanza delle regole, ma più precisamente “rispetto” significa “guardare indietro”, o meglio voltarsi a guardare. Dunque, dare spazio al mio interlocutore, prestargli attenzione. Questo è possibile andando a decostruire quell’idea patologica secondo cui il termine “connessione” coincida oggi con quello di “relazione”. La connessione è un legame tecnico, personalizzabile, che possiamo controllare, che nasce in uno spazio e in tempo poco definiti, basato su una condivisione dei contenuti, dove ogni cosa punta al soddisfacimento immediato dei nostri bisogni; la relazione, invece, è un legame affettivo, i cui protagonisti sono ben definiti. La relazione è un legame basato su una comunicazione interpersonale, non mediata, che va coltivata, che non possiamo gestire perché fatta di emotività, passione, paura, ansia e successo e sconfitta e che il mio interlocutore percepisce, vive con me; è un legame fondato sulla conversazione e sugli sguardi, all’interno di un contesto chiuso, in un tempo limitato. Sconfiggere la violenza significa colmare queste mancanze. Vuol dire passare da una “cultura della connessione” a una “cultura della relazione”, riconoscendo l’umanità “dietro” e “di fronte” al contesto digitale.

giacomo.buoncompagni@libero.it

 

 

 



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