Pagnanelli e Moneta in Congo:
testimoni dell’eccidio del 1961
LA TRAGEDIA dei 14 "caschi blu" massacrati ieri nella repubblica africana richiama alla memoria quel che avvenne oltre mezzo secolo fa. In quei giorni c'erano anche due illustri maceratesi. Andrea Angeli intanto rilancia l'impegno per intitolare una via cittadina a Pagnanelli e spunta pure il caso di Silvio Spaccesi

Giorgio Pagnanelli
di Maurizio Verdenelli
Quattordici ‘caschi blu’ massacrati ed oltre sessanta feriti in uno scontro a fuoco con i miliziani (forse ribelli islamici) ieri nella Repubblica Democratica del Congo, a Semuliki, 200 chilometri a nord di Goma, ennesimo episodio di una guerra ‘sottotraccia’ combattuta per mettere le mani su diamanti, oro e minerali come il coltan. Una tragedia che ricorda esattamente, anche nel terribile bilancio, quello di 56 anni fa quando l’11 e il 12 novembre 1961, tredici aviatori italiani partiti da Pisa, anch’essi di un contingente di pace dell’Onu, vennero fatti a pezzi a Kindu dai soldati congolesi nel cuore di una guerra civile tra Patrice Lumumba, e Joseph Kasavubu. Vittime di una follia senza senso: i tredici italiani, come le 14 vittime di ieri, erano peacekeeper: portatori di pace. Nell’eccidio di oltre mezzo secolo fa ci furono due testimoni d’eccezione: Giorgio Pagnanelli, inviato dell’Onu a Kindu; e il mercenario del Quinto Commando, quello leggendario dell’Oca Selvaggia dell’epopea congolese: il vicecomandante Tullio Moneta. Pagnanelli in particolare, fu il primo europeo ‘paracadutato’ in una Kindu in preda alla follia, al sangue versato e alla ‘caccia all’uomo bianco’. “Lui si presentò nel suo invariabile stile anglosassone: giacca e pantaloni blu, cravatta sottile e camicia a righe” ha ricordato un Andrea Angeli commosso, il 6 settembre nell’auditorium dello Sferisterio in occasione della Festa delle ‘Casette’.

Tullio Moneta
“La prima ‘cosa’ che vidi pur in tralice –con sorridente e distaccata ironia aveva raccontato lo stesso Giorgio a chi scrive – fu la canna di una Luger 9 puntata alla tempia. Mi vidi morto, ma non persi naturalmente la canna. Dissi al soldato urlante che se mi avesse sparato, l’Onu avrebbe inviato soldati, elicotteri ed aerei in grande quantità e… kaputt per l’intera città. In realtà sarei stato la quattordicesima vittima e basta, per un tempo pure lungo prima che da New York si fossero mossi! Io ero stato mandato in avanscoperta… con tutta calma, s’intende: la diplomazia ha i suoi tempi al Palazzo di vetro che certo non immaginava l’orrore consumato sugli italiani”. Il bluff tuttavia riuscì e Pagnanelli divenne poi il conclamato eroe di Kindu. La città, i suoi abitanti furono recuperati alla causa della pace e della ricomposizione del conflitto. Così ad inizio novembre di ogni anno, il maceratese fu sempre l’ospite d’onore a Pisa alla cerimonia di commemorazione dei tredici aviatori trucidati in Congo. “Inoltre ai funerali di Giorgio nell’agosto del 2004, è intervenuto un picchetto dell’aviazione militare italiana in chiesa, al Sacro Cuore” ha ricordato ancora Angeli.
L’altro testimone maceratese di una delle pagine più efferate dei conflitti in Congo, è Tullio Moneta (leggi l’articolo). Ottantenne, ha lasciato da qualche anno Johannesburg – vicino di casa di Nelson Mandela -, ha un vivido ricordo di quel novembre del ’61 a Kindu. “Alla guida del Quinto Commando entrammo in una città affamata e in preda ad una furia incontrollata. E che – terribile a dirsi – ‘banchettava’ coi resti dei poveri tredici italiani, vittime di una follia senza senso. Fermammo addirittura un residente che si portava a casa per pranzo… una spalla umana. Gliela sequestrammo subito. Dove l’aveva presa? Lui protestò: l’aveva acquistata pagandola regolarmente in una macelleria vicina dove erano esposti altri pezzi ‘provenienti’ dal massacro dei tredici aviatori”. A settembre, presente la vicesindaca Stefania Monteverde, lo stesso Andrea Angeli ha ricordato un impegno ufficialmente preso e nello stesso modo inevaso dell’amministrazione cittadina, al tempo, di intitolare una via a Giorgio Pagnanelli – che al suo ritorno a Macerata dopo essere stato direttore Onu in Italia, fu presidente della Fondazione Carima e protagonista (come testimoniò il presidente Alfredo Cesarini) della creazione di Banca Marche senza, quella volta, tuttavia prevederne il futuro. Sono passati i protocollari dieci anni, anzi tredici e solo silenzio. Silenzio ancora da parte di Macerata Ricorda (la definizione non è nostra) nel fare memoria di un altro ‘figlio’ amatissimo della città: Silvio Spaccesi, deceduto nel giugno del 2015 (leggi l’articolo). E pensare che basterebbe un atto piccolo così come la collocazione di una targa laddove Silvio è nato e dove visse ‘Scipione’. Il figlio Marco ha già consegnato nelle mani della prof. Monteverde un bigliettino con la dicitura dove definisce i padre come gli sarebbe piaciuto: ‘capocomico’. Ancora silenzio, e pensare che il sindaco aveva promesso intervenendo ai funerali in chiesa ai salesiani che l’attore, maceratesissimo, non sarebbe stato dimenticato. Tuttavia, ad onor del vero, quello della ‘non ricordanza’ non è esclusiva di questa o quella giunta. 19 anni fa, dopo la morte di Pietro ‘Briscoletta’ Baldoni, il consiglio comunale – sindaca Anna Menghi – deliberò di ricordare intitolando loro un angolo della città, i fotoreporter maceratesi: una storia unica e gloriosa così come quella generazione che ha avuto in un secolo in cima a tutti Carlo Balelli, ineguagliabile ‘documentarista’ della Prima Guerra Mondiale.
Bene ha fatto Maurizio Verdenelli a ricordare alle autorità amministrative personaggi noti e simboli della città, come l’attore Silvio Spaccesi e il fotografo Pietro Baldoni, detto Briscoletta. La differenza, invece, tra il maggiore Tullio Moneta e l’inviato dell’ONU Giorgio Pagnanelli sta con il primo che – pur rischiando una pallottola Simba – era addestrato al combattimento ed era spalleggiato da soldati che sapevano combattere e sapevano muoversi nella “brousse”, mentre Giorgio Pagnanelli era stato catapultato, senza armi, magari con qualche soldato ONU (abituato più ad evitare combattimenti, che a difendere i suoi commilitoni, come era avvenuto con i nostri 13 martiri), in una zona piena di sanguinari come lo sanno essere gli Africani in divisa e con un’arma in mano… Io ho vissuto per breve tempo le due situazioni. Nel 1966 a Leopoldville stavo per essere fucilato insieme a due missionari e ad un Belga ferito che avevamo soccorso da una masnada di soldati congolesi. Non persi la calma, poiché mi sentivo immerso in una situazione irreale. Invece ero terrorizzato nel 1970 ai confini Uganda Congo, quando dovetti fuggire per non essere linciato. Mentre, quando ero armato con i guerriglieri sud sudanesi mi sentivo sicuro e pronto ad ogni azione. Ecco perché oggi vorrei, in questa Italia sempre più ingestibile, avere la possibilità di andare in giro armato. Il nostro concittadino Giorgio Pagnanelli non era un militare combattente, ma un uomo di diplomazia e pace, che cercò – da volontario – di conoscere come era avvenuta la tragica morte dei nostri aviatori di Pace. Sarebbe giusto ricordarlo con l’intestazione di una via cittadina.
Grazie Maurizio Verdenelli per aver ricordato questi coraggiosi maceratesi. Condivido e farò del mio meglio per dedicare una via di Macerata a Giorgio Pagnanelli come già proposto da Andrea Angeli. Ivano Tacconi commissione 1^ affari istituzionali Comune di Macerata.
Ringrazio il dott. Maurizio Verdenelli che ricorda sempre con affetto la figura di mio zio Giorgio Pagnanelli, forse memore della loro vecchia e duratura amicizia.Con profonda amarezza, però, vorrei rilevare che dal 2004( anno della sua scomparsa) ad oggi nessuna amministrazione comunale lo ha mai ricordato, eppure è stato un maceratese illustre cittadino del mondo. Giorgio Pagnanelli è stato uno dei pochi italiani a studiare ad Harward, è stato il primo funzionario italiano dell’ONU, oltre alla famosa missione di Kindu, ha partecipato a numerose altre missioni di pace, è stato uno degli organizzatori della Conferenza per i diritti dell’uomo del 1968. Tornato a Macerata è stato il primo presidente della Fondazione della Cassa di Risparmio di Macerata, dando il suo contributo alla creazione della Banca delle Marche, vanto un tempo della nostra città e poi miseramente finita.
In fondo zio Giorgio non ha bisogno che cittadini poco memori del loro passato lo ricordino, noi nipoti e gli amici più cari abbiamo fatto tesoro del suo esempio di coerenza, di onestà morale e intellettuale, di amore per il proprio lavoro e soprattutto dell’importanza di lottare sempre per la pace in ogni occasione dalla famiglia, al mondo del lavoro alle più grandi questioni nazionali e internazionali.
Ci impegneremo noi a ricordarlo come merita, facendo conoscere varie testimonianze (tra cui il famoso casco blu di Kindu) di cui siamo in possesso e che fanno parte dei suoi numerosi album di ricordi .
Cordiali saluti Anna Rita Liverani