Gli “uomini no”
e la commovente lettera
di Francesca Baleani
MACERATA - Si consumano ogni anno riti sempre più inutili per parlare delle donne ed esaltarne i valori, ma mancano progetti di autocritica e di formazione del comportamento maschile al di là dei superficiali inviti ministeriali al rispetto di genere
di Donatella Donati
Il romanzo “Uomini e no” di Elio Vittorini in cui compaiono figure interessanti di uomini in periodo di guerra nei quali esiste una dicotomia che li fa essere ora eroi ora assassini, mi fa riflettere su quanto sia importante oggi non tanto discutere sulle donne oggetto di violenza quanto sugli uomini che la esercitano. Che si continuino a organizzare riunioni sui delitti di genere comincia ad essere riduttivo oggi che la violenza maschile si esercita in modo spaventoso anche sui suoi stessi omologhi, i figli, i padri, gli occasionali nemici e quelli organizzati in bande. Su questa violenza dobbiamo ragionare e capire perché si possano raggiungere così alti stadi di ubriacatura intellettuale e morale da poter arrivare ad uccidere per motivi insignificanti e banali. Certamente negli ultimi anni sono state le donne a soffrirne di più e la commovente lettera di Francesca Baleani alle responsabili di una riunione sulla violenza di genere mi ha particolarmente colpito. Quando i fatti che la riguardano avvennero nell’estate di alcuni anni fa scrissi sul Corriere Adriatico due articoli che evidenziavano la crudeltà del tentato omicidio e l’indifferenza degli amici dell’assassino di fronte alla situazione di estremo dolore della vittima e dell’ irreversibile disagio psicologico che ne sarebbe derivato. Mi espressi in quei due articoli contro i colleghi del Lauro Rossi che mostravano indifferenza o addirittura silenzio nei confronti dell’offesa e si interrogavano invece con una certa complicità sulle ragioni che avessero scatenato l’ira violenta dell’assassino. Perché di un assassinio vero e proprio dovrebbe parlarsi eseguito in modo crudele per strangolamento e successivo soffocamento e seguente abbandono in un cassonetto della spazzatura dove si sarebbe ritrovato un cadavere se un passante che percorreva a piedi la strada non avesse udito i flebili lamenti della moribonda.
Per quanto riguarda i rapporti della città con Francesca le cose sono andate avanti con un interesse sempre più scarso per il dramma vissuto e non estinguibile perché chi ne è stato la causa è ancora presente nella città attraverso lettere agli amici e uscite frequenti dal carcere. Mentre si consumano ogni anno riti sempre più inutili per parlare delle donne ed esaltarne i valori, mancano progetti di autocritica e di formazione del comportamento maschile al di là dei superficiali inviti ministeriali al rispetto di genere.Ormai non si tratta più di un problema che riguarda solo il rapporto maschio-femmina ma di una incapacità di controllo delle pulsioni più violente aumentate dall’uso di droga e di alcool che trasformano in un attimo in una belva, come è accaduto ad Alatri, gli “uomini no”. La discussione sul genere è ormai superabile e diventa quasi una barzelletta quando si escogitano nelle scuole materne ed elementari modesti mezzi di incoraggiamento per la parità di genere. Nelle scuole di formazione delle università si dovrebbero organizzare gruppi di studio su questo emergere di comportamenti maschili aggressivi e violenti anche in età pre-adolescenziale, tendenze che se non sono controllate in tempo possono portare ad episodi gravissimi quali le uccisioni dei propri genitori. Le donne intanto hanno imparato a difendersi e, se non cedessero stupidamente alla tentazione di poter correggere i comportamenti sbagliati del partner e invece lo allontanassero sin dai primi segnali di inadeguata relazione, probabilmente molti delitti sarebbero evitati. Si dà la colpa poi a relazioni patologiche ma onestamente gli uomini devono riconoscere che la patologia è tutta loro, sta tutta dalla loro parte, anche se a provocarla è una società superficialmente paritaria ma profondamente radicata ancora in una concezione arcaica della vita di cui anche le donne sono spesso portatrici.
Il Soroptimist International ha firmato una convenzione tra la sua presidente nazionale e il comandante generale dei carabinieri e in parecchie città si è attuato il progetto “Una stanza tutta per sé” dove le donne oggetto di violenza possono riservatamente parlare con un carabiniere addetto a occuparsi della situazione. In molte regioni italiane l’iniziativa è stata realizzata ma a Macerata tarda a completarsi nonostante la buona volontà della presidente del Soroptimist e del comandante della stazione perché un locale adatto nella sede cittadina non c’è. Si parla adesso di ovviare con una apposita valigia mobile che è stata creata e dove sono disposti tutti gli strumenti adatti a raccogliere le denunce trovando un posto riservato dove farle. La presidente Adelaide Pangrazi spera tuttavia, prima di arrivare all’acquisto di questa speciale valigia, di avere nella caserma un angolo riservato prima di spostare in altra stazione della provincia questa “stanza tutta per sé”. Ci auguriamo intanto che la lettera di Francesca stimoli la coscienza delle istituzioni e delle scuole affinché ella diventi un simbolo vivente della strage delle donne.


Un carabiniere ad una signora:
– “signora lo sa che è passata col rosso, non se ne è accorta forse?”
– “mi scusi … sono daltonica!”
– “Ah si?!…e da voi in Daltonia non ci sono i semafori?”