Il professor Dario Fo
e la sua lezione di vita

Tutto è stato teatro per lui, anche il fegato alla veneziana. Il Lauro Rossi in delirio per il “Mistero buffo”. Oggi ci sono altri misteri, purtroppo meno buffi
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di Giancarlo Liuti

Forse non c’è mai stato un momento come l’attuale di così scarsi consensi per la politica, una parola, questa, che deriva dal greco “polis” e dovrebbe significare la scienza e l’arte del governare per il bene della città, della nazione, del mondo. Eppure non si fa altro che parlare di politica, nelle risse fra i partiti, in quelle all’interno dei partiti, nei giornali, nelle televisioni, nei bar, in strada. Tutto è dunque politica, ma per dirne male. Pure in occasione della morte di Dario Fo, un gigante dell’andare controcorrente e non solo a teatro ma nella vita, i fabbricanti di opinioni l’hanno buttata in politica, ponendo in evidenza da sinistra la sua gioventù parafascista e da destra il suo schierarsi dalla parte dei comunisti. Di una cosa, purtroppo, si sono dimenticati: la dissacrante e straordinaria bellezza dei suoi spettacoli e la sua altrettanto dissacrante e straordinaria coerenza nel vivere quotidiano. Di lui ci mancherà la generosa e combattiva ingenuità di offrirsi agli altri, specie ai diseredati, e di renderli, per un paio d’ore, felici.

Dario Fo allo Sferisterio nella foto di Alfredo Tabocchini

Dario Fo allo Sferisterio nella foto di Alfredo Tabocchini

Non amo mettermi in mostra ma stavolta mi contraddico e racconto che molti anni fa andai a trovarlo nella sua casa di Milano per un’intervista sui sette peccati capitali. Ci demmo subito del tu e prima di cominciare mi chiese se mi piaceva – toh! – il fegato alla veneziana. Dissi di sì e lui andò a comprare un paio d’etti di fegato e lo cucinò. Poi, fra un boccone e l’altro, parlammo dei sette peccati della tradizione cristiana: avarizia, accidia, gola, invidia, ira, lussuria, superbia. E Fo mi disse quali condannava di più: l’accidia, per esempio, ossia la pigrizia dell’animo, e l’invidia, l’immedesimarsi con l’invidiato, sognare di essere come lui (“I poveri si procurano Chanel, se ne mettono addosso due gocce e s’illudono di comportarsi da ricchi”). Ma soprattutto disprezzava l’avarizia, quella di chi detiene il potere e si chiude in se stesso, fregandosene delle disuguaglianze sociali e mostrando un’imperdonabile “stitichezza” morale e politica. Oltretutto superbi, costoro, convinti di stare nel giusto. Non disprezzava invece la gola e la lussuria, ritenendole espressioni magari esagerate ma naturali di come siamo fatti nel corpo e nello spirito.
Veniamo a Macerata. Nel 1991 Dario Fo interpretò il suo “Mistero Buffo” al Lauro Rossi – oggi ci sono altri misteri, purtroppo meno buffi – e il teatro era talmente gremito che lui fece salire una parte del pubblico sul palcoscenico. Un trionfo, con applausi anche per certi sarcasmi sul clericalismo. Alla fine l’allora sindaco, il democristiano Carlo Ballesi, si congratulò vivamente con lui, la qual cosa non fu molto apprezzata dal vescovo Tarcisio Carboni che garbatamente lo ammonì a comportarsi da sindaco della “Civitas Mariae”. Quelli erano i tempi.
Proprio in questi giorni su Cm sono rimbalzati un paio di curiosi e divertenti episodi. Il primo citato dalla docente e giornalista Donatella Donati che si trovò vicino a Fo nella carrozza ristorante di un treno e quando giunse il caffè lui se la prese col cameriere: “Ancora non vi hanno insegnato come si fa un caffè?” E lei: “A me sembra buono”. E lui: “Si possono avere gusti da degenerati”. E lei: “Se degenerati significa non essere brontoloni come lei, allora io lo sono”. Anni dopo Fo venne a Macerata, incontrò la Donati e ricordando, pensate, quel dissidio sul caffè l‘abbracciò e le disse: “Ancora offesa?” E Donatella ricambiò l’abbraccio.

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Il bozzetto con il giullare donato da Dario Fo a Dario Conti

Il secondo episodio accadde in un ospedale dove Dario Fo e l’ex sindaco di Camerino Dario Conti erano ricoverati per accertamenti nel reparto di urologia. Si conobbero, divennero amici, Fo lo rese allegro con le sue trovate e alla fine gli donò un bozzetto raffigurante un giullare che Conti conserva come un cimelio.
Concludo riflettendo sulla bellezza – sì, proprio la bellezza – degli spettacoli di Fo, la cui voce, cui linguaggio e le cui giravolte furono il “vangelo” del suo radicale anticonformismo. Anche in fatto di estetica i moralisti fanatici continuano a distinguere fra il “bene” e il “male”, ignorando che il supposto bene può essere brutto, come nella retorica delle prediche imparate a memoria e ripetute senza un’autentica partecipazione umana, mentre il supposto male, quello che secondo loro si annidava nelle dissacrazioni di Fo, può essere bello. Bellezza, ripeto. Essa implica un’idea di perfezione e suscita sentimenti di gioia anche morale.



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