La lunga storia di “liberilibri”
e della passione di Canovari

MACERATA - Sono trascorsi trent’anni e il cammino prosegue. Sei collane, più di duecento titoli, uno sguardo liberale e libertario sul mondo. I premi nazionali e internazionali

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di Giancarlo Liuti

In attesa di “Macerata Racconta”, la festa del libro in programma nella prima settimana di maggio con la partecipazione di eminenti personaggi del panorama letterario italiano, vorrei oggi fare la lunga storia di “liberilibri”, la casa editrice tutta maceratese che ha inaugurato il 2016 pubblicando “La luce, a volte”, una raccolta di poesie del pure maceratese Filippo Davoli (leggi), l’intellettuale a tutto campo che i lettori di questo giornale ben conoscono anche per la scherzosa rubrica “Davoli a merenda” dove si prende gioco delle più curiose vicende cittadine. A farci penetrare nell’anima dei suoi versi è una distaccata e rassegnata malinconia della vita nella quale non mancano sprazzi di luce – allegria, gioia – che tuttavia si alternano a momenti di tristezza a tal punto inesorabili da avere il sopravvento. E questo perché la luce non splende “sempre”, ma solo “a volte”. E la sensazione, per chi legge, è di qualcosa che sarebbe dovuto iniziare e non è iniziato o che sarebbe dovuto continuare ma s’è interrotto. E qui mi fermo. Non senza una premessa importante: sia “liberilibri” che Davoli vivono a Macerata e sono perle della nostra cultura, ma considerarli maceratesi non basta, avendo entrambi da tempo superato i confini locali e ottenuto, lui e soprattutto la casa editrice, un prestigio di livello nazionale.

Aldo Canovari

Aldo Canovari

Vengo dunque alla storia di “liberilibri”, che nonostante l’estrema riservatezza del fondatore, al quale non ho detto che avrei scritto di lui altrimenti m’avrebbe pregato di non farlo, cominciò e prosegue per l’appassionata tenacia, appunto, di Aldo Canovari, un caro amico più giovane di me che conobbi molti anni fa in piazza Pizzarello (abitavamo uno di fronte all’altro, ci capitava di giocare a battimuro sulle pareti dell’allora campo boario). Aldo era nato sognatore e pian piano maturò dentro di sé un ideale di perfezione che dall’arte figurativa si allargò alla musica, alla letteratura e a una sua propria visione del mondo. Poi la mia professione mi portò fuori città e ci perdemmo di vista.

Ma alle soglie del Duemila, in un mattino di aprile, c’incontrammo in corso Cavour e mi disse: “Possibile che tu abbia scritto solo articoli di giornale e neanche un racconto, un romanzo?” “Beh – risposi – qualcosa, in un cassetto, ce l’ho”. “Fammela leggere, se mi piace la pubblico”. Non voglio parlare di me e di ciò che assai gratificante mi accadde dopo. Quel mattino, comunque, seppi di “liberilibri”, che già esisteva da un pezzo. E perché “liberi”? Perché Aldo Canovari era e rimane un liberale estremo (dire estremista sarebbe far torto alla mitezza dell’indole sua) nell’esaltazione dell’individuo e nel rifiuto di ogni forma anche attenuata di statalismo, di burocratismo e di un egualitarismo che a suo parere soffoca le virtù personali. Utopia? Lui stesso lo ammette. Eresia? Per lui non lo è. Ne abbiamo spesso discusso, fra noi, senza riuscire a metterci d’accordo. Ma secoli di storia sono lì ad ammonire che fra le forze capaci di far progredire l’umanità ci sono anche le utopie. E ogni volta, pur non convinto, rimango col sospetto che lui abbia qualche ragione.

Aldo Canovari ha ritirato a Catanzaro il premio nazionale Liber@mente

Aldo Canovari ha ritirato a Catanzaro il premio internazionale Liber@mente

E la storia di “liberilibri”? Me n’ero quasi dimenticato, ma adesso ci torno. Tutto ebbe inizio nel 1986, quando, in collaborazione con un editore romano, Canovari pubblicò “Chiarevalli. Monodico di Magdalo Mussio” scritto dallo stesso artista la cui attività si svolgeva anche a Macerata. Poi, dopo una pausa di tre anni, “liberilibri” riprese, senza altre soste, a sfornare libri di un sempre più vasto e acuto sguardo nel passato e nel presente dei vari generi della letteratura mondiale. Il primo a uscire sul mercato fu, nel 1989, “Teneri Bottoni” di Gertrude Stein. Poi, l’anno successivo, “Il discorso sul libero pensiero” di Anthony Collins. E, via via, “Il Cantante di camera” di Frank Wedeking e il divertente “E poi Martina lavava l’anitra miope” di Marco Buratti sui ‘palindromi’, frasi che si possono leggere anche all’incontrario.
Oggi le “collane” sono sei: “Oche del Campidoglio”, il faticoso cammino delle libertà individuali (126 titoli), “Narrativa”, romanzi e racconti (25), “Altrove”, poesia, illustrazione, arte figurativa (24), “Il Circo”, opere teatrali (18), “Il Monitore Costituzionale”, sul costituzionalismo moderno (16) e la più recente “Hic sunt leones”, che d’intesa con l’Istituto “Bruno Leoni” dà voce ad alcune inesplorate “eresie” del pensiero libertario (8 titoli).
Fino a tutto il 2015 il catalogo di “liberilibri” comprende 217 titoli, le copie stampate sono 212.963, le vendute 105.072. L’autore più pubblicato – sette volte – è il romanziere francese Pierre Boulle, quello del “Ponte sul fiume Kwai” e del “Pianeta delle scimmie”, da cui son derivati celebri film. Recension? Numerosissime, sui principali quotidiani e settimanali italiani. Premi? Aldo Canovari e “liberilibri”vincitori nel 2011 del premio nazionale “Bruno Leoni” e Aldo Canovari vincitore nel 2013 a Catanzaro del premio internazionale “Liber@mente”,oltre, in quanto autori, a Giancristiano Desiderio per “Vita intelllettuale e affettiva di Benedetto Croce” nel premio “Acqui Storia” e a Francesco Scarabicchi per “Con ogni mio saper e diligentia” nel premio di poesia “Città di Arenzano”. Ce n’è abbastanza, credo, per far sì che noi un po’ mugugnanti cittadini dell’Atene delle Marche se ne vada – posso dirlo? – orgogliosi.


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