Applausi per ‘Variazioni Enigmatiche’
Detective story tra sesso e sentimenti

RECENSIONE - In scena al Lauro Rossi l'ultimo appuntamento della fase competitiva del 47° festival. La commedia dalle tinte noir scritta da Schmitt e reinteprata dagli attori e registi Gelmetti e Scartozzoni è tra le favorite per la premiazione di domenica prossima

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Tiziano Gelmetti e Stefano Scartozzoni durante una scena dello spettacolo

di Fabrizio Cortella

(foto di Maurizio Iesari)

Il sipario è calato già da alcuni minuti, ma lo sforzo per immedesimarsi nelle vesti di Znorko e Larsen è stato così intenso che i due attori della pièces non sono ancora in grado di godersi il caloroso applauso del pubblico. Stiamo parlando dei protagonisti di Variazioni enigmatiche, il pluri-premiato testo di Eric-Emmanuel Schmitt che miete successi ovunque, messo in scena domenica pomeriggio al Lauro Rossi, nell’ambito del 47° Festival Macerata Teatro dalla Compagnia Estravagario di Verona.
L’opera del talentuoso francese, classe 1960, prende il nome dalle celebri “Variazioni Enigma” composte dall’inglese Edward Elgar alla fine dell’Ottocento. L’omonimo concerto accoglie lo spettatore all’apertura del sipario. La scena è arredata semplicemente. Quattro enormi scaffali colmi di libri incorniciano il sobrio salottino dello scrittore: un paio di poltrone in pelle e il tavolino con l’immancabile macchina da scrivere.

2La composizione di Elgar non è un semplice commento musicale, peraltro totalmente assente, bensì un vero e proprio meccanismo narrativo: sarà dal comune ascolto del brano che partiranno i disvelamenti dell’ingarbugliata vicenda. La pièces, composta nel 1996, racconta la complessa vicenda di un celebre scrittore, Abel Znorko (Tiziano Gelmetti), Nobel per la letteratura, che si è recluso in un bizzarro buen retiro ai confini del mondo, su un’isoletta oltre il Circolo Polare Artico. Scorbutico e misantropo, tanto da accoglierlo a pistolettate, acconsente a ricevere Eric Larsen (Stefano Scartozzoni), sedicente giornalista di provincia, per rilasciargli un’intervista sulla sua ultima fatica: un romanzo sull’amore, stilato in forma di scambio epistolare con la sua amante. La rappresentazione parte con i toni della commedia brillante, venata di nero cinismo, poi sembra piegare verso una sorta di detective story: un quadro dopo l’altro, continue rivelazioni, scombinano le certezze dello spettatore. Larsen scopre che l’amante destinataria delle missive esiste realmente: è una donna in carne ed ossa che si nasconde dietro le misteriose iniziali di tale H. M. cui è dedicato il volume. Col procedere del dialogo, si comincia a definire l’enigma: senza mai comparire fisicamente sulla scena, si manifesta la donna del mistero, per certi versi il personaggio principale. Si tratta di Helene, l’amante di un tempo di Znorko, ormai sua musa romantica e platonica, nonché contemporaneamente moglie di Larsen. Lungi dal risolversi in una commedia degli equivoci, l’opera continua a regalarci nuovi colpi di scena. Poco alla volta, Larsen rivela che la povera Helene è morta ormai da dieci anni e che il suo posto nella corrispondenza erotico-intellettuale con Znorko è stato preso proprio da lui, il marito desideroso di tenere viva in simulacro la consorte defunta, all’insaputa ovviamente dello scrittore. Il lungo e strano ménage ha finito col trasformarsi negli anni in una vera e propria liaison sentimentale, almeno da parte di Larsen, col rischio di diventare dangereuse quando Znorko, fieramente maschio e poco incline all’omoerotismo, seppure intellettuale e platonico, acquista consapevolezza della realtà. Il finale lascia spazio ad ogni possibile sviluppo: Znorko, nel congedare Larsen, abbassa definitivamente le difese e lo saluta promettendogli di continuare a scrivergli/le.

3Il testo di Schmitt, probabilmente il più felice della sua brillante e feconda produzione, si presta a molteplici livelli di lettura. I temi affrontati sono i grandi temi del genere umano: il sesso e i sentimenti; la capacità di conoscere se stesso e di ri-conoscere l’altro; l’amore, a prescindere dalle differenze di cultura e di sesso. Ma l’autore semina qua e là spunti e suggestioni letterarie di ogni tipo: il teatro dell’inconoscibilità dei grandi autori scandinavi, di Pirandello, di Beckett riaffiora costantemente così come le pagine di Borges o di Musil; miti antichi sul Tempo o recenti sul Prometeo Moderno (il Frankenstein di Shelley, anch’egli auto-esiliatosi nel Grande Nord), tentano la competenza dello spettatore colto o gli solleticano l’ego con (occulte) citazioni post-moderne dal medesimo Edward Elgar («L’enigma resterà un enigma: come in alcune piéces teatrali, il personaggio principale non è mai in scena»). La stessa varietà, come detto, si riscontra anche nei timbri stilistici adottati nell’allestimento proposto da Estravagario che oscilla tra commedia e tragedia, tra il sorriso smaliziato dell’uomo contemporaneo e il dimentico abbandono dell’inguaribile sognatore. Tutto ciò soddisfa appieno ogni tipo di spettatore che lascia il suo posto rincuorato dall’avere identificato tanti (o pochi) dei suoi affanni con quelli dei personaggi sulla scena. I tratti di Abel Znorko, uomo sicuro di sé fino al più totale disprezzo verso gli altri uomini, finiscono paradossalmente per renderlo attraente, se non simpatico, al pubblico: i grandi attori che hanno interpretato l’opera di Schmitt hanno sempre preferito il suo ruolo, come Glauco Mauri e, recentemente, Saverio Marconi. Tiziano Gelmetti è perfettamente a suo agio nei panni di Znorko e ha reso con apparente facilità le varie sfumature del suo carattere: dall’ostentata presupponenza dell’uomo «fatto e finito» che sentenzia su tutto (dalla A alla Z, come le iniziali del suo nome) fino alla dolente umanità dell’amante ingannato, consapevole di essere stato manipolato da Helene/Eric. Compito più arduo quello di Stefano Scartozzoni nell’interpretare l’uomo di tutti giorni, niente affatto eroico e, anzi, “ordinario” (come lo definisce più volte Znorko), nel suo desiderio di un amore coniugale normale. Tuttavia, non un mediocre, essendo colui che ha in mano il potere: egli è il solo che conosce in anticipo ogni singolo dettaglio e che governa il gioco del gatto con il topo, a cui sottopone tutti quanti, Znorko e pubblico. Missione compiuta anche per Scartozzoni, dunque, perquanto sarebbe stato opportuno rimarcare maggiormente i momenti in cui il suo personaggio svela un nuovo tassello del puzzle. La fatica di Gelmetti&Scartozzoni, anche registi della pièce, ha avuto agevole successo col pubblico maceratese, già a conoscenza della versione portata in scena nel 2012 da Saverio Marconi: i calorosi applausi sono un buon viatico per puntare ad un riconoscimento nella premiazione di domenica prossima, giornata conclusiva del Festival.

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