Essere presidi con la “buona scuola”

Oggi lo sciopero contro la riforma che introduce la valutazione degli insegnanti da parte dei dirigenti scolastici

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socratedi Donatella Donati

Le affermazioni di Pierfrancesco Castiglioni che mi sembrano molto sincere riportate dal nostro giornale secondo il quale fare il preside dà sicuramente più soddisfazioni che fare politica (leggi l’articolo) mi richiamano la polemica che in questi ultimi giorni in tutta Italia serpeggia contro la “buona scuola” proposta dal governo, secondo la quale il preside manager deve assumersi molte più responsabilità ed avere più potere.  C’è sempre stato da parte degli insegnanti nei confronti dei presidi un certo malumore per varie ragioni. Ne elenco solo alcune: non riconoscono abbastanza il valore di chi lavora bene; non sono così attenti al rispetto delle regole, per cui hanno la tendenza a giustificare sempre e comunque gli alunni anche quando i loro comportamenti sono offensivi; consentono che i genitori entrino nel merito dei metodi di insegnamento con interferenze non giustificate da competenze particolari; soprattutto non danno sostegno agli insegnanti che si trovano in difficoltà in una classe. Ma questo è niente rispetto al nuovo carico di competenze che gli assegnerà il decreto sulla “buona scuola”.

Quello che non piace a quei professori e a quegli studenti che scendono in piazza oggi oltre le ragioni legittime che riguardano l’edilizia scolastica e le opportunità non colte per le relazioni internazionali, è la norma secondo la quale saranno i presidi a scegliere da un elenco regionale gli insegnanti che copriranno i posti vacanti. Immaginiamo il peso che questo costituirà per un dirigente: scegliere le persone da convocare, fare con loro dei colloqui, esaminare il loro curriculum, discutere dei problemi delle classi che dovrebbero prendere e alla fine fare un contratto. La preoccupazione è quella che invece delle graduatorie possano esserci dei favoritismi, ma conosco i presidi assai bene essendo stata per molti anni presidente del collegio dei capi d’istituto della provincia e so che questo rischio non c’è; non si tratta di fare favori,ma di scegliere i migliori, coloro che meritano di più, che danno più garanzie di non essere scoperti appena entrano in classe inadeguati rispetto alla conoscenza della materia e al rapporto con gli alunni e che garantiscano regolarità nella presenza al lavoro, rispetto degli orari e capacità di rapportarsi con tutti coloro che vivono nella scuola con civiltà e buone maniere.

Il nostro Castiglioni si troverà di fronte ad un compito molto gravoso e importante. In più non avendo il conforto delle circolari ministeriali che stabiliscono scadenze, orari, scelta delle materie aggiuntive, controllo continuo delle deficienze dell’istituto e immediata soluzione di tutte le eventuali carenze della sistemazione delle classi, non avendo più l’appoggio della Provincia, dovrà trovare un equilibrio pressoché impossibile tra bisogni e risposte, con il rischio di essere chiamato alla fine dell’anno dal direttore generale che gli propone diplomaticamente un cambio di sede. Quanto al rapporto con gli insegnanti che sarà libero di controllare, di esortare a cambiare sistema, di aggiornarsi e prepararsi meglio e alla fine di licenziare, la tensione di un dirigente diventerà drammatica. Ancora oggi se un insegnante non va, ad esempio parla del suo gatto invece di fare lezione o insegna musica spalancando la finestra e dicendo ‘Ascoltate il suono della natura!’ (casi non estremi e tutti rilevati) bisogna tenerselo e mediare tra la caciara degli alunni e le lamentele dei genitori. È pur vero che internet avanza anche se sotto i banchi e rimette a posto le informazioni, anche in classe, ma non è così che intendiamo la “buona scuola” perciò, e ho parlato solo di alcuni dei grandi temi che si apriranno, converrà al nostro simpatico Castiglioni, che per ora guida un istituto tecnico commerciale ancora a misura del passato, preferire la comoda poltrona di consigliere dell’opposizione o se andasse molto molto bene alla Pantana quella di maggioranza, piuttosto che trovarsi protagonista della “buona scuola”.


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