La rinascita degli Afterhours
Gramsci, Pessoa e lame affilate
CIVITANOVA - "Io so chi sono" segna una nuova strada per la band milanese che nei teatri trova una dimensione di intimità con i propri fan. Uno spettacolo studiato nei particolari per continuare ad infiammare platee e animi
di Marco Ribechi
(foto di Riccardo Angeletti)
Tornano gli Afterhours a suonare la sveglia, in giacca, camicia e coltello tra i denti. Nel 1996, dopo la pubblicazione della pietra miliare “Hai paura del buio?”, nessuno avrebbe mai immaginato di trovare gli Afterhours in un tour teatrale. Invece dopo una profonda analisi di coscienza, dovuta alle dolorose defezioni di Prette e Ciccarelli, la band che per 25 anni ha frustato i suoi fan col filo spinato, decide di fare tabula rasa del passato e ripartire da “Io so chi sono”, manifesto introspettivo di una nuova rinascita. Gli After cambiano pelle, ma continuano a restare nel loro splendore dimostrando a tutti le ragioni delle loro scelte sostenute dal sapiente uso degli spazi teatrali. Nelle tre ore di generosa esibizione offerta al pubblico di Civitanova sicuramente una cosa è stata chiara: non si tratta di un semplice concerto traslato nella realtà teatrale ma di uno spettacolo studiato nei minimi particolari per trasmettere il nuovo volto della band.
Da subito Manuel Agnelli ha mostrato il desiderio di intrattenere un intimo contatto con i propri fan è l’ingresso sul palco dal lato della platea sottolinea questa necessità e vicinanza. La partenza è bruciante, riemergono i suoni acidi e le distorsioni noise di un gruppo che ha sempre fatto dell’impatto strumentale la sua vocazione. Niente fronzoli, niente elettronica, solo le sapienti distorsioni di Xabier Iriondo a creare un velo psichedelico sulla graffiante voce di Agnelli, in forma come non mai. Luci e scenografia minimali, sullo stage solo i sei animali da palcoscenico con tutta la loro voglia di aprire un nuovo capitolo nell’instabile panoramica artistico attuale.
Le letture recitate tra un pezzo e l’altro, sono il punto di partenza per affermare che c’è ancora molto da scrivere: il pezzo di Antonio Gramsci “Odio gli indifferenti” arriva a ricordare che gli After sono ancora li per svegliare le coscienze e per odiare gli inetti, “Moloch” tratto da “Urlo” di Allen Ginsberg mostra il marciume di una società a cui non bisogna rassegnarsi, il passo de “Il libro dell’inquietudine” di Pessoa e la sintesi dell’analisi esistenziale portata avanti dai membri del gruppo. Si riparte dall’io, dall’individuo, dalla coscienza delle persona che vive dietro l’artista, del soggetto che vive dietro il fan. Intanto sul palco oltre agli strumenti elettrici anche trombe, violini e contrabbasso offrono uno spettacolo di un’intensità sempre sostenuta sul filo del rasoio, che non eccede nella distruzione del rock ma che non vuole neanche lisciare il pelo ad un pubblico ammaestrato mainstream. Gli Afterhours si mettono a nudo quasi fino alla catarsi, nel momento in cui Manuel esegue chitarra e voce il pezzo “Place to be” di Nick Drake.
L’apice del contatto fan artista arriva dopo la pausa, quando i sei in versione unplugged tornano giù dal palco per cantare insieme al pubblico “Non è per sempre” come intorno ad un enorme falò. E poi giù di nuovo gli after svestono le giacche, si rimboccano le maniche e affilano i plettri per dare alla violenza una profondità, quello della maturità di una band che tramite un nuovo linguaggio non ha più bisogno di massacrare un palco per arrivare al pubblico. Nel concerto tutto è metafora, anche la seconda pausa, in cui gli ultimi membri arrivati nella band sono proprio quelli che più a lungo restano a calcare il palco, sono l’affermazione che saranno protagonisti, che la nuova storia è iniziata, una richiesta di fiducia nei confronti dei fan, ringraziati più volte durante il corso dello show. Se gli After avevano il timore di deludere il pubblico più affezionato sono riusciti nell’ardua impresa di mantenere la stima pur in seguito ad un cambio di stile che però non coincide con un cambio di rotta. Il messaggio è esplicito, sincero e evidente: una nuova strada è già stata tracciata ma il passato non è dimenticato. Il pezzo in inglese “Inside Marylin” dei tempi degli albori strizza l’occhio a chi si aspetta ancora rock e violenza. Concerto stellare, degno di uno dei più grandi gruppi della scena italiana, solo una nota stonata: l’assenza dei grandi classici che hanno catalizzato per anni la rabbia del pubblico. “Come inside”, “1.9.9.6”, “Dea”, “Male di miele” (definita la Smells like teen spiri italiana”) non sono reliquie di un passato che è cambiato ma patrimonio della canzone italiana, manifesti di intere generazioni. Chi mai ha il dovere di suonarli ancora se non gli Afterhours?










band memorabile.
purtroppo, me li son persi, ma il racconto è stato molto eloquente.
mi è sembrato di esserci.