Il bibliofilo –
Abbozzo per una dieta di cornacchie

Appunti di cucina, letteratura e fumetto
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                                                                                                                                                             Lo scrittore che non parla mai di mangiare,
di appetito, di fame, di cibo, di cuochi, di pranzi, mi ispira diffidenza,
come se mancasse di quacosa di essenziale. 

Aldo Buzzi, da L’uovo alla kok

 

 

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Edoardo Salvioni

di Edoardo Salvioni

 

Si tenta qui una divagazione che si straluni intorno ad un argomento sostanzioso solo come il cibo può essere. Come un poeta ed intellettuale corsaro rimembra, e rimembrando se la ride, con attitudine cannibale nei confronti di certi dimagrimenti del corpo sociale e statale, vieppiù su larga scala nell’oggi: “Abbiamo buoni stomaci”.

Da questa resistenza intestinale il discorso tenterà di farsi. Lungi ogni sterile riprova sul fatto che la cucina non abbia indubbia valenza nella realizzazione di capolavori o sia uno strumento critico potentissimo. Non si parla di spettacolarizzazione di una presunta cultura, né di politiche alimentari che sazino l’abulica sequela dei benpensanti. Sia beninteso, nessuna acida sacca delle urne che va rimpinzata. Solo il nomos della pancia.

Il pingue Manganelli, nei bellissimi corsivi del Rumore sottile della prosa, spiegando col gusto dell’obliqua trattazione dal contrario che gli è privilegio indiscusso cosa non sia un racconto, deduce che una idea chiara di narratività tipica del racconto sia da ravvisarsi nel notissimo La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene,  popolarmente noto come Artusi (dal nome dell’autore, oltretutto critico letterario, Pellegrino Artusi), in alcune sue splendide pagine. Egli non poteva che prestarvi attenzione, da buon amante di ricette e soprattutto di ristoranti quale era.

Racconta Gianni Celati, con dire quasi da leggenda orale, degna da tramandarsi ai posteri, che la cattedra bolognese del DAMS per la letteratura inglese fu rifiutata dal grande, ilarotragico Giorgio, perché i ristoratori del luogo non erano di suo gradimento. Tale episodio è esemplificativo di come cibarie, pensiero e resa degli stessi abbiano qualcosa in comune… Il grande successo editoriale dei libri di cucina è tanto banalmente evidente quanto tumulante di una centralità indiscussa dell’argomento.

Un caso unico e raro, senza miti di sorta, è Franz Kafka. Il rifiuto del cibo in questo autore consta di una divagazione, ai limiti dell’anoressia della critica che analizza il suo operato. Di fronte ad un nutritore così abissale ed enigmatico essa attesta la sua stessa liminarità inappetente. Qui si tenta di rimpinzarsi per un minimo nelle parole, tentando un ingenuo masticare.

Robert Crumb, eccellente fumettista e conoscitore della letteratura, parla di come Kafka fosse un lettore e solerte applicatore delle teorie alimentari di Horace Fletcher (da non confondere con l’omonima Signorina), noto dietologo americano la cui teoria si fondava sulla masticazione. Famoso l’aneddoto secondo cui il padre di Kafka si distraeva leggendo il giornale pur di non vedere il figlio alle prese con tale macchinosa pratica del triturare dentale, tanto da infastidirsi profondamente.

La masticazione, per Horace Fletcher, era da intendersi come il più necessario procedimento, su cui si fondava una corretta assunzione di un pasto, il quale prima della deglutizione, doveva essere masticato almeno per trentadue volte. Una perfetta masticazione constava di cento movimenti. Flethcer, soprannominato “il grande masticatore”, aveva una presa teorica in Europa per queste sue neppur troppo balzane teorie, e Kafka, già curioso quanto minimo mangiatore, ne fece lettura come bagaglio pratico, oltre a consolidare la sua pratica di vegetariano e attento analista dell’alimentazione.

Come d’altronde scrive sempre Aldo Buzzi nel suo Uovo alla kok, nel cercare di dare un quadro alimentare dell’autore, con fare faceto nell’atto descrittivo, ma che nasconde una decisa serietà:

<[Kafka n.d.r] Era vegetariano e del mangiare si curava poco.
Tuttavia per il brodo faceva forse una comprensibile eccezione. “Lei dice questo con lo stesso malumore di chi avesse trovato un pelo nel brodo” dice un personaggio di un suo racconto. E in un altro racconto si legge: “Egli mi sorride quasi gli portassi il miglior brodo ristretto”.>

Il cognome “Kafka”, dice ancora Max Brod, è di origine ceca e, nella giusta grafia “ Kavka”, significa letteralmente “cornacchia”. Se non fosse un uccello così poco attraente, direi che ricorda il tenebroso viso di Kafka. “La carne di questo volatile” scrive un naturalista del secolo scorso “ripugna, ma suol somministrare un brodo eccellente e sanissimo”.

Non a caso, uno dei più noti racconti di Kafka è Ein hungerkünstler, uscito prima in rivista, poi in una piccola raccolta con lo stesso titolo che l’autore volle pubblicare, una delle poche cose che furono difatti pubblicate. Tradizionalmente viene tradotto come Un digiunatore (come nel caso della classica versione di Ervino Pocar), sarebbe più letteralmente traducibile come un artista della fame o un artista del digiuno (come nel caso di Gabriella De’ Grandi, nell’edizione Quodlibet restituita con la stessa struttura che l’autore diede alla raccolta in quattro racconti, in cui questo racconto funge anche da titolo).

Sulla natura composta di questi due termini, hunger e kunst, si rende la valenza che arte e fame siano interrelate tra loro. Non a caso, in Knut Hamsun, il viandante, bohemién e scrittore,  protagonista di Fame, centellina sempre quotidiane retribuzioni di poche corone e pasti di occasione:

<Trovai una panchina solitaria e mi buttai velocemente sulle provviste. Ciò mi fece bene. Un pasto così abbondante non lo avevo fatto più da parecchio tempo, sicché provai a mano a mano quella sazia tranquillità che si prova dopo un gran piangere.
Sentii crescere enormemente il mio coraggio. Ora non mi accontentavo di scrivere su un argomento così semplice e ovvio come i delitti dell’avvenire. Argomento, del resto, che non presentava enigmi: bastava un’occhiata alla storia e tutto era chiaro. Ora mi sentivo capace di affrontare ben altri compiti. Ero talmente di buon umore che avrei saputo risolvere quesiti assai più difficili […]… Ma mentre stavo per prendere l’occorrente per scrivermi e mettermi al lavoro, mi accorsi che non avevo più la matita. L’avevo dimenticata nel panciotto impegnato.>

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Copertina del racconto “Un artista del digiuno”, realizzato da R. Crumb nel fumetto “Kafka”

 

In Kafka, nel racconto di cui si sopra si parlava, c’è una foga ben più sommessa verso il cibo, ma come repulsa del cibo stesso. Il protagonista del racconto un artista del digiuno è una sorta di artista di strada il cui numero peculiare consiste nel non mangiare. Egli potrebbe essere considerato come un monstrum, essere straordinario in positivo come in negativo.  Egli viene trattato come una meraviglia da baracconata, chiusa dentro una gabbia, che la popolazione va ad osservare nel suo atto di privarsi con sentita abnegazione del cibo. Egli parla con convinzione del suo intento di privarsi in un tempo sempre più illimitato di questa circonvenzione che la natura pone agli uomini, il rituale del nutrirsi. Questo atto di sottrazione perenne viene elevato dal protagonista del racconto ad una forma di acrobazia fisiologica, tacitamente eseguita. Il “ rispetto verso l’arte” consente questa sua acribia del vuoto gastrico e non gli permette nemmeno la tentazione di cibarsi,  questo bisogno naturale che tutti chiama. Ogni quaranta giorni, l’artista della fame viene preso ed indotto, in maniera forzosa, ad un pasto che lo stesso recalcitra, sebbene privo di atti violenti, ad assumere. Gli impeti di violenza vengono semmai verso la pietà che i suoi osservatori esterni hanno, del suo stato altrettanto pervasivo di melanconia. Essi riconducono l’inappetenza alla malinconia, suscitando lo sdegno ferino dell’artista, che sente il suo appetito stinto come una vocazione assolutizzante, non come una conseguenza di un umore da bile nera. Progressivamente il suo pubblico si sfoltisce dopo anni, ed egli decide di lavorare per un circo. Nell’atto di lavorarvi col medesimo spettacolo, egli viene sempre più obliato dall’attenzione generale poiché la sua gabbia viene posta vicina alle stalle degli animali, le quali tuttavia sono in grado di attirare ben più capillarmente i visitatori. Questo porta tutti a dimenticarsi del digiunatore, tanto che egli riesce a perseguire quel che aveva sempre chiesto: digiunare per un tempo imperscrutabile. Egli digiuna sino a divenire nemmeno riconoscibile tra i pagliericci della sua gabbia. Qui i custodi, credendo quest’ultima vuota, decidono di utilizzarla per altro scopo. Qui trovano il digiunatore in fin di vita, che spiega, nelle ultime esalazioni del respiro, chiedendo una curiosa forma di perdono in terra, il motivo della sua “vocazione”: il rifiuto del “cibo del mondo” (n.d.r)  è dovuto all’assenza di un cibo che gli fosse  veramente confacente, che lo avrebbe spinto senza problemi a mangiare coi guardiani o con chiunque quando necessario. “Il cibo del mondo” che non è appetibile, è la frode che il mondo attua nei confronti della sua arte, volendo banalmente ricondurvi una morale, o una constatazione psicologica come fosse una parabola.

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Kafka edito da Quodlibet

Lo stesso autore del racconto, descrivendo suo padre e gli atteggiamenti che egli assumeva nei suoi confronti, tratteggia l’elemento del cibo come stessa consistenza della virilità. Come in questo passo della Lettera al padre:

Ad esempio, mi incitavi quando facevo bene il saluto e marciavo a tempo, ma io non ero un soldato in nuce, oppure mi incoraggiavi quando riuscivo a fare delle grandi mangiate bevendoci sopra addirittura birra. […] Poiché quando ero piccolo ci vedevamo soprattutto a tavola, il tuo insegnamento era in gran parte rivolto alla condotta da tenere durante i pasti. Quel che compariva in tavola bisognava mangiarlo, era proibito esprimere giudizi sulla qualità delle portate – tu però le trovavi spesso disgustose, le definivi “robaccia”; quell’ “animale” ( la cuoca) le aveva rovinate. E poiché tu, conformemente al tuo robusto appetito e alla predilezione per bocconi grossi e bollenti, mangiavi in gran fretta, il bambino doveva spicciarsi, a tavola regnava un silenzio opprimente rotto da esortazioni: “prima mangia, poi parla”, oppure “dai, più svelto, più svelto”, oppure “guarda, io ho già finito da un pezzo”. Non era permesso rosicchiare le ossa, ma tu lo facevi. Non era permesso assaggiare l’aceto, ma tu potevi. L’operazione più importante era tagliare il pane a fette regolari, ma che tu la eseguissi con un coltello gocciolante di salsa era indifferente. Bisognava fare attenzione a non lasciar cadere sul pavimento resti di cibo, e di solito erano sparsi soprattutto ai tuoi piedi. A tavola si doveva pensare solo a mangiare

[…]. Io vivevo comunque e sempre nella vergogna, provavo vergogna se mi attenevo ai tuoi ordini, dato che valevano solo per me; provavo vergogna se mi mostravo recalcitrante, perché lo ero nei tuoi confronti, oppure non ero in grado di adeguarmi perché non avevo né la tua forza, né il tuo appetito, né la tua agilità, cose che tu pretendevi da me considerandole ovvie; e questa era la vergogna più bruciante. Così si mettevano in moto non le riflessioni, ma i sentimenti del bambino (corsivo del r.)

Per quanto Adorno spieghi in Note per la letteratura e Prismi come la spiazzante narrativa kafkiana sia da intendersi come una parabola chiusa ed aperta al tempo stesso perché la chiave di interpretazione è sottratta, essa viene definita come Una parabola dell’impenetrabile, un oggetto a riflessione senza fine (Benjamin). Curioso come essa perennemente si moduli in una strana logica del desiderio e del suo annullamento, nella maniera di cui sotto, contenuta in un passo di Teoria estetica:

La forza della negatività nell’opera d’arte dà la misura dell’abisso fra prassi e felicità. Certamente Kafka non risveglia la facoltà di desiderare. Ma la paura reale, che è la risposta a prose come la Metamorfosi o la Colonia penale, il violento balzarne indietro per lo spavento, la nausea che sconvolge fisicamente il lettore ha a che fare, come difesa, più col desiderio che col vecchio disinteresse, che è stato cancellato da Kafka e da ciò che gli è seguito.

Anche Georges Bataille riconduce come perno fondamentale l’elemento dell’azione, in questo caso esemplificata dal padre, legandolo all’infelicità che cela una gioia ben più radicale, come nel capitolo L’universo gioioso di Franz Kafka, contenuto nel suo saggio sul boemo all’interno di un’opera monumentale come La letteratura e il male:

Insomma, egli volle essere infelice per appagarsi: il punto più segreto di questa infelicità era una gioia così intensa, che egli dice di morirne […]. La sovranità [della gioia, n.d.r] paga tale prezzo, può dare a se stessa unicamente il diritto di morire: non può agire, non può rivendicare diritti che sono esclusivi dell’azione; e l’azione non è mai autenticamente sovrana, avendo un risultato servile inerente alla ricerca di risultati; l’azione è sempre subordinata. Ci sarebbe qualcosa di imprevisto in tale complicità tra la morte e il piacere? Ma il piacere – ciò che piace, senza calcolo, contro ogni calcolo – essendo l’attributo o l’emblema dell’essere sovrano, ha per sanzione la morte che ne è anche il mezzo.

Certo non è da stupirsi che quel succulento brodo narrativo, concentrato mortifero di un animale così poco attraente, derivi da una nauseabonda gastronomia, così a patti col grottesco e l’assurdo, un’obliqua comicità. Ma il piacere che ne deriva è come una dieta di cornacchie che sanno sanamente rifocillare.



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