La bella pagina
“I poeti impossibili”

da "Poesia non poesia" di A. Berardinelli (Einaudi, 2008)
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I poeti impossibili

 

Come si può parlare criticamente, usando il linguaggio della critica letteraria, voglio dire, con il suo carico di cognizioni storiche e tecniche, occupandosi di tanti nuovi poeti? Me lo chiedo da tre decenni. Ma ogni volta è come se fosse la prima volta. La produttività poetica dilaga. Negli ultimi due o tre anni devo essermi distratto (me ne accorgo ora) perché apprendo che sono nate nuove scuole, nuove tendenze, di tonalità prevalentemente sadico-ilare o depresso-sadica. Ci sono in giro e in piena attività almeno venti o trenta poeti di cui so ben poco. Provo a leggere, a informarmi. Ma noto che la cosa più difficile è proprio questa. Già dire leggere è un eufemismo, perché leggere la maggior parte di queste poesie è difficile. Non meno difficile è quindi informarsi perché dai testi antologizzati si ricava poco, non bastano a farsi un’idea degli autori, mentre i libri interi sono ridondanti e fuori misura, perché dopo le prime pagine si sa già tutto. E’ un problema di consistenza? Il testo singolo non regge, sembra rimandare ad altro. Ma non regge neppure il libro, che si aggrappa, per esistere, a non più di tre o quattro poesie riuscite. Leggere poeti italiani contemporanei è quasi sempre esasperante. Non si capisce perché quella parola sta lì, non si capisce perché dopo quella frase c’è quell’altra, non si capisce perché si va a capo (ma questo è un vecchio problema della modernità), non si capisce perché il testo finisce a quel punto, non prima, non dopo. E’ veramente strano che con tante scuole di scrittura creativa, nessuno sia riuscito, in questi ultimi dieci anni, a insegnare il minimo di tecnica utile. 
Dunque potrebbe essere vero quello che dice il titolo di un libro di Alessandro Carrera: I poeti sono impossibili. Carrera sembra aver trovato l’analgesico, l’eccitante, il sedativo, o meglio il disintossicante per chi abbia passato anche solo un’ora a cercare una poesia buona dentro antologie e almanacchi appena arrivati.
(…)
Orazio lamentava che i poeti fossero innumerevoli. Quevedo scriveva che “Dio aveva mandato un’epidemia di poeti in Spagna per punirci dei nostri peccati”; due secoli dopo Pietro Giordani si lamentava con Leopardi che ormai chiunque sapesse leggere e scrivere si riteneva in grado di impugnare carta e penna e gettar giù versi a profusione; Osip Mandel’stam constatava con scoramento l’esistenza di un miserabile eserecito di poeti che aveva invaso la Mosca rivoluzionaria. Montale scrisse che “se Guglielmo Giannini, invece di fondare il movimento dell’Uomo Qualunque, avesse fondato il partito del Poeta Qualunque, con obbligo dello Stato di stampare a proprie spese i versi di ogni cittadino, avrebbe mandato almeno un centinaio di poeti in Parlamento”.
E’ già molto. Ma Carrera aggiunge: “Dopo la rivoluzione sandinista in Nicaragua, per testimonianza di chi c’era, mentre il paese aveva un disperato bisogno di ingegneri, capimastri e idraulici, ogni volta che si annunciava una lettura pubblica centinaia di aspiranti poeti si mettevano in fila dal mattino, determinatissimi a leggere le loro invettive contro los gringos, mentre intorno non c’era una strada che non fosse piena di buche”.

DOLCEZZE-DELLA-POESIA

fotoritocco di F. Davoli



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