Camerino celebra la forza della legalità
e ricorda Giovanni Falcone
CHIAVE DI LETTURA - Ne parliamo con don Luigi Merola, ospite di Unicam, che ammonisce: "Solo con l'istruzione il nostro Paese può vincere la mafia"
Se è vero che il bene non viene raccontato perché non “fa rumore”, anche se il rumore non fa bene; è vero anche che ci sono uomini come Giovanni Falcone, il cui solo ricordo evoca, in maniera dirompente, il bisogno di raccontare il bene da perseguire. E anche Camerino, in occasione del ventiduesimo anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, ha celebrato, come tutta l’Italia, questo grande uomo, che ha segnato la storia.

don Luigi Merola a Camerino
La Scuola di Giurisprudenza dell’Università cittadina ha, infatti, invitato ed accolto un testimone d’eccezione a parlare della forza della legalità: don Luigi Merola. Con la simpatia di un napoletano verace ha travolto il folto uditorio di giovani intervenuti per ascoltarlo. Ha spiegato che è venuto a render partecipi i ragazzi (e lo ha fatto concretamente chiamandoli a turno dal pubblico a fianco a sé) ed i docenti del proprio impegno nell’attività di formazione perché il prete lascia la sacrestia e va per la strada. Se Gesù cercava la pecorella smarrita, papa Francesco ha ricordato che oggi il pastore ne trova una nell’ovile e deve uscire a trovare le altre 99. Subito gli chiediamo.
Cosa significa, per lei, parlare di legalità in una Scuola di giurisprudenza? «E’ importante, perché questi giovani diventeranno magistrati, avvocati, professionisti… Dobbiamo stimolare questi ragazzi, dobbiamo infondergli la voglia di conoscere, di studiare, di fare bene e vivere bene, di prepararsi per gli esami, perché, altrimenti, è difficile salvare questo Paese, specialmente se escono fuori dalla scuola, ma anche dall’Università, senza conoscere le materie fondamentali, come si ricava dai dati Invalsi. Insomma, ho voluto accendere un riflettore a Camerino perché la piaga della mafia si sconfigge facendo bene il proprio dovere, cominciando dallo studio.»
E Giovanni Falcone cosa deve insegnare? «Falcone ha trasmesso delle idee ed ora devono “camminare sulle nostre gambe”. Oggi, con questo incontro, abbiamo buttato un altro seme su questo territorio, che è sede di università e di scuole. Sono realtà diverse, però ci auguriamo che “il lievito possa fermentare” e raggiungere anche il nostro sud. Questi giovani saranno figure dirigenti. Camerino è un luogo dove passano un po’ tutti, perciò anche se siamo lontani, in realtà siamo a “cento passi”, siamo vicini, perché la mafia non si trova solo al sud. Perciò l’attenzione che abbiamo voluto portare sulla fondazione “a Voce d”e creature” è rivolta agli studenti, che devono essere le sentinelle del loro territorio, riscoprire il senso del dovere ed imparare a fare i cittadini. Non sono forse meglio gli occhi attenti di tutti i cittadini rispetto ai pochi delle forze dell’Ordine? Non basta delegare alle forze di polizia la bonifica o la sconfitta della malavita ma spetta a ciascuno di noi.»
Queste realtà di camorra e mafia, che ha raccontato, si riescono a sconfiggere? «Sono realtà dove i risultati non avvengono subito. E’ come la chemioterapia, ci voglio anni per debellare il cancro. A Napoli, come per il resto delle mafie che stanno al sud, occorre tempo ed una giusta politica. Occorre dare risorse alle scuole, agli oratori, alle università. Non dimentichiamo che Giovanni Falcone si è formato nell’oratorio, come Borsellino ed anche Buscetta (che poi si è pentito). Se il Paese Italia non capisce che non bisogna costruire le carceri ma le scuole, allora è un Paese che perde. Se comincerà ad investire sull’istruzione, allora sarà un Paese vincente.»
Come vivono i ragazzi in queste realtà tra angosce, paure, insicurezze… «Vivono, innanzitutto, con la paura, perché prima c’era il boss che era il punto di riferimento. Ora la maggior parte di queste organizzazioni criminali, grazie al lavoro delle forze dell’Ordine e delle Istituzioni, sono assicurate alla giustizia e gli appartenenti ad esse sono finiti in carcere. Quindi molti di questi ragazzi non hanno più un punto di riferimento. Dunque non hanno chi gli dà da mangiare, chi gli dà l’avvocato …, perché poi le organizzazioni hanno comprato il silenzio dei cittadini dando dei servizi. Ora, però, lo Stato deve tornare ad occupare il territorio quotidianamente. Non bastano i blitz oppure i famosi progetti con la repressione e l’esercito massiccio. Qui si tratta di investire sull’esercito massiccio degli insegnanti, dei genitori, dei preti, in modo da formare una squadra vincente.»
Come si crea, quindi, la squadra degli “uomini di buona volontà” per fronteggiare i clan della camorra? «Lo si fa mettendo questi uomini attorno ad un tavolo, sempre più numerosi, dimostrando che non c’è bisogno di chissà quante risorse per sconfiggere questo cancro, questo clan di malavitosi, ma basta l’esercito degli uomini di buona volontà, come direbbe Giovanni XXIII, da poche settimane Santo. C’è bisogno di credere innanzitutto nella nostra scelta di bene. Il bene può vincere, c’è l’ha detto il Signore. Dunque, bisogna credere nei sogni, che si realizzano se siamo in tanti a condividerli. Se, invece, siamo soli o siamo lasciati soli, rischiamo di fare la fine di Giovanni Falcone, che oggi abbiamo ricordato.»
Lei ha detto che “è più facile trasformare gli angeli in bestie che le bestie in angeli” e la speranza cristiana? «Più che la speranza cristiana in questo discorso c’è il lavoro quotidiano a Napoli ne “a Voce d”e creature” (la nostra fondazione), dove è stato molto faticoso e si sono spese tante risorse e tanto tempo per recuperare i ragazzi dalla strada e riportarli in circuiti sani. Ebbene, la Fondazione, che opera oggi in una residenza sequestrata ad un boss, vuole rappresentare un’occasione, secondo quello che diceva San Giovanni Bosco, per formarli prima come cittadini e poi come onesti cristiani. Tenere i ragazzi quanto più tempo possibile con noi porta ad una speranza sempre maggiore, ma non dobbiamo intervenire sempre alla fine. Non è che viene meno la speranza del prete, però nel mio quartiere a Sanità, Scampia o Forcella vedere solo i posti di blocco dei carabinieri (come se avessimo delegato l’ordine pubblico ai carabinieri o ai poliziotti) non serve, cioè loro devono intervenire, ma è fondamentale il compito di noi educatori, della scuola e degli insegnanti. Dunque la speranza deve agire cominciando a lavorare subito e non aspettando che la patologia porti alla morte. Anche nel cancro, oggi, si parla di prevenzione. Dunque qui a Camerino, oggi si parla di prevenzione.»


