“Albe e notti qui variano per pochi segni”

Il nuovo editoriale di Filippo Davoli
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“Uff” (autofotoritocco di F. Davoli)

 

di Filippo Davoli

Albe e notti qui variano per pochi segni.
Comincia con questo verso – che è quasi un esergo – “Il sogno del prigioniero” di Eugenio Montale. Il protagonista di quella splendida poesia racconta la sua permanenza in gattabuia, ma il verso iniziale sopra citato ci è utile per volare pindaricamente dal carcere montaliano al clima. Che – dicono gli esperti – ci ha condotti dallo scorso mercoledì dentro la primavera.

A me non pare le cose stiano così. Anzitutto perché – a primavere inoltrate – la memoria ci riporta di improvvise bufere anche di neve, con vistosi crolli delle temperature (specialmente nella Settimana Santa, in cui si direbbe che la natura partecipi della Passione e Morte di Nostro Signore). Ma soprattutto direi che non siamo piovuti dentro la primavera, semplicemente perché non siamo mai usciti dall’autunno: o vi risulta che quello tra il 2013 e il 2014 si possa chiamare inverno? Non è stato piuttosto un lungo prodromo alla primavera che oggi si conclama?

Albe e notti qui variano per pochi segni. Mi domando spesso se le profezie catastrofiste dei mass-media, in termini di meteorologia, servano a sensibilizzare i tenutarii delle casse europee: perché alluvioni ce ne sono sempre state, nevicate abbondanti pure, e così dicasi per tutte le altre disavventure atmosferiche. Né è dato credere che la loro manifestazione attuale sia di per sé più disastrosa di quanto avvenuto nei decenni o nei secoli precedenti; a meno che – per fare un discorso completo e senza sconti – non si vadano a scoprire le cause, che spesso si annidano nella leggerezza irresponsabile con cui l’uomo violenta l’ecosistema. Con l’eccezionalità delle piogge e le “nevicate del secolo”, di cui tuttavia è piena la letteratura, le albe e le notti – a ben guardare – non variano che per pochi segni. Certo, non fa piacere scoprire di non essere immortali. Ma è pur sempre la verità. E tutto sommato un grande bene.

Scrive Paolo Ruffilli nel suo libro La gioia e il lutto che, se si inceppa il meccanismo della ruota che fa girare le generazioni, è come se il mondo si fermasse; un cuore che non batte più; una bella fotografia ma senza anima, senza respiro; mentre è nelle cose, nella normalità di esse, che le generazioni si avvicendino, si subentrino, con una naturalezza che non trova rispondenza nemmeno nel tentativo – ancora un volta tutto umano – di scardinare quelle precedenti a forza: ossia, inceppando in altra maniera e volontariamente il meccanismo; in buona sostanza rompendolo. Il fiume del “Grande stile”, invece, è uniforme: scorre guardando alla foce, sospinto dalle acque della sorgente: non ci sono dighe. Le quali – proprio come in natura – finiscono per potenziare (ma immobilizzare) le acque separate, riducendo il fiume a un fiumiciattolo di ben poca consistenza.

 

Credo che sia dolce, oltre che opportuno, invecchiare ed anche sparire, prima o poi. Morire, come dice un passo mirabile della Bibbia, sazi di giorni, anziché di anni. E’ il fiume vissuto nella sua interezza, nella capillarità dei suoi eventi quotidiani, nella cui ripetizione si può ancora e sempre scoprire – per dirla ancora una volta con Montale – che il mio sogno di te non è finito. 



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