Luigi Bartolini. L’incisore solitario

Il nuovo ritratto di Francesco Scarabicchi, dedicato stavolta al grande artista di Cupramontana
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Francesco Scarabicchi

di Francesco Scarabicchi

C’è un’acquaforte di Luigi Bartolini (nato a Cupramontana, in provincia di Ancona, l’8 febbraio 1892 e morto a Roma il 16 maggio del 1963), in esemplare unico, che non possederò mai e che amo: L’incisore solitario del 1925. La amo perché consegna (insieme con un’altra, Il davanzale piccolo, del 1924, tirata in dieci esemplari ) un carattere di Bartolini quasi sempre occultato o nascosto dalla vitalità della sua policentrica e poliforme attività: il carattere della solitudine. A prima vista, parrebbe davvero in contrasto con l’esuberanza fisica e artistica. Se si attraversa per intero la foresta del suo lavoro complessivo, ci si accorge della quantità davvero notevole, qua e là eccessiva, soprattutto sul versante della scrittura.

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Luigi Bartolini, L’incisore solitario

Sovrabbonda. Basta scorrere una aggiornata bibliografia che coinvolga libri, saggi, articoli. Se si raccolgono le memorie ancora possibili di coloro che lo hanno conosciuto e frequentato, di chi lo ha avuto amico, dei molti che lo hanno avuto nemico, si avranno sorprese sulla natura dell’uomo e dell’artista. Fuoco e furori, rabbia e tempeste; l’aneddotica su Bartolini è vasta. Tutto, alla superficie, dà conto di una passione non comune, sangue e vento nelle vene, pressione alta e il mondo preso di petto. In apparenza, perché poi c’è quell’acquaforte del 1925, terribile, bellissima, chiusa nel suo perimetro di silenzio senza remissioni, deserta, sebbene si indovini, nel semibuio, la sagoma seduta dell’incisore (il misantropo, come recita il sottotitolo fra parentesi). Sta forse in quell’interno di chiaroscuri (nella trama drammatica di una stanza con la finestra aperta a destra di chi guarda l’incisione, col tavolino contro la parete, gli oggetti sulle mensole, un cesto e la sagoma di una cassapanca) la verità profonda e mai esibita, la cifra di una storia molto spesso smentita dalle vicissitudini, dagli incontri, dalla cronaca, dalla congerie di un tempo – come tutti i tempi – crudele e umiliante, generoso e gentile, tragico ed umanissimo lungo la strada che va in una sola direzione e non consente mai di tornare indietro.

Luigi-Bartolini

Luigi Bartolini

Nella poesia di Bartolini si indovina, evidente come una gemma, il volto della paura, della fragilità, di una inerme innocenza pronunciata per contrari. Tenacemente ha lavorato per cancellarsi la strada dietro e non lasciar traccia della dolcezza, della tenerezza, della fragilità, dell’inerme innocenza; colpiva non tanto per difendersi o restituire le offese, ma per una acutissima difficoltà, per una piega dolorosa della sua anima che sentiva la grazia e la riconosceva ogni volta violata. Il suo limite, in un certo senso, sta nella difficoltà ad accettare un destino che lo voleva segnato dalla vocazione esclusiva per il disegno, a quel grado massimo di tensione. “Mi tremano le vene”, scriveva nel 1940 riferendosi all’incidere, “sulla  lastra, a piena grande aria”. Nell’opera grafica egli essenzializza lo stile, lo esaspera fino a condurlo al limite estremo. Bartolini cerca la via per le cose, per i paesaggi, per gli ambienti, per le figure. Il suo realismo è un atto di gratitudine testimoniale. “Assisto, dall’ombra…”. L’uomo seduto di schiena, curvo sul tavolino da lavoro, muto, disegna, per sempre, solitario e solidale.



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