“Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto”

Una rilettura di Cesare Pavese e ‘La luna e i falò’
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TARTAGLIA

Davide Tartaglia

di Davide Tartaglia

Nel 2001 Alberto Bevilacqua, in seguito all’assegnazione dell’analisi della prima pagina di La luna e i falò di Cesare Pavese fra le tracce dell’esame di stato, commentava: “è talmente evidente che Pavese, e questo brano in particolare, sono lontani dai pensieri dei ragazzi d’oggi, che non capisco perché non viene loro proposto qualcosa che gli appaia meno remoto”.

E’ questo il destino al quale fu sottoposto Pavese, non solo nella sentenza tanto perentoria quanto parziale di Bevilacqua, ma anche e soprattutto nel giudizio dei suoi contemporanei. La sua vicenda letteraria ed umana, il tragico epilogo del suicidio, lo hanno reso in vita e da morto uno scrittore sempre eccessivamente scomodo. Forse per quel vizio assurdo di non fare sconti rispetto all’esigenza di capire il significato ultimo del reale, rispetto al bisogno insopprimibile di amare e di essere amato che trasuda da ogni sua pagina (per questo, spesso ancora oggi,  la triste fine di Pavese è banalmente etichettata come il compimento scontato dei suoi ripetuti fallimenti con le donne).

Al netto di qualsiasi nostra considerazione e della grandezza che la storia comunque gli ha riconosciuto, resta l’evidenza che

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ancora oggi Pavese rimane uno scrittore ostico, scomodo, imbarazzante perché forse troppo oscuro, vertiginoso. La sua insopprimibile esigenza di verità, la sua lucidità nello smascherare l’ipocrisia e la banalità delle relazioni sociali è evidentemente una colpa troppo grande. Lo stesso Calvino, che ha sempre riconosciuto in Pavese un suo grandissimo maestro, esortò il suo amico a distrarsi dal tremendo rovello che lo ossessionava consigliandogli addirittura di non continuare nella scrittura del suo diario segreto Il mestiere di vivere, pubblicato poi da Einaudi nel 1952, dopo la morte dello scrittore piemontese. Ci saremmo persi uno dei più grandi capolavori del Novecento.

Che cosa dunque appassiona ancora oggi di Cesare Pavese? Cosa ci fa percepire il suo ‘sentire’ così estremamente vicino nonostante la distanza di sicurezza che comunque ogni lettore cerca di costruirsi di fronte alle sue opere? C’è evidentemente un terreno comune che dalla vicenda particolare dell’artista di San Stefano Belbo, seppur così unica nella sua drammaticità si staglia in uno spazio universale che riguarda l’ uomo di ogni età, di ogni luogo.

Il testo di Pavese forse più ostico ma in cui questa evidenza emerge senza fronzoli, in un asciuttezza cruda, limpida, a tratti disarmante è sicuramente La luna e i falò. Il romanzo è stato scritto tra il settembre e il novembre del 1949, pubblicato poi nella primavera del 1950. E’ l’ultimo romanzo dello scrittore che proprio in quell’anno porrà fine alla sua sofferta esistenza. Per questo, e non solo, La luna e i falò può essere considerato a giudizio unanime l’opera-testamento. Se spremuto all’osso, possiamo ricavare la linfa della poetica e dei temi che hanno ossessionato lo scrittore piemontese e può aiutarci dunque, più di qualsiasi altro scritto a rispondere alle domande sopra.

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la copertina di una vecchia edizione del romanzo

Pavese con l’espediente narrativo del ritorno dall’America nelle langhe piemontesi di Anguilla, narratore e protagonista, ci conduce fin dentro il ricordo della sua infanzia, tra i luoghi che hanno segnato la sua età più verde. Nel romanzo non accade nulla, l’intreccio degli eventi è in buona sostanza assente, il leit-motiv ripetuto che movimenta la struttura del romanzo è questo rimbalzare continuo, questo legame ricercato – che se vogliamo è l’istanza ideale che muove Pavese alla scrittura – tra il presente di un Anguilla cresciuto, deluso dal sogno di emancipazione americano ed il passato da bastardo nelle cascine del suo paese di origine. In questo senso, se ciò che si cerca nelle pagine è l’esaltazione adrenalinica, il colpo di scena, il susseguirsi spiazzante di eventi stranianti possiamo trovarci perfettamente d’accordo con Bevilacqua nell’affermare che oggi La luna e i falò è un romanzo inutile, lontano anni luce dalla sensibilità dei più giovani e anche dei più anziani, lanciati in un sogno di immortalità giovanilistica a cui la società neanche troppo velatamente ci educa.

Eppure questo libro è traboccante di un pathos, di una drammaticità vertiginosa che investe il lettore più attento, maggiormente paziente ma non per questo meno affamato; il lettore cosciente che il libro, come la vita, non è una rincorsa frenetica alla scoperta della fine ma è la ricerca appassionata delle ragioni dell’istante per goderne in tutta la sua vastità.

La luna e i falò è un romanzo di cui esplicitamente, fin dalla prima pagina, conosciamo la fine e dunque al centro di tutto c’è il ritorno, uno scavare febbrile di Pavese nei suoi ricordi, nella sua coscienza, c’è la ricerca viscerale di un’appartenenza ad un luogo: “Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”. E’ questo il punto infuocato che incendia Pavese e tutta la sua opera ed è proprio questo che ce lo fa avvertire ancora oggi così irrimediabilmente vicino, nonostante i temi trattati e i luoghi così minuziosamente descritti siano strettamente quelli della sua infanzia: il casotto di Gaminella, la stradina che conduce verso Canelli (sogno di emancipazione dei giovani del paese), la casa del Salto, le irraggiungibili Silvia e Irene, etc.

“Un paese è quello che ci vuole, non fosse per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. […] Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?”

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lapide in memoria di Pavese

E’ questa la crepa che percorre tutta la vita di Pavese e che angustia ogni suo scritto, ed è proprio questa crepa che schiude l’abisso dalla quale il lettore si allontana ma è inevitabilmente attratto. Nonostante le storture, le contraddizioni della propria terra, che oggi Anguilla vede ancora più nitidamente, “un paese ci vuole”. Un padre, una terra, un luogo a cui appartenere, in cui tra le pieghe del viso o della collina si scorgano più precise le fattezze del proprio volto è tutto ciò che l’uomo desidera sulla terra.

Che sia una un posto malato, un padre immondo non importa, “non fosse per il gusto di andarsene”, non fosse solamente il porto, il mare nostrum dal quale partire a scandagliare l’abisso che abita oltre le colonne d’Ercole. E non c’è nulla che riesce a far tacere questo grido primordiale che ci percorre fin dentro le ossa. Anguilla, infatti, nonostante il successo dell’affrancamento dalla servitù che riesce a raggiungere con la sua fuga/viaggio oltreoceano si trova costretto a tornare, a posare di nuovo gli occhi tra le vigne tanto amate e maledette. Neanche una donna può sostituirsi a questa ricerca inesauribile che è l’istanza più profonda di ogni nostro gesto, ad ogni età: “quella notte, se anche Nora si fosse lasciata rovesciare sull’erba, non mi sarebbe bastato”. Questa rabbia, che a tratti si trascina nella tentazione di un cinismo fiacco e fatalista torna continuamente a galla nell’imbattersi con la realtà, nei dialoghi con Nuto (suo amico d’infanzia) e nell’affezione compassionevole che sorge nei confronti di Cinto: giovincello zoppo e maltrattato dall’attuale padrone della Gaminella. C’è sempre dunque una mano tesa dalla realtà, a volte il lampo di un ricordo a riaprire la ferita che brucia: l’esigenza di un posto a cui potersi donare integralmente: “Eppure avevamo girato girato, senza mai poter dire: questi sono i miei beni. Su questa trave invecchierò. Morirò in questa stanza”.

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il biglietto d’addio

La memoria, tema caro a Pavese in tutta la sua opera, è la voce protagonista del romanzo: “potevo spiegare a qualcuno che quel che cercavo era soltanto di vedere qualcosa che avevo già visto?”. Commovente dunque lo sforzo descrittivo di Pavese nel guardare il suo paese, il suo realismo senza sconti, l’esattezza lessicale dell’eloquio: “vedere dei carri, vedere dei fienili, vedere una bigoncia, una griglia, un fiore di cicoria, un fazzoletto a quadrettoni blu, una zucca da bere, un manico di zappa”. In un contesto letterario e artistico che si contorceva nelle parole enigmistiche dell’ermetismo – con alcuni eccelsi e irripetibili risultati, ovviamente – Pavese viveva eroicamente la sua fiducia totale nella carne e nel sangue che sgorgano dal reale, così come è: la rivelazione è gia tutta data nell’accadere delle cose, nel dato nudo; il compito dello scrittore, in un atto molto simile allo scultore, è liberare la realtà dagli orpelli che la soffocano.

Ma la grazia, la distanza, l’esigenza di scomparire di cui necessita questo lavoro possono essere solo quelle di uno innamorato della realtà. Pavese è stato proprio questo, uno innamorato e totalmente impastato con la realtà e nonostante i colpi inferti dagli eventi, l’insoddisfazione e il dolore compagne di una vita, non ha smesso mai di amare, in una ricerca continua e senza sconti. E questo, per fortuna, è tutt’altro che lontano dai pensieri dei ragazzi di oggi.



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