Il costo di una vita e il profitto che uccide

Angelo Ferracuti e uno sferzante arcivescovo Tonini sulla dignità di tredici uomini morti asfissiati
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Alessandro Moscè

 

di Alessandro Moscè
Angelo Ferracuti, scrittore marchigiano (di Fermo) è un reporter e non solo un romanziere. Anzi, ormai ha quasi del tutto abbandonato la narrazione-fiction che non nasca da fatti di cronaca, dalla realtà contingente, da una verità che si scopre attraverso luoghi e personaggi incontrati di persona. L’indagine è il suo mestiere, come in questo ultimo libro dal titolo Il costo della vita (Einaudi 2013) con un sottotitolo già ampiamente esplicativo: “Storia di una tragedia operaia”, accompagnato da un viaggio per immagini del fotogiornalista Mario Dondero. Nei cantieri Mecnavi di Ravenna, il 13 marzo 1987, tredici operai morirono asfissiati nelle stive di una nave gasiera, la “Elisabetta Montanari”. Viene ricostruita una vicenda che quasi trent’anni fa annunciava, come viene riportato nella quarta di copertina, l’avvento di una nuova, nefasta idea del mondo: quella del liberismo sfrenato, in cui l’imperativo del profitto diventa assoluto e la vita umana un valore marginale anche a causa di armatori ambiziosi e senza scrupoli. Ferracuti scopre e racconta, interroga e scrive, cerca di capire i dettagli, di farsi un’idea di ciò che è successo e di ciò che si poteva evitare se ci fosse stato il rispetto delle norme elementari di sicurezza. Nei cantieri navali di Ravenna, nel 1987, esisteva il lavoro nero e il caporalato. Le persone che pulivano le navi venivano reclutate occasionalmente. Scrive l’autore: “A fare i picchettini erano tutti operai italiani, molti dei quali di origini meridionali, sulla scia delle onde migratorie degli anni Sessanta…”. Giovani disoccupati, in cerca di una prima occupazione, alcuni studenti, altri cassaintegrati, privi del tutto di esperienza e professionalità. I picchettini raschiavano i doppifondi della nave, mentre a destra del serbatoio alcuni operai saldavano le lamiere con una fiamma ossidrica e nella semioscurità. Divampò un incendio e tredici persone morirono soffocate dal fumo nero senza trovare l’uscita. Sul porto non c’erano estintori e i vigili del fuoco non disponevano di una piantina della nave.

Angelo Ferracuti

Di questo reportage colpisce, in particolare, il dialogo tra Angelo Ferracuti, uomo profondamente di sinistra, ed Ersilio Tonini, arcivescovo di Ravenna, punto di riferimento per le istituzioni, gli operai e il sindacato. Fu proprio l’uomo di chiesa a smuovere le coscienze, a dire che quelle persone erano morte come topi e che lavoravano in condizioni disumane, e che come sempre ci vogliono i morti per scoprire la brutalità e l’ingiustizia. Usò parole assai dure, sferzanti, in contrasto con la sua figura minuta. Ho chiesto personalmente a Ferrucuti di dirmi cosa gli è rimasto impresso del dialogo con Tonini. Mi ha risposto: “Tra documentazione, viaggi e scrittura ho impiegato un anno e mezzo a scrivere questo libro. Il cardinale Tonini era molto vecchio, aveva quasi 100 anni, ma quella storia, e l’ho capito incontrandolo, ha toccato profondamente la sua coscienza tanto da tradursi in coscienza collettiva. Mi ha colpito la sua figura in quel momento, che nonostante fosse in una città laicissima e comunista, è riuscita carismaticamente a interpretare, più di tutti gli altri, il pensiero e i sentimenti dell’intero corpo sociale”. Tonini parlò di “grido contro l’anticreazione, di “ira veemente dei cuori”, di “disumana umiliazione”. C’è una frase nell’omelia dell’arcivescovo che vira contro il sistema e lo inchioda: “Tutto questo io lo ricordo per segnalare lo strano processo che attualmente è in atto. Da una parte la crescita stupefacente della tecnologia che moltiplica i beni della vita e dall’altra una corrente di pensiero che va erodendo l’estimazione del gran bene che è la stessa vita umana”. Ferracuti si è recato perfino in Egitto per raccogliere le testimonianze di fratelli e sorelle delle vittime della nave. Il libro è ben documentato, diluito nel dramma della certificazione. Risulta un attestato franco, obiettivo. L’analisi è sempre attenta e puntigliosa, privilegia di gran lunga il contatto con chi ha avuto a che fare con la tragedia. Ma Ferracuti sa anche descrivere il dolore dell’anima, di una città precaria (El Cairo, ad esempio), fino ad uno scavo interiore che si tramuta in visione non solo delle cose ma anche dello stupore. Nel quadro d’insieme emerge il senso spietato della “flessibilizzazione dell’uomo e delle macchine” come fosse il fantasma di quei tredici sfortunati. Per i parenti delle vittime niente è stato più come prima e l’eco della morte si ripercuote ancora come il primo giorno.

la copertina del libro



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