Quando il confronto fa bene all’arte (e agli artisti)

Vistita alla mostra WeArt, presso la Galleria Antichi Forni di Macerata
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di Jonata Sabbioni

 

di Jonata Sabbioni

Le esposizioni collettive corrono un rischio: eludere quel valore dell’arte che è la coerenza alla costruzione di uno spazio semantico riconoscibile. Eppure la mostra “WeArt”, che s’è tenuta a Macerata presso la Galleria degli Antichi Forni tra il 16 e il 18 gennaio scorso, ha rappresentato un episodio interessante di collettiva ben riuscita proprio perché unificata, oltre che negli intenti dei curatori (Mauro Morresi e Pierfrancesco Torresi) che hanno scelto artisti di provenienza maceratese-fermana, anche da un’atmosfera unificante: vivace, cromatica, ritmica. E sostenuta da spunti artistici interessanti, in termini di ricerca e di linguaggio plastico. Il titolo “WeArt” proprio a questo senso di partecipazione, e alla volontà di un confronto tra artisti e arti, rimandava. Non tanto, quindi, all’improbabile affermazione per cui tutto può essere arte, compresi noi – soggetti ed eventuali utenti -, ma quanto più perché il “noi” s’avvantaggia del confronto, del paragone, della coesistenza tra le diverse sensibilità e maniere, all’interno di un’esposizione collettiva. Meglio che in un museo, dove la storia diviene valore unificante (e, magari, equivocante!), una mostra di più autori può diventare un modo per condurre, da parte dell’osservatore, l’indagine più a fondo: i motivi delle sfumature, il senso del racconto, la dimensione autentica della metafora hanno la possibilità del giudizio di relazione. Purché non si passi, ben s’intenda, dal ritener positiva la pluralità al sostenere la coralità, ossia l’ideologia (grande equivoco!) degli “stili”, delle accomunanti “scuole” d’espressione, delle “poetiche” politiche (che hanno reso d’avanguardia anche le più deteriori sperimentazioni anarcoidi del post-modernismo). La mostra è stata ospitata presso la Galleria degli Antichi Forni. Lo spazio, dell’estensione di circa 600 mq, comprende una serie di locali che costituiscono i sotterranei del Palazzo del Teatro Lauro Rossi, sito in piazza della Libertà.  Il restauro avvenuto del 2000 ha riscoperto la fisionomia originaria degli ambienti con, in particolare, il recupero dei contrafforti in muratura, a caratterizzare la scansione dello spazio.  Dal percorso della mostra ricordiamo alcuni significativi richiami espressivi. Il fascino delle utopie urbane di Erika D’Elia, ad esempio. Il tratto determinato, netto e scuro, steso al carboncino da questa giovane artista, è sotteso da una trama più ampia e più chiara, ottenuta dal liquido di caffè. Essa confonde la visione, la scompone come in un prisma, la relativizza. Così, non sappiamo più a che epoca appartengano quelle architetture, a quale storia dell’uomo sia riconducibile il nostro percorrere lo spazio della tela. Anna Calcaterra, invece, presente con diverse opere, propone un astrattismo leggero e calibrato. Nelle nature morte che espone, la fissità della composizione, proprio come in Morandi, ha la funzione di muovere lo sguardo oltre le ombre, oltre la giustapposizione dei colori, verso la ricerca dell’equilibrio sintattico delle parti. Salvatore Ramaglia dimostra un grande arrangiamento compositivo nei suoi acquerelli di vedute marine e paesaggi. L’eleganza del contorno e il giusto peso dato al colore costituiscono la misura di una sensibilità preziosa, raffinata. Leonardo Corneli, che porta in mostra diverse opere come a formare un percorso di indagine intima e di ricerca, indaga il valore primario della forma oltre il cromatismo. Importante, per l’artista, è il tema del caos, inteso non nell’accezione di disordine quanto più in quella letterale di “spazio aperto”, “fenditura”, “abisso” (caos, dal greco antico chaos). In questo spazio intenso, soltanto confinato (fisicamente) dalla cornice, stanno figure, personaggi, forme, allusioni provenienti dalla memoria, dal sogno, dalle figurazioni di un passato mitico o storico (le forme piramidali, le sfere, le architetture). Rilucenti, queste composizioni, di un colore vario e dinamico, sembrano negare il punto d’ingresso alla composizione. Che pure esiste, ovviamente, ed è sempre imprevedibile.

Il talento di Christian Merlo, giovane pittore autodidatta, si esprime in una serie di ritratti intensissimi. I suoi volti, femminili e spirituali oppure maschili ed epici, assorbono lo sguardo, lo captano, grazie all’intensità del colore e alla profondità delle linee. Notevole, in particolare, il Cristo biondo che soffre, col capo cinto dalle spine, nel confronto psicologico col suo aspetto riflesso allo specchio. Con coraggio Merlo costruisce un album di figure imponenti e trascendenti. La compattezza degli oli su tela e lo studio dei chiaroscuri, nonché delle composizioni espressive, rendono la sua opera tra le più interessanti. Le belle grafie e gli inchiostri esotici del giovane Matteo Gubbinelli costituiscono una curiosa sperimentazione pittorica. Il monocromatismo e le fantasiose animazioni si coniugano all’ironia della sceneggiatura e allo spontaneismo più audace (e complesso) del disegno. L’astrattismo geometrico di Tommaso Iraci è sostenuto da una selezione cromatica intensa e calibrata, mentre le tele di Micaela Sason Bazzani, dimostrando un notevole controllo della composizione delle linee continue, delineano un sapiente facoltà narrativa e metaforica, sostanzialmente autonoma (le figure curvilinee sfumate e la descrizione della realtà nella sensibilità del colore declinante costituiscono, a ben vedere, un linguaggio già riconoscibile). Le tele di Novecento colpiscono, invece, per il fascino delle figure femminili trasfigurate: volti e corpi dolcemente allungati, magari incurvati eppure graziosi, solenni nei gesti semplici del suonare o del sorridere, trovano nel colore vivace il loro compimento poetico. Infine, la scultura d’argilla di Giuseppe Bravi sostanzia una duplice attitudine: quella al realismo dei corpi (animali, umani) e quella alla purezza del tratto e del profilo, della scanalatura e dell’ombra.

Questa mostra, intesa come uno spazio di co-esistenza e di relazione, ha dimostrato alcuni dei vantaggi di un’esposizione collettiva. Innanzitutto, un’iniziativa come questa fornisce agli artisti l’opportunità di una visibilità inedita: il flusso dei visitatori si amplifica rispetto a quello che ciascun artista, singolarmente, potrebbe innescare. Inoltre, una mostra plurale può costituire un vero stimolo artistico per gli autori che vi prendono parte, tanto più considerando la limitata disponibilità di occasioni di incontro tra artisti che operano spesso a notevole distanza dai circuiti della cultura accademica o, comunque, del mondo “ufficiale” dell’arte.

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