E. De Signoribus, da “Trinità dell’esodo”

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Eugenio De Signoribus

forse non ti riconosco, voce
che parli da un indistinto volto,
voce che cerco di guardare
alzando gli occhi sugli occhi,
voce che cerco di ascoltare
nel battere del suono,
proveniente da un oscuro ordine
o da uno strappo o abbandono

forse non ti riconosco, voce,
perché in te non rinasco
ma mi dibatto e commuovo
per il balbettìo dei tuoi occhi
per l’intermittente lumìo
d’un disperato segnale
come da un corpo separato
ma vivo ancora…
e ti ascolto e ti accolgo
e verso te m’attiro
come una vocale
dentro una parola

ciascuno nella propria carne
sente la prova che ha
e in quell’agone incontra
il sé umiliato o estraneo
e cerca un tessuto vivente
e spinge il sangue comune
malgrado il grido impotente
che nel fondo si svela…
e lì possiamo sentire
che sotto la spessa tela
c’è la speranza offerente
nel turbato alfabeto
un suono occultato
una sillaba ignota



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