Graziella Carassi,
la sua storia tra Potenza Picena,
Venezuela e Buenos Aires

MACERATESI NEL MONDO - La psicoanalista e psicoterapeuta torna in Italia dopo essersi trasferita con la sua famiglia a Caracas, ma il Sud America gli da spunto per il romanzo "Maddalena profuga per sempre"
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Graziella Carrassi

 

di Maria Cristina Pasquali

Graziella Carassi nata a Potenza Picena, psicoanalista e psicoterapeuta svolge la sua attività libero professionale tra le Marche e Roma. Dopo il diploma musicale all’Accademia Lanaro Roma, 
si laurea in Lingue e Letterature straniere a Urbino con Carlo Bo, di cui diventa assistente. Si laurea poi in Pedagogia ad indirizzo psicologico, e si abilita all’insegnamento di materie letterarie.
Negli anni settanta approda definitivamente alla Psicoanalisi con una formazione continua in ambito, che include corsi in Francia Belgio Olanda, Venezuela. Consegue il diploma in psicoanalisi infantile a Buenos Aires. E’ iscritta all’ordine degli psicologi delle Marche e formata all’Istituto per psicoanalisti “Lo Spazio Psicoanalitico” di Roma. Nel giugno 2011 pubblica il romanzo storico” “Maddalena profuga per sempre”, vicende di una donna che, bambina, lascia le fragili radici dello scenario di guerra goriziano e ripara profuga tra le dolci colline marchigiane, diventando compagna di classe della madre dell’autrice fino a giungere nella Capitale. La storia di Maddalena si intreccia dunque con la storia di Graziella, della sua famiglia e quella dell’Italia del ventesimo secolo.

Quando ha cominciato a viaggiare oltreoceano?
Sono stata sempre amante dei viaggi e desiderosa di conoscere altre culture. Negli anno ’60, la mia famiglia si è trasferita in Venezuela, Caracas, per motivi di lavoro. Mio padre aveva una impresa edile. Su progetto di mio fratello Guido ingegnere e con la collaborazione di mio padre Gino e di mio fratello Giampiero, furono realizzate diverse costruzioni importanti, tra cui una grande diga sul fiume Cariaco, vicino alla città di Carupano, a sud del paese, con lo scopo di garantire il rifornimento idrico dell’intera isola di Margarita.
Della mia vita a Caracas ricordo che vi incontravamo molti italiani, specialmente giovani recatisi là per cercare lavoro. La comunità italiana era numerosa, solida e coesa e rispettava molto le tradizioni.
Fra gli emigranti però c’erano persone senza grande istruzione e che venivano chiamati “mussiù” qualcosa di dispregiativo, in quanto erano ignoranti, parlavano in dialetto e non sapevano esprimersi in spagnolo.

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Anche la sua famiglia subì forme di razzismo?
No, perché eravamo persone istruite e venivamo trattate con maggiore riguardo. Però indubbiamente all’epoca (anni 60 -70) la comunità spagnola era la più quotata perché conosceva la lingua e poteva accedere anche agli impieghi statali.
Mi ricordo che la puntualità non era mai rispettata quasi si vivesse minuto per minuto e si fosse attratti da situazioni momentanee. L’atmosfera era accogliente essendo la gente del posto di carattere estroverso, ma nella realtà esistevano notevoli divisioni sociali.
Mio fratello Guido si sposò con una giovane dottoressa anestesista di origine spagnola. Tornammo nelle Marche ed alcuni di noi si stabilirono ad Ascoli Piceno, altri a San Benedetto.

Quando tornò in Sud America?
Negli anni ’80 partii per Buenos Aires allo scopo di effettuare una specializzazione in Psicoanalisi Infantile all’Università di Belgrano. Era appena caduto il governo dei colonnelli. Vi trovai un ambiente molto più colto rispetto al Venezuela, ma ferito a morte dalla dittatura e dal dramma dei “desaparecidos”. Si raccontava perfino che alcuni psicoanalisti erano stati prelevati e fatti sparire mentre eseguivano terapie di gruppo proprio durante il setting analitico, creando nei pazienti traumi su traumi. Dal punto di vista professionale e di aggiornamento fu una esperienza molto formativa per me. Infatti ebbi anche la possibilità di frequentare la Società di Psicoanalisi Argentina che è fra le più importanti, se non la più importante del mondo. In quella capitale incontrai anche poeti e romanzieri ed ebbi la fortuna di intervistare Jorge Luis Borges per il giornale “ La Naciòn”. Tutte queste esperienze mi hanno fatto riflettere sul tema dell’emigrazione e sul contributo dato sempre dagli italiani ai paesi in cui si sono recati per lavoro. Questo argomento è stato largamente affrontato nel mio libro “Maddalena profuga per sempre” (pubblicato nel giugno 2011, seconda edizione dicembre 2012 Capponi Editore) in riferimento alla mia famiglia ed a quelle di altri.

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Il libro Maddalena profuga per sempre

Da che cosa nasce l’idea del libro?
Nasce dall’incontro con una donna di Gorizia compagna di scuola di mia madre ad Offida nel 1916, nel corso della narrazione ho potuto raccontare la vita dei miei antenati nell’America del nord e nell’America del sud.
Mio nonno paterno Guido Carassi partì da Offida e si imbarcò a Genova sulla nave Città di Torino passeggero numero 0022. Sbarcò a Ellis Island il 29 maggio1905. Da lì proseguì per Filadelfia, dove era stato chiamato per collaborare, come direttore di squadre di lavoro, ad una grande costruzione, perché erano stati richiesti all’Italia per una così grande struttura parecchi lavoratori, fra i quali anche tecnici specializzati e ingegneri, essendosi tenute nel 1900 a Berlino e a Vienna le Conferenze Bauschinger sullo studio dei materiali per le costruzioni, dove gli italiani si erano distinti con proposte geniali.Mio nonno Guido si era rivelato subito molto competente, essendo imparentato con una famiglia dalle antiche tradizioni di costruttori. Pur avendo solo 34 anni, gestiva il suo compito con serietà e autorevolezza. Nelle squadre che dirigeva c’erano muratori e manovali, idraulici, elettricisti,carpentieri,operai di razze colori diversi: neri,bianchi,e pure gialli!( ma questi ultimi solo per poco, in quanto seppe che gli Americani proprio dal 1905 non li avrebbero fatti più entrare i cinesi ed i giapponesi.
Questo immenso edificio fu denominato Lord and Taylor Philadelphia Store, di 700 metri quadri di superficie e di 5 piani primo grande centro commerciale ante litteram, inaugurato nel 1911 dal Presidente degli USA, Taft.
Al centro campeggia ancora oggi un grande organo, costruito per l’esposizione mondiale di Saint Louis del 1904 e trasportato a Filadelfia con 13 vagoni dove fu perfino ingrandito perché fosse compatibile con la struttura che doveva contenerlo.
Una mia paziente, che andò tempo fa a Filadelfia, mi disse che centro commerciale e l’organo esistono e tuttora sono efficienti. Alla dogana mio nonno era stato registrato come italiano della Bassa Italia, ma lui aveva tenuto a precisare che proveniva dal Centro Italia, avendo percepito che gli Americani davano ai meridionali italiani una connotazione negativa. Infatti il Dipartimento dell’Emigrazione aveva stabilito, solo per l’Italia, una divisione fra nord e sud includendo in quest’ultimo la zona intermedia. Ciò causava, oltre che una diffidenza da parte degli Americani, una forma di incomprensione e di rivalità fra gli stessi connazionali. Mio nonno Guido aveva superato questa prima contrarietà, pensando che si sarebbe fatto valere nel mondo del lavoro insieme a tutti gli altri Italiani. L’identità italiana si rafforzava anche con le melodie che provenivano da oltreoceano. A quei tempi le comunicazioni erano molto difficili, tuttavia mio nonno Guido riuscì a mandare a mia nonna Maria una sua bella foto realizzata nello studio De Carlo di Filadelfia. Anche mia nonna gliene inviò una con i loro due figli Ida e Gino. Una cugina di mio padre Gino, Concetta Pellei arrivò a Ellis Island all’età di 22 anni e sposò negli USA un Pastore Protestante e per tale ragione fu considerata eretica e peccatrice. Pertanto gran parte della famiglia interruppe i rapporti con lei. Erano altri tempi.

E la famiglia di sua madre?
Mia nonna Adorna Amadio era di Porto Potenza come mio nonno Gaudenzio Rampioni. Da questo matrimonio vennero 10 figli, tra cui mia madre. La sorella di mia nonna, Giovanna Amadio, partì per l’Argentina nel 1890 insieme ad altre 4 maestre di tutta l’Italia che ottennero una borsa di studio e un viaggio premio. Il viaggio si trasformò per la maestra Giovanna in un soggiorno di 10 anni poiché lei esercitò la professione di insegnante di Italiano a Buenos Aires. Nel 1901 sposò Arturo de Cesare, fratello del Console italiano e nell’atto di Matrimonio troviamo come testimone di nozze mio Nonno Gaudenzio, impiegato del Comune di Potenza Picena che in quel periodo si era recato in Argentina.
Rientrarono però in Italia nello stesso anno a causa di un provvedimento del Presidente Julio Argentino Roca che imponeva lo spagnolo come lingua ufficiale allo scopo di unificare almeno nella lingua, le numerose etnie ormai presenti nel paese. Si stabilirono in Offida dove il marito apri una importante gioielleria in piazza del Popolo. Lei continuò ad insegnare ed allevò mia madre, Clara sua nipote.

Il libro “Maddalena profuga per sempre” è uno spaccato di storia, un intreccio tra personale e sociale, la storia della sua famiglia ma anche la storia di tanti Italiani tra le 2 guerre. Storie quindi di emigrazione nelle Americhe e di ritorni al vecchio Continente: un racconto appassionante perché condotto con partecipazione, dovizia di particolari e di documenti, con una efficacia narrativa molto intensa.

 



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