Il dramma di Diego, non ci sono giustificazioni per i rave party

Una pratica pericolosissima troppo spesso sottovalutata dalle autorità competenti
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“Così detto spirò. Sciolta dal corpo

prese l’alma il suo vol verso l’abisso,

lamentando il suo fato ed il perduto

fior della forte gioventude”

(Omero, Iliade, libro XXII: la morte di Ettore)

 

Giuseppe Bommarito

Giuseppe Bommarito

 

di Giuseppe Bommarito *

La tragica vicenda di Diego, morto con il torace schiacciato sul Monte Faito mentre dormiva disteso in un prato, presenta molti aspetti ancora da chiarire. Per arrivare a qualche conclusione e per attribuire responsabilità di qualsiasi tipo bisognerà quindi attendere sia l’esito degli interrogatori delle forze dell’ordine che i risultati delle perizie mediche e tossicologiche.

Al momento attuale ci sono solo due certezze. La prima è che un ragazzo di appena diciotto anni, giovanissimo, forte, bello come un eroe di Omero, eccellente sportivo, amato e apprezzato dai suoi amici, con un sorriso disarmante, ha perso la vita in un modo assurdo. Una tragedia immane, devastante, che ha colpito senza pietà due giovani (anche il ragazzo ventenne alla guida dell’auto investitrice porterà per sempre nel cuore e nella testa le stimmate di quello che è successo), le loro famiglie (quella di Diego già profondamente colpita per un grave incidente stradale che circa dieci mesi fa ha coinvolto l’altro figlio), gli amici e l’intera collettività del maceratese. Sì, perché qualsiasi giovane vita spezzata prima del tempo è uno strazio, un dramma, non solo per i genitori e per i parenti più stretti, annientati da un dolore senza fine per tutto il resto della loro vita, ma anche per l’intera società civile. I giovani sono infatti la proiezione di noi stessi verso il futuro, sono il perpetuarsi del sangue, della famiglia, della vita, e la loro perdita travolge tutte le speranze, le aspettative e i progetti che essi avrebbero potuto realizzare anche a beneficio della comunità in cui stavano appena iniziando a muovere i primi consapevoli passi.

La seconda certezza è che Diego è morto in occasione di un rave party clandestino organizzato sulle nostre colline, nel nostro territorio, già da tempo teatro di simili “feste” e già colpito con eventi mortali dovuti alla miscela letale di alcol e droghe.

 

Diego Luchetti

Diego Luchetti

Eppure, nei commenti addolorati apparsi in questi giorni su Facebook subito dopo la morte di Diego, insieme a qualche parola di riflessione e di sincera autocritica, diversi ragazzi, pur censurando la presenza negli ultimi incontri auto-organizzati di “gente strana che se ne frega di tutti, che non sa nulla della storia che sta dietro le feste”, hanno difeso i rave party, che, almeno nello spirito delle origini, sarebbero nati come una protesta contro il sistema consumistico delle discoteche, contro la trasformazione dei dj in vere e proprie star dello spettacolo, e come un tentativo di ridare la vita a spazi abbandonati tramite una temporanea autogestione.

Insomma, una serie di giustificazioni politiche e culturali ad un fenomeno che sarebbe, secondo questi ragazzi, comunque apprezzabile, nonostante la riscontrata recente presenza, a loro dire, di elementi che sembrerebbero non inserirsi nella comune, consapevole e solidale alterazione degli stati di coscienza, elemento caratterizzante dei rave party. Giustificazioni che, unitamente a quella della passione per la musica techno solitamente utilizzata per questi raduni, a me sembrano però francamente inaccettabili.

Mettiamo subito un velo pietoso sulla favoletta insulsa e ridicola della rivitalizzazione e della autogestione di spazi abbandonati, che in realtà si concretizza solamente nella temporanea e non autorizzata invasione, nel deturpamento e nell’imbrattamento della altrui proprietà privata, lasciata a festa finita piena di rifiuti di ogni tipo.

Concentriamoci invece sull’altra motivazione, quella della ribellione al sistema consumistico delle discoteche, sui loro orari e sul loro star system. Qui c’è molto di vero, considerato che le discoteche vivono e prosperano sullo sfruttamento consumistico e capitalistico di tantissimi ragazzi anche minorenni, spremuti come limoni, portati sempre più ad orari notturni impossibili ed al pensiero unico dello sballo come la sola vera forma di divertimento, spinti implicitamente verso l’uso e l’abuso di alcol e droghe, picchiati a sangue dai buttafuori quando vanno via di testa proprio per l’alcol e le droghe ingurgitate, considerati in definitiva come sciocchi portatori di soldi in favore dei padroni dei divertimentifici organizzati. Uno schifo, insomma, considerato che spesso e volentieri lo spaccio di sostanze viene, se non organizzato direttamente, comunque ampiamente tollerato dagli stessi proprietari dei locali proprio perché garantisce maggiore afflusso e maggiori guadagni.

 

Gli amici indossano la t-shirt con una foto di Diego durante il funerale celebrato mercoledì a Loro Piceno

Gli amici indossano la t-shirt con una foto di Diego durante il funerale celebrato mercoledì a Loro Piceno

Tuttavia il rimedio autogestito dei “ravers” (le feste ce le facciamo gratis e le organizziamo da soli dove ci pare) è forse peggiore del male quanto meno sotto il profilo della sicurezza e comunque non costituisce affatto un’alternativa a tale situazione, visto che lo sfruttamento consumistico dei ragazzi di certo non viene meno per il fatto che lo spaccio dei vari tipi di droga, sempre massiccio in queste “libere feste” che durano abbastanza di più delle serate nei locali, viene effettuato non all’interno di qualche discoteca di tendenza, ma in una fabbrica in disuso o in una cava abbandonata.

In altri termini, siccome nei rave party c’è comunque un forte consumo di droga nella ricerca dello sballo il più intenso e protratto possibile, c’è anche lì chi spaccia (probabilmente proprio quei soggetti che, in quanto pusher professionali, rimangono lucidi e non si inseriscono nello sballo generalizzato) e quindi specula sui ragazzi consumatori, li spinge a consumi anche ripetuti, distribuisce vere e proprie bombe che possono scoppiare dentro, fa i soldi sulla pelle di tantissimi giovani – anche in tal caso considerati solo come utili idioti, buoni solo a portare moneta nelle tasche dei mercanti di morte – che si fanno distruggere il cervello e a volte la stessa vita. E, in un caso e nell’altro, in discoteca o nel rave party sul Monte Faito, l’attività di spaccio di droga, il più lucroso dei business della malavita, alla fine della filiera fa ingrassare la criminalità organizzata, che proprio da questa infame attività ricava il settanta per cento circa dei propri smisurati guadagni illeciti.

La musica techno, martellante, incessante, ossessiva, che qualcuno appunto vorrebbe far ritenere il solo motivo per il quale si va ai rave party, in realtà a sua volta contribuisce nello spingere all’uso delle sostanze, la devi reggere perché già da sola scuote e stordisce, spinge a muoversi (o ti muovi o scoppi, dicono quasi tutti). Ed altrettanto spingono verso le droghe stimolanti la fatica fisica del ballo portato avanti per ore e ore, la mancanza di sonno, di riposo. E quindi, per arrivare sino in fondo, giù pasticche, più di una di solito, perché i produttori di ecstasy negli ultimi tempi hanno diminuito la percentuale di principio attivo proprio per favorire acquisti ripetuti, ancora di ecstasy oppure di altre sostanze egualmente dannose: alcol, amfetamine, ketamina, cannabis, oppio, Lsd, psicofarmaci (è proprio di un paio di giorni fa l’arresto a Tolentino di alcuni spacciatori “specializzati” nelle droghe sintetiche dello sballo, uno dei quali presente nel rave di Monte Faito). (LEGGI L’ARTICOLO)

IL CALCIO - Diego Luchetti con la maglia della Lorese

IL CALCIO – Diego Luchetti con la maglia della Lorese

Tuttavia –  i giovani dicano la verità quanto meno a se stessi – il consumo spesso abnorme di sostanze stimolanti, eccitanti e allucinogene, non può essere considerato il frutto casuale della situazione, del contesto, della musica dei rave party. Al contrario, esso è voluto, è cercato, è quasi sempre alla base della decisione di andare al rave, nella consapevolezza della illimitata disponibilità delle sostanze e dell’inesistenza del benchè minimo controllo. Il policonsumo libero e senza limiti di alcol e di varie sostanze stupefacenti per arrivare prima possibile, insieme a centinaia di altri ragazzi e grazie anche alle vibrazioni della musica nel corpo e nella mente, ad un’alterazione dello stato di coscienza, allo sballo, considerato componente ineluttabile dello scenario giovanile, è quindi la motivazione principale che spinge tanti giovani a partecipare a questi malefici raduni clandestini (ed anche a qualche raduno ufficiale, magari mascherato da festa celtica, come ben potrebbe raccontare il Dipartimento Dipendenze Patologiche), che da noi non si verificano solo in zona collinare, ma anche sulla costa (il tratto di spiaggia che da Fontespina arriva a Porto Potenza Picena nelle ore notturne ospita da giugno a settembre un ininterrotto rave all’aperto).

E così  la gente che balla trova di tutto e volutamente si fa di tutto e si trasforma durante la festa in un esercito di zombie, con gli arti del corpo irrigiditi, i movimenti lievemente sconnessi e lo sguardo perso nel nulla.

Poi, all’alba o a giorno fatto tutti a casa, stravolti e contenti, visti da molti benpensanti e da parecchi amministratori pubblici pieni di ardente indifferenza come bravi ragazzi un po’ strani che non fanno del male a nessuno (come accadde nel caso del rave nella ex fornace Bartoloni a Treia nel maggio 2010: succede sempre così se non ci scappa il morto o se la musica non crea troppo fastidio nei paraggi), senza che le autorità preposte considerino minimamente il fatto che in questi raduni – a  parte i numerosi reati che ivi si consumano, legati allo spaccio, alla mancanza delle regolari autorizzazioni, ai danni contro la proprietà privata – la morte oppure danni psichiatrici irreversibili sono sempre in agguato.

Le forze dell’ordine non sempre utilizzano lo stesso modo di agire, non sempre fanno le stesse scelte di ordine pubblico. A volte – e questa credo sia la soluzione migliore – intervengono in maniera preventiva, visto che quasi sempre sarebbe possibile intercettare le convocazioni di questi raduni monitorando attentamente il web e raccogliendo notizie da parte dei vari informatori e dei cittadini che iniziano a notare un flusso anomalo di autovetture verso zone solitamente non frequentate. Altre volte, nel timore di incidenti, si limitano a presidiare la zona senza effettuare irruzioni e ad identificare i presenti nel momento in cui prendono la strada per il ritorno. Altre volte ancora intervengono durante i rave party, interrompendo d’autorità le feste illegali e perseguendo nell’immediatezza i vari reati posti in essere.

Sarebbe quindi opportuno, nella vana attesa che il legislatore si decida a vietare per legge questo tipo di manifestazioni per i rischi che esse comportano per la pubblica incolumità, che le forze di polizia, sia pure nella diversità delle varie situazioni, adottino linee di condotta abbastanza omogenee.

Tuttavia la soluzione principale per mettere fine alla ininterrotta tragedia in atto può venire solamente da quell’esame di coscienza, da quel mea culpa che su Facebook questa volta molti ragazzi, dopo la morte di Diego, hanno iniziato a fare, sia pure troppo ambiguamente e timidamente. Riflettano, meditino, ricordino le profonde parole del sacerdote che ha officiato il rito funebre per Diego: solo da una loro reale e duratura presa di coscienza potrà infatti venire la salvezza, altrimenti tra qualche settimana, o anche tra qualche giorno, ci ritroveremo a piangere per l’ennesima tragedia, per l’ennesima giovane vita recisa brutalmente.

Chiudo con una speranza ed un sogno. Io non so come siano andate effettivamente le cose quella maledetta notte in cui Diego ha spiccato il volo verso il mondo eterno e infinito, per quale motivo si sia recato sul Monte Faito e perché stesse dormendo in quel prato. Però mi piace pensare che Diego, sportivo serio e scrupoloso, si sia allontanato dalla cava dove si stava svolgendo il rave party proprio per non assumere sostanze stupefacenti e che oggi, ormai trasformato in una farfalla, riesca in ogni caso a far capire ai suoi tanti amici, ai suoi coetanei, che la droga è una merda, che la droga uccide anche se non ti toglie la vita, che la droga trasforma chi ad essa si avvicina in una vittima del Male o in uno strumento del Male.

* Avv. Giuseppe Bommarito,

Presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”



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