Lutto tra gli Alpini
Si è spento Remo Bracaccini

Era uno degli ultimi reduci della tragica ritirata della Campagna di Russia del 1943, è morto ieri sera nella sua abitazione di Recanati. Aveva 93 anni
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Remo Bracaccini

di Mauro Nardi

E’ venuto a mancare proprio a ridosso dell’86esima Adunata Nazionale degli Alpini che quest’anno si svolge a Piacenza, e che per tante edizioni lo ha visto protagonista sfilando orgoglioso a fianco dei suoi compagni. Remo Bracaccini, uno degli ultimi reduci della tragica ritirata della Campagna di Russia del 1943, si è spento ieri sera nella sua abitazione di Via Badaloni. Aveva 93 anni, ed era un apprezzato falegname tanto che ha svolto piccoli lavoretti sino a qualche anno fa. Lascia la moglie Maria e due figli, e i funerali si svolgeranno domani alle 15,30 nella Chiesa di Monte Morello. La notizia è rimbalzata subito tra gli iscritti al Gruppo Alpini di Recanati e Castelfidardo che si stavano preparando per partecipare al raduno nazionale di domenica. Con Remo se ne va l’ultimo testimone recanatese di una delle pagine piu’ drammatiche del secondo conflitto mondiale, dopo la scomparsa di Cesare Vorbeni e Mario Frusto che condivisero con lui la tragica Campagna di Russia. Una pagina difficile da cancellare e carica di sofferenza e disperazione, tanto che i suoi occhi si riempivano sempre di lacrime ogni volta che la ricordava. Trovò però il coraggio di mettere tutto nero su bianco, a beneficio delle generazioni future affinchè non cadano negli errori commessi in passato. In quelle pagine è praticamente raccolta la nuda testimonianza della tragica ritirata avvenuta nel gennaio del 1943 attraverso le fredde pianure della steppa, coperte di ghiaccio e di neve e con temperature che sfioravano i quaranta gradi sotto zero. Di quell’inferno Russo ha portato per tutta la vita  i segni alle estremità degli arti delle gambe e delle mani. Bracaccini apparteneva  al IX Battaglione Genio Alpino con funzione di operatore radio.  A vent’anni era già in guerra sul Monte Bianco, poi si imbarcò per l’Albania sino al 1942. A Maggio di quell’anno partì per il fronte Russo attraversando la Germania e la Polonia sino a raggiungere Rososi, nell’ansa del fiume Don. Rimase lì sino al gennaio del 1943, quando, circondati dall’esercito dell’ Armata Rossa, i soldati italiani furono costretti a ritirarsi. Il viaggio verso la salvezza lo fecero tutto a piedi con equipaggiamenti ridotti e senza viveri. Nel suo drammatico diario ricorda che si camminava silenti, inebetiti e consapevoli dell’immane tragedia, mentre l’inverno mieteva centinaia di vittime. Chi cadeva a terra rimaneva li a morire, e senza che nessuno potesse aiutarlo o dargli una degna sepoltura. Gli scarponi erano ormai rigidi ed inutilizzabili,, e i piedi venivano avvolti in stracci legati con delle corde di fortuna. Quando arrivò al confine con la Russia venne caricato con i suoi compagni su un treno della Croce Rossa, e fece ritorno in Italia non prima di aver baciato quella vecchia locomotiva che rappresentava la salvezza. Solo una volta a bordo si accorse in quanti pochi erano rimasti.



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