“C’era una volta la bella addormentata…”

Una nostra lettrice si dice preoccupata per lo stato di incuria di diverse zone di Macerata, in particolare del Parco di Fontescodella
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La foto della nostra lettrice  al Parco di Fontescodella

La foto della nostra lettrice al Parco di Fontescodella

 

 

Dalla nostra lettrice Anna Maria Tamburri riceviamo una lettera a proposito dell’incuria di alcune zone della città di Macerata, in particolar modo del Parco di Fontescodella: un tema, questo, molto sentito in città come dimostrano le tante segnalazioni ricevute in questi mesi, l’ultima delle quali da un’altra lettrice, Marina Santucci (leggi l’articolo):

“C’era una volta la bella addormentata. Domenica, di prima mattina, con la mia cagnetta ho fatto il giro delle mura nella città avvolta da una foschia, inusuale in questa stagione, ma ormai l’ inusuale è diventato usuale, non solo nel clima. Camminavo e quella nebbiolina mi aiutava a ricordare la Macerata di una volta, quella che un vecchio articolo definì ” la bella addormentata “. Era proprio così la Macerata di un tempo, quella di quando ero ancora giovane e tanto mi attirava la vita più convulsa e più ricca di opportunità ed eventi di Roma o Milano. (…) Non è più leggiadra la Macerata attuale né tanto meno casta, lordata in centro e altrove da rifiuti sparsi o cassonetti traboccanti, sia per l’incuria di cittadini che per il disservizio di chi dovrebbe occuparsene (in una foto allegata, ho ripreso un sacchetto lacerato che da una quindicina di giorni espone le sue mercanzie nel Parco di Fontescodella ). I mattoni dorati o pallidi intristiscono assediati e sopraffatti da cementificazioni squallide che sembrano non aver mai fine, malgrado la popolazione non sia aumentata; il verde pubblico, infine, si è ridotto a qualche oasi isolata, sempre più minacciata da progetti incongrui e sempre meno curata, se non addirittura scempiata con motivazioni, in cui si manipolano parole (ad esempio “ sicurezza ”, “ sistemazione ” ed “ educazione ambientale ” per il Parco di Fontescodella), per celare o incompetenze o qualcosa di peggio.

Perché Macerata è una madre non amata dai suoi figli, sia da quelli che l’amministrano che da quei cittadini che borbottano e criticano, ma, come è costume dei maceratesi ( intelligenti ma restii ad esporsi in prima persona), lasciano fare. La mia non è una critica a determinati partiti; l’ ultimo ventennio ci ha dimostrato purtroppo che “ fare di tutta l’erba un fascio” è un’ amara realtà; né a tutti i cittadini, perché ho tanti amici e conoscenti che ne soffrono, ma, essendo persone corrette, non riescono a trovare la via per farsi sentire nel labirintico inciucio, che da tempo irretisce Macerata; di loro vorrei farmi appunto portavoce. Mi spinge l’ amore per questa città, la speranza che se ne arresti il degrado perché non rimanga, sempre citando un mio verso, città che s’ama solo da lontano , dove “ lontano ” non è solo un’ indicazione di spazio, ma soprattutto di tempo. Questo degrado balza agli occhi specialmente a chi gira, come me, con i cani all’affannosa ricerca di spazi verdi, perché le zone-cani sono ridicolmente limitate e spesso scoscese o minacciate da incivili avvelenatori, mai puniti, anche se tutti sanno. Come dicevo sopra: tutti sanno o intuiscono i responsabili e le manovre dei “ gabinetti segreti ” della politica e dell’economia ( non quindi segreti, solo…), ma si rassegnano per interessi o amicizie o pavidità o semplicemente per l’ indifferenza del “ Chi me lo fa fare? Ho tanti problemi miei! ”. Ma la vivibilità della propria città, la sua bellezza è un problema comune, non solo del Comune. E’ anche facile e conveniente dare la colpa agli stranieri; prima di tutto non sempre sono loro la causa, poi gli stranieri si comportano come vedono comportarsi i locali.La città è una famiglia in cui un buonismo-lassismo, nascosto sotto la maschera dell’accoglienza e dell’ apertura mentale, genera una permissività sfrenata, che, se non corretta inizialmente, dilaga finché non è più possibile riportarla nei giusti limiti. Parlavo di bellezza, perché la bellezza, quella che rasserena le menti e il cuore, non quella falsa di un consumismo che invece li abbrutisce, ha una valenza etica, oltre che estetica.

il Simbolo

La scultura – simbolo del Parco

In questi giorni c’è stata l’ apprezzabile manifestazione dedicata ai libri. Forse li abbiamo comprati, li leggeremo, abbiamo ascoltato alcuni autori, ma cosa ci rimarrà dentro? Solo un piccolo tesoro con cui dilettarsi interiormente o la spinta per diventare migliori e agire di conseguenza? Perché un’ altra caratteristica locale ( e nazionale) è questa: un affannoso presenzialismo fine a se stesso. Ricordo la scorsa estate gli applausi, anche delle autorità, a De Gregori che cantava Viva l’Italia assassinata dai giornali e dal cemento…ma poi nessuno ha fermato l’escalation del cemento in palazzi dagli appartamenti invenduti e centri commerciali ( assurdi per quantità rispetto alla popolazione e per di più con un’ economia in crisi, e ovviamente ci si chiede chi come perché ), che devastano le ultime aree verdi rimaste, le quali potrebbero invece diventare veri centri di educazione ambientale o zone per rilassarsi e passeggiare tra la preziosa presenza di quegli alberi, che soli offrono riparo e ristoro a noi animali-umani e agli animali, riconciliandoci con una natura/bellezza, che non capiamo e non curiamo più. Osanniamo il nuovo Papa che ce ne ammonisce, ma continuiamo sul cammino perverso dell’interesse privato, con l’ostinazione folle del biblico faraone, lasciando ai nostri eredi cattedrali di cemento erette a un idolo ingiusto e crudele. Mi chiedo che genitori, che nonni siamo! Non lamentiamoci allora se i nostri giovani cercano nelle droghe, nella violenza, nel vandalismo o nel mondo virtuale una speranza, un sentimento, un senso della vita che è un non-senso, che non produce quiete e felicità, ma solo aggressività, irresponsabilità, sfiducia, angoscia.

Gli abbiamo tolto la Bellezza che è bontà, pace, felicità, salvezza, distruggendo sistematicamente, per l’arricchimento di pochi, Madre Natura, ma insieme la nostra integrità di uomini. Per finire in tristezza, ecco il sistemato=disastrato Parco di Fontescodella, emblema ormai di quanto detto sopra, e le parole che potete trovare nei siti del Comune, parole insieme “ zappa sui piedi “ e profetiche. All’inaugurazione ci si vantava: sono state conservate quasi totalmente le preesistenti aree boscate, preziosa eredità di numerosi alberi ad alto fusto e sono stati piantumati 300 nuovi alberi ad alto fusto, mentre ora “ cerca cerca…acqua acqua…”. La scultura, simbolo del Parco ( allegata in foto ), è così presentata: “L’urlo del bosco” realizzata da Nazareno Rocchetti nel nobile legno di quercia, un albero tipico della nostra terra, simboleggia le piante che, con volti umani, urlano il proprio dolore, stanche di essere maltrattate e sacrificate dall’uomo. Che Rocchetti sia un nuovo Elìa? Al momento dello scempio quanti hanno percepito la dignitosa agonia degli alberi uccisi?
Con amarezza.”



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