Tardo inverno 2013. A un bar di Piazza di Spagna a Roma siedono alcuni amici che discettano di politica (insieme al calcio, da sempre, l’argomento preferito). Sono amici da una vita, ma su certi argomenti non hanno perso la voglia (e il piacere) di accalorarsi di brutto: uno è di centrodestra, uno di centrosinistra, uno antipolitico e il quarto della sinistra radicale. Stanno facendo le loro previsioni sulle elezioni ennesime ormai alle porte, traendo fuori dalla gerla delle loro inquietudini e stanchezze il desiderio di un cambiamento di rotta per questo nostro Paese, devastato dalla corruzione, dagli scandali e dalla crisi.
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È metà pomeriggio. Non trovandosi in Inghilterra, manca la tradizione del the e il bar è praticamente vuoto. Manca il pubblico, quindi. Ma si può essere più franchi, al limite dell’ululìo. Quello di centrosinistra vagheggia l’alternanza: basta con Berlusconi – dice – ma nella maturità di una sinistra consapevole che certe stagioni sono tramontate. Quello di centrodestra gli rinfaccia Prodi e il prodismo, gli asinelli, gli ulivi, l’euro e – visto che è appena scoppiato lo scandalo – anche Monte Paschi di Siena. L’antipolitico li interrompe entrambi spesso e volentieri: vi spazzeremo via come fuscelli, tutti quanti – dice con enfasi. L’ultimo, che non si vergogna di farsi apostrofare “comunista” dagli altri tre, non perde le staffe mai ma non fa sconti a nessuno. La sua visione è rimasta quella degli anni ’50, ma di fronte allo sfacelo attuale se ne fa motivo di orgoglio. E punta anch’egli ad una drastica inversione di marcia, ma nella direzione del popolo, contro le banche, l’alta finanza, l’attacco sistematico al mondo dei lavoratori.
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Contrariamente ad altre volte del passato, quello di oggi non è semplicemente uno sfogo da bar: contiene una segreta speranza di veder cambiare qualcosa. La gente si è oggettivamente stancata dell’andazzo generale, il fronte della rivolta sembra ampliarsi di giorno in giorno, anche la stampa – pur sempre guardinga e calibrata – ha cominciato a scoprire più di qualche altarino. E poi c’è la Rete, che ha alimentato le ribellioni popolari nord-africane e va a finire che potrà dire la sua anche in Italia. Insomma, i quattro amici seduti al bar stavolta ci credono un po’ di più.
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Primavera 2013. Le elezioni ci sono state. Berlusconi non è sparito, anzi: la politica finanziaria invasiva del governo Monti (ai danni però, come sempre, dei redditi fissi) sembra avergli ridato fiato e, al grido (nell’urna…) di “era meglio quand’era peggio”, il PDL si è risollevato fin oltre il 25%. Se la batte col PD che, nei giorni precedenti il voto, sembrava avere in pugno la vittoria piena. Grillo e i suoi sfondano la soglia del 20%. La sinistra radicale sparisce del tutto. Cominciano le grandi manovre per il governo: Grillo, che deve aver preso più di quello che pensava o addirittura sperava oltre ogni possibilità, per prima cosa blinda i suoi, ne evita le potenziali emorragie verso gli eventuali migliori offerenti, li vincola anche nell’espressione rendendoli tutti quanti un monolite alle dipendenze del capo. Il quale sin da subito rifiuta le avances di Bersani rimandandole al mittente. Poi candida (e in un certo senso brucia…) la candidatura al Colle dell’ottimo Stefano Rodotà, sul quale Bersani a questo punto non può più piegarsi (ottima fuoriuscita per Bersani dal dilemma di dover votare il costituzionalista; ma anche Grillo deve pur saperlo che è così che funzionano i giochi della politica: per quello rilancia sulla disponibilità a trattare del Governo se Rodotà verrà eletto; perché sa bene, forse benissimo, che non verrà eletto mai). Quindi lancia il suo mantra: o date la guida del governo a noi, o noi stiamo all’opposizione, niente inciuci (una formula che suona tipo “è fatta, mica ci daranno davvero la guida del Governo! Possiamo continuare a sdegnarci stando all’opposizione, duri e puri”).Mi ricorda, questo atteggiamento, una vecchia barzelletta in cui un amico dice all’altro: “C’è un sistema per uscire dalla povertà: dichiariamo guerra all’America! L’America in due e due quattro ci si annetterà e noi saremo salvi!”. E l’altro replica: “D’accordo, ma se poi vinciamo?”.
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I nostri quattro amici al bar adesso parlano degli scenari per un governo possibile (o per un eventuale ritorno alle urne). Il radicale di sinistra ha perso la voce: una freddata d’aria micidiale… oppure ha incassato il colpo del voto popolare, rimanendo aggrappato alla sua bandiera che sventola nel deserto ma a testa alta. Al centrodestrista gli è tornata l’allegria: capisce che si sta mettendo meglio del previsto. Con la rielezione di Napolitano, poi, dimentica pure lo scandalo di Monte Paschi: “l’importante è dare un governo al Paese che sia segno di coesione” – dice con ampio convincimento. Il centrosinistrorso è un po’ meno allegro: d’accordo, ha visto spazzare via la spina della sinistra radicale, contemporaneamente però gli ha fatto cilecca il proiettilino montiano che ha travolto e cancellato anche l’UDC. Va a finire che gli toccherà trattare con l’odiato Berlusconi! La cosa non gli garba granché: si è turato il naso per votare un’altra volta quello che fu il glorioso e integerrimo PCI, ha sperato contro ogni speranza che il PD potesse tornare a fare una politica moderatamente di sinistra, ma che si metta adesso a trattare addirittura col nemico numero uno per farci il governo insieme… questo lo digerisce davvero male. Con la rielezione di Napolitano perde totalmente il buonumore. L’antipolitico, dal canto suo, ha su il carillon dello sdegno. Per lui non è cambiato nulla: attende il sol dell’avvenire (ah no, quelli erano altri…). Aspetta e spera che già l’ora si avvicini (ehm, no… anche quelli erano altri…). Insomma: questo parlamento è pieno di indagati, corrotti, inciuciati e inciucianti. La prossima volta vi spazzeremo via tutti (ecco com’èra… fiuuu…)!
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Primavera inoltrata 2013. In un bar di Macerata siedono altri quattro amici a commentare la lista dei ministri del nuovo governo, che il rieletto Napolitano ha affidato a Enrico Letta. Bersani si è già dimesso, D’Alema tace in attesa di tempi migliori, Renzi affila le armi, Berlusconi ride tirato a lucido più che mai, Grillo si sdegna. Altro che governissimo! Altro che larghe intese! Il nuovo governo è all’80% formato da PD e PDL e per il 20% da montiani di ferro (come Moaveri, l’ex direttore della Banca d’Italia Saccomanni, e la Cancellieri): agli interni c’è Angiolino Alfano, alle riforme Quagliariello, ai rapporti col Parlamento Franceschini, alle politiche agricole Nunzia Di Gerolamo, iscritta PDL e moglie di un esponente del PD… un gran pastrocchio, insomma. Hanno fatto mesi di campagna elettorale tirandosi reciproche palate di m. e poi si ritrovano tutti insieme allegramente. I quattro amici di Roma, per una volta solidali tra loro, si stringono l’un altro capendo che – mentre quelli della base li fanno litigare – a Palazzo son tutti d’accordo.
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I quattro amici al bar di Macerata, invece, pur avviliti per l’andazzo nazionale che travolge tutto il Paese, non solo la Capitale, credono di intravedere – nelle scelte parlamentari – la soluzione possibile per il traballante consesso civico: “Ottima idea! Un inciucione anche qui in città!”. Lo scenario che elaborano, davanti al terzo caffè del pomeriggio, è pittoresco: Fabio Pistarelli vice-sindaco, Castiglioni presidente del Consiglio. Allargamento sine die della lista degli assessori (altro che otto! Diciotto, ventotto…): Tacconi alla memoria storica, Guzzini alle aiuole, Ballesi alle riforme statutarie, Nascimbeni ai rapporti con il Consiglio (particolarmente in relazione agli astenuti e agli assenti, specie se per motivi calcistici), Mari alla Sanità (lo togli da una parte, lo devi mettere da un’altra), la Pantana alle Pari opportunità, e via dicendo. Ah: siccome a livello nazionale SEL sta all’opposizione, la Monteverde via dalla giunta.
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Ci sarebbe maggiore stabilità? Forse. Sta di fatto però che servirebbe a poco: essendo notoriamente vuote le casse, no soldy no party. Un altro caffè, per favore.
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