Al Micam, vetrina internazionale
per la scarpa marchigiana
Un quinto degli espositori sono della nostra regione; 82 i calzaturifici maceratesi presenti
Si è aperto questa mattina nel nuovo quartiere Fiera di Milano-Rho, il Micam, il più importante salone internazionale del settore calzaturiero. La manifestazione fieristica, alla quale durante i quattro giorni di svolgimento sono attesi più di ventimila visitatori stranieri ed altrettanti italiani, è organizzata dall’ A.N.C.I., l’Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani, presieduta dall’imprenditore maceratese Cleto Sagripanti. Il distretto calzaturiero marchigiano, che da solo, per numero di aziende e di occupati, rappresenta un terzo del settore italiano delle calzature, è massicciamente presente al Micam con 283 espositori, di cui 82 maceratesi.
Una presenza, quella dei calzaturifici marchigiani, preparata per mesi con grande lavoro nella realizzazione di migliaia di nuovi modelli uomo, donna e bambino per la collezione autunno-inverno 2013. “Ad una fiera importante come questa di Milano – ha detto Elisio Fabi di Monte San Giusto – solo la mia azienda si presenta con almeno cinquecento nuovi modelli uomo ed altrettanti donna, in grado di intercettare i gusti e le mode dei diversi mercati mondiali”. Questo significa ingenti investimenti in innovazione, sia in termini di stile, sia nei materiali, che variano dai tradizionali vitello, velluto, nappa, camoscio ai pregiati pellami di coccodrillo per scarpe destinate a consumatori dalla grandi disponibilità economiche. Non mancano pure sfarzose scarpe da donna impreziosite con lucenti ‘swarovski’. “Stante la stagnazione del mercato interno – sottolinea Carlo Cipriani di Confindustria Macerata – è indispensabile soprattutto in questo momento guardare ai mercati stranieri, i soli in grado di assorbire la produzione e quindi salvaguardare la tenuta delle aziende e dei livelli occupazionali”.
Da sempre il distretto calzaturiero maceratese-fermano ha guardato all’estero e se esso ha potuto reggere alla crisi di questi ultimi quattro anni lo deve proprio all’export, che nel 2012 ha fatto registrare un incremento medio pari a +4,5%. La Russia è il primo mercato di destinazione della scarpa ‘made in Marche’ e ad essa guardano con interesse ormai tutti i calzaturifici. “I russi, come del resto anche i giapponesi – dice Roby Spernanzoni, contitolare di un calzaturificio di Morrovalle – si sono molto occidentalizzati nei loro gusti e ciò favorisce anche quelle aziende che producono scarpe secondo modelli classici, purché di ottima fattura e fatte a mano”. I commercianti di scarpe di Mosca e San Pietroburgo sono anche i principali compratori delle pregiate scarpe da uomo in coccodrillo realizzate a mano nel calzaturificio di Enzo Verdicchio a Corridonia.
Inoltre Londra, Parigi, New York, Tokio sono solo alcune delle città dove si possono trovare esposte le ‘opere d’arte’ del ‘calzolaio’ Silvano Lattanzi, la cui produzione è per l’80% realizzata per clienti di tutto il mondo che calzano solo scarpe realizzate su misura appositamente per loro. “Una nota lieta alla vigilia del Micam – ha riferito ancora Carlo Cipriani – è rappresentata da un certo risveglio del mercato americano. Fino a dieci anni fa gli USA rappresentavano il maggiore cliente del distretto marchigiano (250 milioni di dollari), poi complice anche il non più favorevole cambio euro/dollaro, la fetta di export oltre Atlantico si è assottigliata a meno di cento milioni. Recentemente si registra una significativa ripresa ed anche la recente fiera di Las Vegas ha dato segnali incoraggianti”. L’attenzione più grande in questa edizione del Micam è rivolta sia al Medio Oriente, e ai Paesi arabi da un lato, sia all’estremo Oriente e alla Cina in particolare, dall’altro. Sì, proprio la Cina che è il maggiore ‘competitor’ dell’Occidente nella produzione di scarpe a basso prezzo, non fa più paura all’industria calzaturiera maceratese-fermana che per la qualità del prodotto non ha rivali.
La scarpa marchigiana, con la sua lavorazione accurata e molto spesso artigianale, che richiede anche fino a centottanta passaggi manuali per essere realizzata, si sta imponendo come vere e proprie ‘opere d’arte’ anche nelle boutique di Pechino, Shanghai e Hong Kong. A parere di Cleto Sagripanti, per l’export della scarpa made in Italy la Cina può diventare quello che oggi è già la Russia. Si tratta di una scommessa che l’ANCI è decisa a vincere e per questo ha già organizzato una edizione speciale del Micam proprio a Shanghai. Si chiama Micam-Shanghai ed è in programma dal 9 all’11 aprile. Lì per la prima volta il comparto calzaturiero italiano si presenterà ai ‘buyer’ cinesi in modo compatto. Prima però ci sarà un passaggio a Mosca, dove dal 18 al 21 marzo è in calendario “Obuv Mir Kozhi”, fiera russa della calzatura a cui su 180 aziende italiane partecipanti, ben 130 sono marchigiane.















Auguro a tutti gli imprenditori presenti al MICAM di vendere moltissimo ma al contempo vorrei chiedere al Sig. Cleto Sacripanti presidente dell’ A.N.C.I nonche’ titolare del calzaturificio MANAS, cosa sta’ facendo per cercare di far ritornare la produzione nelle marche? Non mi sembra che lei fin’ora si sia impegnato piu’ di tanto anzi!!! La sua azzienda fino a qualche anno fa impiegava diverse centinaia di lavoratori (indotto compreso) ora ne sono rimaste qualche dozzina. A.N.C.I. sta per Asoociazione Nazionale Calzaturieri Italiani, visto che a delocalizzato il 90% della produzione in India, Romania e Cina, questa mi sembra proprio una presa per i fondelli.
Basta una bella soletta di pulizia con la scritta Made in Italy ed il prodotto è al 100% italiano, anche se realizzato su Marte…
Una bella presa in giro. Un tempo gli stranieri venivano ad acquistare le nostre belle calzature per l’ottimo rapporto qualità/prezzo nonché lo stile Italiano. Ora ? Ora le facciamo in Cina, poi magari qualche furbetto ci applica la dicitura “made in Italy” prima di imballarle e spedirle al cliente. La colpa è solo di chi ha permesso che questo accadesse. Ormai Micam o non Micam ci siamo sputtanati. O andiamo a lavorare in Cina oppure cambiamo lavoro ammesso che ne troviamo un altro.