La giovane incinta accoltellata
e la violenza sulle donne

Più di 100 i femminicidi in Italia nel 2012 ma è in arrivo la proposta di legge Buongiorno - Carfagna che prevede aggravanti per i responsabili
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Ninfa Contigiani

Da Ninfa Contigiani, portavoce delle donne democratiche del circolo Pd Macerata riceviamo:
«Ha una sua orrenda specialità la violenza con cui, come abbiamo saputo  l’altra settimana, è stata colpita la ragazza venticinquenne incinta e accoltellata alla pancia con la chiara intenzione di ucciderle il bambino, prima ancora che lei stessa (leggi l’articolo).
Punire una donna squarciando la sua pancia di gestante a vendicare così non si sa bene quale torto, può sembrare frutto di un odio del tutto straordinario, di un’atrocità che non ci pare fare parte della frettolosa e ovattata quotidianità del Paese delle “Mamme più belle del mondo”.
Eppure, quasi solo per caso questa aggressione non è arrivata ad essere l’ennesimo dei femminicidi che in questo anno in corso hanno già superato il numero 100 e che furono nel 2011 ben 134.
Il fenomeno della violenza domestica continua, in Italia in modo del tutto particolare, ad essere in allarmante aumento. Si tratta di mariti che alzano le mani per arrivare a consumare negli anni vere e proprie perpetrate torture fino ad arrivare alle estreme conseguenze o di compagni, ex, pretendenti (ma anche padri o fratelli) che sempre più gravemente praticano violenze fisiche e psicologiche sulle donne proprio in quanto donne.
Nonostante comincino le prime azioni di intervento positivo per contrastare questa realtà, dalla definizione stessa di femminicidio che dando un nome al fenomeno cerca di denunciarne tutta la specialità, alla legge sullo stalking ad una sempre più costante campagna pubblica di denuncia che vorrebbe incidere almeno sul silenzio a cui le vittime si sentono costrette, le donne malamente ammazzate dagli uomini a loro più vicini aumentano in Italia ad un ritmo vertiginoso.
In questa stessa direzione sembrerebbe voler andare anche la proposta di legge Buongiorno-Carfagna presentata recentemente proprio in vista Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Essa sembrerebbe introdurre (non mi è stato ancora possibile reperire il testo integrale) due specifiche aggravanti per le quali arriva a prevedere l’ergastolo inasprendo l’art. 576 del c.p.: la prima “il femminicidio aggravato” che minaccia il carcere a vita per chi uccide una donna “in reazione a un’offesa all’onore proprio o della famiglia di appartenenza o a causa della supposta violazione, da parte della vittima, di norme o costumi culturali, religiosi o sociali ovvero di tradizioni proprie della comunità d’origine”; la seconda “l’omicidio preceduto da anni di maltrattamenti” che accerterebbe la morte della vittima come ultima azione irreparabile di una serie di atti violenti reiterati e continuativi. Introdurrebbe poi il “matrimonio forzato” e chiederebbe l’equiparazione del marito al convivente. Tale proposta è degna di qualche riflessione.
Da un lato il testo individuerebbe nella prima aggravante lo spazio di repressione dedicato ai conflitti interni alle comunità immigrate e portatrici di scale di valori diverse dalle nostre ed in parte per noi inaccettabili, mentre nella seconda cercherebbe la rilevanza penale specifica del crescendo di violenze domestiche più tipicamente ‘occidentali’ (se ci intendiamo) come premessa causale del femminicidio.
Stante ciò, non si può non ricordare che l’Italia è uscita dalla logica del matrimonio riparatore e da quella che prevedeva le attenuanti per il delitto d’onore soltanto con la legge 442 del 1981 con un ritardo notevole persino rispetto alla parificazione dei coniugi raggiunta con la Riforma del diritto di famiglia del 1975 (così recitava l’art. 587 del codice penale poi abrogato: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni. Alla stessa pena soggiace chi, nelle dette circostanze, cagiona la morte della persona che sia in illegittima relazione carnale col coniuge, con la figlia o con la sorella.”).
Di conseguenza dobbiamo sapere che nel rapportarsi con tutte quelle culture che – volenti o nolenti – sempre più si intrecceranno con la nostra per via di processi globali che certo non siamo in grado di fermare in alcun modo, bisognerà puntare strategicamente ad un confronto serrato diretto alla partecipazione ‘emotiva’ e all’emancipazione culturale delle e degli interessati rispetto al peso di una tradizione plurisecolare che nella condizione del migrante diventa identitaria, senza affidarsi alla sola repressione penale che pure può tendere una mano alle singole richieste di aiuto di quelle donne che cercano dallo Stato italiano una protezione non trovata in altro modo. La nostra stessa esperienza storica ci deve convincere di questo se è vero come è vero che i maltrattamenti reiterati dentro le mura domestiche della ‘civilissima’ Italia nella misura in cui si stanno manifestando non possono certo essere addebitati solamente a circostanze casuali o a colpe individuali.
Noi per primi siamo dentro un processo di riconoscimento di pari dignità alla donna incompiuto in molti ambiti sociali e istituzionali (per la disparità salariale nel mondo del lavoro, per l’assenza sostanziale dai vertici decisionali e dalla rappresentanza politica solo per esempio). Un processo culturale frenato da un certo tipo di sviluppo economico e dal corrispondente modello di welfare nostrano, appesantito da retaggi patriarcali e familisti che hanno svilito la presenza e il riconoscimento pubblico delle donne relegandole forzosamente negli angusti spazi del privato per molto tempo.
Processo culturale incompiuto dicevo, ma forse addirittura in piena involuzione se al momento del cambiamento sembra corrispondere una reazione così violenta da uccidere una donna ogni tre giorni.
Bisognerà necessariamente riparlarne.

 



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