Neppure un caffè
Dentro e fuori lo Sferisterio, chi paga il biglietto?
di Maurizio Verdenelli
“Siamo forse nel pieno della stagione lirica?!” esclamò una mattina di gennaio l’assessore comunale Piero Cesanelli al sovrintendente dello Sferisterio e collega di giunta, Davide Calise, entrambi alla (vana) ricerca di un caffè aperto. Cesanelli, allora emergente dirigente dc (tanto emergente e votato che i ‘senatori’ del partito pensarono bene di pensionarlo in anticipo mentre naufragò in extremis il suo ritorno in politica nella giunta Capponi nel 2009), Cesanelli, dicevo, era ben conscio di quel calembour che fece ridere di cuore Calise che, da parte sua era troppo alle prese con quel ‘miracolo di San Gennaro’ (per citare Giancarlo Liuti) che era a quei tempi la stagione lirica che ‘sbocciava’ sul far dell’estate contro …ogni ragionevole previsione. Il problema di far entrare la città (senza il tramite di …biglietti omaggio) nell’Arena e viceversa è rimasto insoluto da sempre e soluzioni non ha portato neppure il recentemente archiviato Sof. Anche se secondo un generoso, fideistico assioma dell’indimenticabile Alberto Girolami, superdirigente comunale alla Cultura (lo ricordo come un giornalista tra i più ricchi di talento, a Macerata) non poteva essere che uno spettatore dell’Arena non consumasse almeno un caffè in città. Insomma lo Sferisterio valeva bene, almeno, la classica ‘tazzina’. Invece così poteva anche non essere.
Lo ha rivelato, da parte sua, in conferenza stampa Francesco Micheli, presentando ‘Notte dell’Opera’: “Sono venuto negli anni passati, quattro volte allo Sferisterio. Ho raggiunto Macerata in auto, ho assistito allo spettacolo, e sono ripartito subito dopo: la città sembrava lontana, staccata dal resto…Non ho preso neppure un caffè”.
Bene, spetterà proprio a Micheli realizzare, giovedì 9, il contatto atteso da alcuni decenni tra l’Arena e il suo ‘popolo’, da sempre transfuga, anche se la stagione lirica paradossalmente ha reso Macerata una delle prime città italiane, percentualmente in rapporto al botteghino, più legate al teatro, allo spettacolo.
Bene, c’è da ascrivere, quest’anno, caro Giancarlo, nella storia dell’Arena un secondo ‘miracolo di San Gennaro’, questa volta completamente fuori dalle antiche mura dello stadio del bracciale. Un terzo ‘miracolo’ è stata la riduzione dei biglietti omaggio. Si, caro ragionier Fantozzi: siamo stati tutti (o quasi) paganti quest’anno in Arena. Già, Fantozzi-Villaggio aveva letto la sera di domenica 17 giugno, nella sintesi di un attimo, quello del suo ingresso in uno Sferisterio sold out, il busillis, lo spirito dolente del cassiere ogni volta raggirato, di questo magico teatro all’aperto. “Ma sono tutti paganti?” aveva infatti esclamato Paolo Villaggio a Fabrizio Frizzi alla vista dei tremila dell’ultima serata di Musicultura, accorsi alle suggestioni che ogni anno rinnova in Arena ‘Il Pifferaio magico di Hamelin’ nato a Recanati: Piero Cesanelli. No, stavolta allo Sferisterio si è evaso di meno, anche perché …bambole non c’è più una lira e si chiudono ospedali o si riducono come succede nell’Area Vasta 3 dove ormai di ospedali c’è n’è rimasto solo uno, seppure diffuso sul territorio. Pollice verso per Recanati, Tolentino, San Severino: quest’ultimo dovrà far sinergia con Camerino per l’intera zona montana e pedemontana… Di ospedale si perderà anche il nome. L’immaginazione al potere ha trovato creativamente nuovi ‘nomi’ ‘non di fortuna’. Si chiameranno Casa della Salute, o nel migliore dei casi Casa della Salute avanzata. Meno pronti soccorsi, meno posti letto per gli acuti, più per la riabilitazione. Ci si potrà riprendere da una malattia, ma sarà più difficile affrontarla al suo esordio…
Certo, bisognerà salvare anche quella ‘grande malata’ che è la Provincia (seppure per un anno nessuno si sia accorto che al posto di un presidente c’era un commissario) anche perché il ruolo di questi enti intermedi è fondamentale per non far annegare nel mare magnum di ‘interessi superiori’ le esigenze ineludibili del territorio, come quelle della salute. La politica non deve dunque abdicare al proprio ruolo intermedio tra i veri centri di potere e la comunità. Ma se ad abdicare è anche il livello locale sui problemi del territorio, “è il panico”. Lo afferma Cesare Martini, sindaco di San Severino Marche. Tuttavia la politica, specializzata principalmente nella difesa delle poltrone, è in grave difficoltà: sprofonda come un torrente carsico e la comunità viene chiamata a prendere parte unitariamente alle difese contro chi vorrebbe, in nome della crisi, farla arretrare nei servizi essenziali in una graduale desertificazione dove a contare è rimasta solo la costa. Eppure la gente delle zone interne ha sempre pagato il biglietto. Abbiamo pagato e continueremo a pagare ancora di più, dicono ad una voce Martini e il dottor Felicioli che sono amministratori ‘in permanente stato d’ansia’ per il futuro del ‘B.Eustachio’ di San Severino. ‘Sono stato stamattina all’ospedale, si lavora per ampliare, ammodernare, fare… sembra una grande beffa operosa considerato quello che ci aspetta…” dice ancora il sindaco settempedano. A Cingoli ci sono attrezzature modernissime che non verranno mai probabilmente utilizzate o che sono sottutilizzate mentre da altre parti, più ‘vantaggiate’ si fanno lunghe fila. Già, ma a che serve, la pubblica ‘denuncia’? In questo deserto dei Tartari del nostro entroterra non verrà più nessuno, neppure a dirci di sperare ancora…



A che bell’ò cafè
pure in carcere ‘o sanno fa
co’ à ricetta ch’à Ciccirinella
compagno di cella
ci ha dato mammà
Cantava Fabrizio de Andrè, omaggiando Domenico Modugno. Non sapevo che il caffè di Cesanelli fosse democristiano ma ripensandoci non è così sorprendente. La torrefazione è maceratese.
Sembra proprio che Micheli “ci abbia preso”. Ieri sera sono “sceso” al capoluogo ( anzi, salito) da quel di Tolentino e…sorpresa! I bar, le gelaterie, le birrerie erano aperte e lo sono rimaste fino a tarda ora! Ed era pure pieno di gente. Non solo: da abitante dell’ “entroterra” mi sarei aspettato un serata piena di salotti e signori/e un po’ snob che gurdandoti si domandano : ma da dove viene sto burino? Invece ho trovato una simpatica ed interessante festa “popolare” ( forse anche troppo). Ora, non so esattamente se l’ operazione che si aveva in mente sia riuscita ( sia sul piano culturale sia su quello economico – per i sempre affamati “commercianti” ), tuttavia mi ha fatto riflettere su una cosa: ci stiamo preoccupando della Provincia come Ente ma di “territorio” non se ne parla.
Cosa caratterizza e “definisce” un territorio? Quello che riesce a produrre con impegno e originalità, oppure quello che è racchiuso all’interno di un confine istituzionale ?
La Provincia come Ente autonomo amministrativo è perfettamente inutile (le funzioni gestionali possono essere agevolemnte sopperite da altri strumenti amministrativi – basta volerlo); però, rimanendo per ora sul piano della produzione culturale, il territorio maceratese può e deve affermare la sua ragione d’essere uscendo proprio dal provincialismo che lo ha caretterizzato fino ad oggi .
Non esiste “Macerata granne” con l’Opera, come non esiste Citanò( popsofia) , Recanati ( leopardi), Tulintì (Biennale Umorismo), Sansivirì( festival blues) e così via. Da sole, gelose delle loro “icone estive-autunnali”, rischiano di restare poca cosa, capoluogo compreso ( risorse e mezzi limitati e comunque insufficienti a sostenere le effettive potenzialità di sviluppo). E quel “vorrei ma non posso” che rimane appeso come una spada di Damocle sulle vari manifestazioni culturali del teritorio.
Un atto di coraggio? Immaginare qualcosa che vada oltre gli stupidissimi campanili, metta insieme esperienze e competenze, provi ad implementare ciò che è culturalmente di rilievo e con adeguate “promozioni” dentro e fuori regione, portare benficio di “tutto” il territorio maceratese.