Denaro pubblico
e guadagni privati

La privacy fiscale vale per tutti, anche per gli indagati. Ma non per i politici. Come mai?

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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

E’ certamente ottima cosa che il cosiddetto popolo sovrano venga a conoscenza dei dati sul costo della politica, degli apparati dello stato e delle amministrazioni locali. Un passo avanti, in questo senso, è la diffusione delle cifre riguardanti le indennità di ministri, sottosegretari, presidenti provinciali, sindaci, assessori, manager di enti pubblici e via elencando. Non è infatti privo di implicazioni anche etiche sapere che Antonio Manganelli, capo della polizia italiana, incassa oltre seicentomila euro all’anno, quasi il doppio di quanto percepisce il capo della polizia inglese. E, venendo a Macerata, va visto con favore che siano portati all’attenzione dei cittadini gli importi delle indennità del sindaco e degli assessori oltre a quelli dei gettoni di presenza dei consiglieri. Cosa, questa, che è già stata fatta. Ultimamente, però, c’è stato, come dire, un salto di qualità. E mi riferisco alla pubblicazione dei loro redditi complessivi, che derivano non solo dalle spettanze di pubblico denaro ma anche da libere professioni, profitti imprenditoriali, stipendi, salari, pensioni. Il che c’entra assai poco coi costi della politica perché concerne la situazione reddituale di persone il cui impegno in politica non assorbe del tutto – talvolta, anzi, in minima parte – la loro attiva presenza nella società.

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I redditi di Giunta e Consiglio (clicca sull'immagine per leggere l'articolo)

Di fronte a questo confuso mettere insieme dati di natura diversa, la cosiddetta gente comune non sa distinguere tra gli introiti che provengono dalla politica (magari eccessivi, ma questo è un altro discorso) e quelli che derivano da attività nient’affatto politiche. Per cui mette tutto sul conto della politica e reagisce – ne ho sentite parecchie – con battute ironiche sui privilegi della casta, maliziose considerazioni sui “ricchi di sinistra” e amare riflessioni sulle fortune di simili “nababbi” rispetto alle disgrazie di coloro che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Ma per quale ragione, mi chiedo, dovrebbe fare scalpore che il reddito di un consigliere comunale, ma anche avvocato, sia di trecentomila euro all’anno? E che quello di un sindaco, ma anche avvocato, sia di centoventimila? E che quello di un presidente di consiglio, ma anche medico, sia di centotrentottomila? Guadagnano troppo? Più o meno come gli altri professionisti che non fanno politica. E non vedo la ragione per cui essi debbano essere guardati con malevolenza o addirittura con disprezzo per il solo fatto di occuparsi – regolarmente eletti – anche di politica.

Ma la ragione c’è. C’è sempre e comunque, anche quando non c’è. E sta in quel dilagante fenomeno che va sotto il nome di antipolitica, un fenomeno non privo di buoni argomenti ma che viene dissennatamente fomentato da autorevoli organi di stampa, corsivisti famosi, comici di grido e perfino politici di spiccata vocazione qualunquista, tutti inconsapevoli – o, peggio, consapevoli – dei grossi rischi che da quest’andazzo dello sfascio senza se e senza ma si stanno profilando per la tenuta stessa della democrazia.  Si pensi allo scandalo nazionale suscitato dei sette milioni annui denunciati dal ministro della giustizia Paola Severino, la cui indennità di governo, rispetto a quella cifra, è infinitesima e il cui reddito proviene, al novantanove per cento, dalla circostanza di essere uno dei migliori legali italiani (i suoi clienti, certamente più facoltosi di lei, debbono pagare, sì o no, le sue prestazioni?). Ma questo non conta. Fa il ministro? Sia messa alla gogna.

Attenzione. La pubblicazione dei redditi non politici dei politici mi trova d’accordo, ma a condizione che si pubblichino anche i redditi di coloro che politici non sono. Il che sarebbe corretto, se non altro come freno all’evasione fiscale. Una volta, quarant’anni fa, lo si faceva. Per legge i dati venivano tempestivamente trasmessi ai giornali, e ricordo com’era interessante spulciare soprattutto gli elenchi delle categorie più basse, dove, con tanto di nome e cognome, figuravano persone il cui tenore di vita era, notoriamente, mille volte più alto. Poi questa sana pratica di equità informativa venne abolita, forse su pressione proprio dell’esercito di evasori che prospera da sempre nel nostro paese. La motivazione formale? Ipocrita, al solito: tutelare la privacy, impedire intrusioni – pettegolezzi, invidie, maldicenze – nel privato.

E sia, diciamo pure che va bene così. Ma perché, oggi, si tutela la privacy fiscale dei cittadini non politici e non si tutela quella dei politici limitatamente a ciò che essi guadagnano non in quanto politici? E’ sacrosanto, l’ho detto all’inizio, divulgare i dati che riguardano le indennità, i rimborsi, i contributi, le sovvenzioni di pubblico denaro. Ma perché aggiungervi quelli delle attività che i politici esercitano da semplici cittadini? Perché questa diversità di trattamento? Il perché, ripeto ancora, sta nell’imperversare dell’antipolitica. Intendo forse ignorare che la politica – tangentopoli, affittopoli, parentopoli, cementopoli, puttanopoli, camorropoli, criccopoli, tesseropoli, Lusi, Penati, Scaiola, e via, e via – ci ha messo e ci sta mettendo molto del suo? No, per carità. Ma sulla scia di quella giusta misura di trasparenza sul denaro pubblico si è finiti per adottarne un’altra – solo per i politici e dunque non giusta – sul denaro privato.

Da ultimo vorrei rilevare che oltre ai cittadini non politici lo scrupoloso rispetto della privacy vale per una ulteriore categoria di persone, cioè per coloro che – importanti, potenti e immeritatamente stimati – vengono colpiti da provvedimenti giudiziari per gravi ipotesi di reato. La notizia – l’ultima di una lunga serie – riguarda un tale di Camerino, imprenditore e rappresentante legale di una società d’affari, che è stato denunciato per avere evaso circa quattrocentomila euro e ha subito il sequestro di beni immobili di pari valore. Come si chiama lui? Come si chiama la sua società? Quale ne è il recapito? Mistero. Le fonti ufficiali non lo dicono. Per cui, tenuti all’oscuro, i giornali non possono far altro che rassegnarsi. Eppure in questo caso si tratta di un serio attentato alla legalità, né va dimenticato che la crisi economica e sociale dell’Italia dipende in gran parte da questo genere di violazioni del codice penale. Ma, diversamente da quanto accade per i politici, i cui nomi finiscono in prima pagina e vanno ad alimentare una diffusa disistima  popolare anche per vicende dove non esiste nulla d’illecito né di riprovevole, tale genìa d’individui si fa scudo, beata lei, della privacy. E cala il silenzio sulle loro generalità. Qui, badate bene, non sono in gioco i malvezzi della politica, ma le furfanterie della società civile. Alla quale, sbagliando di grosso, l’antipolitica attribuisce il merito di essere migliore.


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