Il Giardinetto: un luogo da tutelare
per far sopravvivere la storia

MACERATA - Venne fondato nel 1873 da alcuni reduci garibaldini. Al suo interno restano le tracce del passato risorgimentale e delle vicende dei personaggi che l'hanno caratterizzato
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di Gabor Bonifazi

Capitò che a Macerata, in una comunità dove pur di apparire si commemora tutto e di più, in una società dove si installano lapidi a futura memoria, in una città dove si organizzano convegni e viaggi sulle tracce di missionari ed esploratori quali il gesuita Matteo Ricci e l’archeologo Giuseppe Tucci, fu chiuso con tanto di ordinanza d’inagibilità un luogo della memoria, Il Giardinetto, proprio in occasione del bicentenario della nascita dell’antenato di Che Guevara: Giuseppe Garibaldi. E dire che l’eroe dei due mondi era stato eletto ai tempi della Repubblica Romana proprio a Macerata, dove aveva soggiornato presso l’Albergo della Pace ora Palazzo Cioci, andandosene poi senza pagare il conto.

DSCN99741-300x225La tradizione vuole che Il Giardinetto venne fondato nel 1873 da alcuni reduci garibaldini nell’orto dell’antico convento delle monache di san Rocco dopo che il complesso era stato indemaniato, e successivamente acquistato e concesso ad uso perpetuo dal marchese Giacomo Costa. Per questo il circolo, oltre ad essere un luogo del Risorgimento, può essere considerato a tutti gli effetti un locale storico e di conseguenza da tutelare con apposito vincolo. Guai a chiamare il locale osteria o cantina, perché i soci sono sempre andati fieri della loro Società carica di storia e dalle pareti ricche di oleografie con personaggi che hanno fatto l’Unità d’Italia: Guglielmo Oberdan, Giuseppe Garibaldi e Mazzini. La tela di quest’ultimo con la preziosa cornice dorata scomparve misteriosamente agli inizi degli anni Novanta, ma non c’è dato sapere se il furto venne perpetrato da dentro o da fuori.

Nel 1973 si festeggiò solennemente il primo centenario con tanto di depliant curato dal professore Dante Cecchi e da lì iniziò una inesorabile decadenza, forse perché piano piano scomparivano i soci vecchi, vuoi per l’età, vuoi per la cirrosi.

MorettiE già, perché il locale era frequentato da grandi bevitori: maestri, idraulici, restauratori, marmisti, muratori e impiegati delle poste. Negli anni Ottanta ci fu una sensibile ripresa grazie a un clerico stravagante che s’inventò la “Festa dell’uva” con tanto di premio letterario consistente in un prosciutto. E sì perché nel cortile c’era una vite secolare che sul finire dell’estate si allargava a pergolato fino a coprire il campo di bocce. Un’uva particolare. Proprio lì nel 1983 venne assegnato il premio Amico del Giardinetto (il primo prosciutto)  allo storico Libero Paci e, due anni dopo, a Grazia Silvana Brevetti di Cesenatico per il testo La Romagna in Osteria e a Ermete, alias Mario Buldorini, per aver scritto in dialetto il libro della cucina povera maceratese: Le ricette di Ermete. Ben presto questo spazio suggestivo situato nel cuore della “Città di Maria” divenne luogo di interessanti mostre storiche a tema, ideate e allestite dagli amici dell’Unione filatelica e numismatica e, nello stesso tempo, cominciò ad essere frequentato da personaggi autorevoli: dal sindaco Carlo Cingolani al vice prefetto Elverio Maurizi, dallo scultore fiorentino Loreno Sguanci al pittore Fabio Failla, dal professore di tradizioni popolari Febo Allevi all’assessore regionale alla cultura Lorenzo Marconi, dal direttore della Carima Enrico Panzacchi al consulente artistico di Palazzo Ricci Ghino Crucianelli, dal post-futurista Silvio Craia allo storico Evio Hermas Ercoli. Comunque nonostante la ripresa, l’istallazione di un igienico lavabicchieri, del telefono a gettoni, l’abbonamento gratuito a Il Messaggero e il gas portato a costo zero da Alfredo Monteverde, la gloriosa bandiera del circolo era spesso a mezz’asta, segno evidente che un altro socio se ne era andato.

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Nel Giardinetto c’era una piccola cucina auto-gestita dai soci e dietro il banco della mescita spesso si alternavano i componenti del direttivo o gestori improvvisati. Il vino arrivava attraverso una pompa collegata alla damigiana che era in cantina: per ogni litro di vino che arrivava alla spina ci voleva un litro d’acqua. Quindi una cinquantina di litri d’acqua al giorno se ne andava nelle fogne della città. Però era comodo, visto che alla cantina si accedeva attraverso una scala dopo aver sollevato una botola. Le damigiane venivano calate dall’esterno attraverso un comodo montacarichi costruito da qualche ingegnoso socio che mi aveva preceduto nelle patrie bottiglie. Ogni socio infatti, dietro un piccolo compenso, si prestava a svolgere alcuni lavoretti di manutenzione: Alberto Carlini detto Sottanò, perché attaccato fin da piccolo alle lunghe gonne, imbiancava lo stanzone una volta l’anno e i Patriossi, padre e figlio, con officina in vicolo Tornabuoni, prestavano la loro opera per quanto riguardava la manutenzione dell’impianto idraulico. Quando saltava il contatore o si fulminava il neon si chiamava Flavio Bucalà e Peppe Sip si era specializzato nell’ancoraggio e nella relativa messa in tensione dei cavi d’acciaio che a settembre dovevano sostenere i pampini stillanti stracarichi d’uva fino alla vendemmia.

Salvi-Perno-e-MiceliIl circolo si animava soprattutto il pomeriggio. C’era il maestro che beveva da barbaro un paio di dozzine di bicchieri di bianco, il fabbro che tutte le sere si portava una merenda sfiziosa, il muratore che non di rado stendeva con il mattarello la sfoglia per le tagliatelle, il marmista che amava cucinarsi il lunedì di Pasqua la testina di agnello con tanto di pilotto, lo spacciatore che ogni tanto arrostiva alla brace il castrato insaporito con battuto di lardo e rosmarino, il rigattiere che si faceva il sugo con i gamberi di fiume e granchi di terra appena catturati, il marinaio che il giorno dei morti si lessava l’aringa con la cicoria e Lisà che era talmente parsimonioso da riuscire a separare l’acqua dal vino con una mollica di pane. Inoltre, c’era sempre chi giocava a carte, una quattrata a briscola e a tressette con relativa rivincita,  poi i giocatori della coppia perdente venivano sfottuti e mandati al banco a strusciare la pancia o si giocavano a scopa l’intera posta consistente in una fojetta. Il nostro tavolo aveva il piano di formica verde ed era posto tra il bancone e il montacarichi, proprio sotto la stampa sottovetro raffigurante un burbero marchese Giacomo Costa, che la leggenda voleva essere stato il munifico e gattopardesco donatore del circolo ai Garibaldini reduci dalle patrie battaglie. A capotavola, vicino al radiatore in ghisa si sedeva Rapanì, poi c’era il posto di Mastrocola, di Mario Carrà, di Gino Gentili e di Azelio Morresi, il portabandiera dei Combattenti e reduci. Azelio raccontava spesso di aver fatto parte della mano nera in quanto, durante la guerra, era imbarcato sull’incrociatore Euro dove operava alle caldaie come fuochista. Azelio era molto orgoglioso di aver combattuto in marina, anche se quel fumo gli aveva procurato un’asma cronica.  Un gran fumo di sigaro toscano o di trinciato forte fumato nella pipa invadeva il locale. Antò ogni due boccate di fumo schizzava uno sputo per terra, suscitando le inutili proteste di Valeria l’ostessa che, poveretta, il mattino successivo doveva pulire il pavimento dello stanzone dove amava ballare il valzer nei giorni di festa. Al sabato c’era una grande animazione quando arrivava l’allegra compagnia di giovani artigiani, due fabbri e un muratore: Pavesino, Dino detto Sorce e Silvano Piancatelli detto Catalano. Con la bella stagione poi tutti erano attorno al campo del gioco delle bocce. Uno spettacolo da non perdere era il gioco della morra, proibito ufficialmente come tutti i giochi, ma praticato ovunque. Ogni partita 11 punti, e la posta di due partite consisteva in un litro di vino. Si riconoscevano le voci: quella grossa e roca di Bruno, quella col timbro nasale di Libero, quella cantilenante di Adriano Carpano detto Pocaciccia. Marino urlava più di tutti: «Tre! Otto! Cinque! …». Il gioco si faceva sempre più duro, si sbattevano i pugni sul tavolo perché qualcuno imbrogliava. Festa-delluva-1983-300x200L’arbitro contava i punti con le dita e segnalava la fine della partita battendo le palme sul bordo del tavolo. Spesso venivano giocatori da altre società, c’erano sfide importanti che duravano fino a tarda sera. Poi, i più dotati cantavano romanze delle opere più conosciute: Traviata, Rigoletto, Forza del Destino e Trovatore. Alfredo Lellini detto Rapanì cantava Mamma. Al Giardinetto c’era di tutto al di fuori della solidarietà che dovrebbe contraddistinguere il vivere umano. E dire che era una “Società”. Inoltre, i componenti del direttivo erano completamente privi del benché minimo senso dell’umorismo: prendevano le cose irrilevanti sul serio e quelle importanti per scherzo. Mentre tolleravano l’ingresso dei primi drogati maceratesi, applicavano lo statuto in maniera rigida per le stupidaggini, tanto che una volta sospesero per ben quindici giorni il povero Pozzarolo accusato di aver tenuto un linguaggio scurrile e, quindi, non consono alla tradizione del circolo. Molto spesso ci si alterava per via della qualità e forse quantità di vino. Allora si ricorreva all’enologica Staffolani per le analisi e i dovuti accertamenti sul grado zuccherino. Erano gli anni in cui la gente moriva anche per il vino sofisticato e quindi veniva naturale la sindrome metanolo. In ogni caso, tra quel centinaio di soci c’erano tipi davvero simpatici che amavano recitare a soggetto in quel gran palcoscenico. Umberto Bernacchini detto Jovanzà non perdeva occasione per dare sfoggio della sua innata eleganza, anche se dopo qualche bicchiere cominciava a lampeggiare con gli occhi e intrecciava la lingua. E mentre Beniamino, un vecchio falegname, veniva saltuariamente, Carrà, il vecchio fabbro, arrivava puntualmente sul tardi, un accorgimento temporale per evitare di ubriacarsi. Poi c’era Morittu che andava fiero del suo ingresso nel direttivo dopo una dura campagna elettorale prima di tangentopoli: un voto un vuoto. Aveva dato fondo a tutte le sue risorse ma, a fronte delle sessanta fogliette che aveva offerto, nell’urna trovò solo trentacinque preferenze.  Il mansueto Pulcì giurò di averlo votato, come pure il burbero Pie’ lu Tappu e Franco Muscolò. L’astuto Morittu non si dette pace e interrogò Orazio Carapella, Raniero Leonardi e Gabriele Compagnucci che alla fine confessarono di aver ricevuto una bottiglia di Vernaccia dal suo diretto concorrente che si era impegnato a garantire la luce perpetua agli elettori. Comunque, il Giardinetto era una fonte di storie e leggende cittadine. Così una sera Emilio F., un muratore in pensione originario di Montecassiano, mi raccontò di aver lavorato all’altare della chiesa di san Filippo e di aver sepolto sotto i gradini dell’altare una cassa metallica. Allora non gli diedi molto ascolto ma, ripensandoci ora che la chiesa è chiusa da oltre dieci anni, potrebbe trattarsi di una sorta di “Oro di Dongo” perché, come mi disse Emilio, lavorò a san Filippo proprio nel periodo imminente alla caduta del Fascismo. Quindi, una volta che si darà inizio ai lavori di restauro post sismico, sotto l’altare della chiesa frequentata dalla gente che conta e da quella che vorrebbe contare, da cittadini di primo pelo, teste d’uovo e senza peli sulla testa, si potrebbe monitorare, come si dice ora, sondare, scoperchiare qualche gradino per verificare se sotto c’è il tesoro della Civitas Mariae: documenti dell’ultimo Podestà. Probabilmente non si farà nulla per rispettare il sacro e il profano al tempo stesso e inoltre per rispettare Roberto che, per disarmare le persone curiose poneva la seguente domanda/indovinello: «Lo sai perché san Filippo campò cent’anni? Perché non beveva, non fumava e per gli affari degli altri non ci s’impicciava!».

La storia vuole che nel 1988 l’onorevole Mario Capanna, venuto in città per presentare il libro Formidabili quegli anni al cinema Excelsior, venne ospitato insieme ad una cinquantina di compagni di Democrazia proletaria per un convivio: un panino, un quartino e poi nel corso della serata gli venne consegnata la tessera di socio onorario del Giardinetto e, mentre se ne andava sulla sua Renault 5 alla volta di Roma, mi disse: «Conserverò questa tessera con piacere. Come mi ricorderò di questa bella serata e di questo locale garibaldino. Speriamo che non lo scopra Craxi!». Poco dopo arrivò Bobo Craxi per il servizio militare, poi Pino Rauti al quale sbarrarono democraticamente la porta. Ma questa è un’altra storia, la storia delle miserie umane da compagni di merende.

Il Giardinetto aveva un ottimo statuto e ogni anno festeggiava il 30 aprile con una corona al monumento dell’eroe dei due mondi e con un pranzo sociale a costo zero, visto che era a carico della Società, e chilometri zero, perché spesso si andava al ristorante Grande Italia in piazza della Libertà. Infatti, proprio il 30 aprile del 1849 ci fu la battaglia di Porta San Pancrazio, che Garibaldi dedicò ai maceratesi. Il pranzo sociale terminava con il classico discorso patriottico del cav. Vinicio Medori, uno degli ultimi monarchici di Macerata.

Ora, dopo lo sfratto e l’inagibilità, il Giardinetto probabilmente diventerà un locale per ricchi. Non ascolteremo più il vociare degli avventori, né il tonfo delle bocce che sbattono sulle sponde, né quella maledetta fisarmonica stonare un valzer fatto di niente. Il valzer della povera gente.

“Il Giardinetto” potrebbe presto fregiarsi della “Fojetta”, il simpatico logo che segnalerà le Osterie storiche delle Marche come stabilito dalla LR 5/2011: “Interventi regionali per il sostegno e la promozione di osterie, locande, taverne, botteghe e spacci di campagna”.



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