Serena verifica?
No, duro processo

Sette pubblici ministeri e un solo imputato: il sindaco. Innocente? Chissà.
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carancini-verificadi Giancarlo Liuti

Millecinquecento anni fa l’imperatore Giustiniano sentenziò che le parole debbono corrispondere alle cose (“Nomina sunt consequentia rerum”) e che usare le parole secondo il loro vero significato è segno di equilibrio morale e onestà intellettuale. Ma per astuto e demagogico infingimento la politica – specialmente la politica attuale – è venuta meno a questo principio e ama abbandonarsi a un uso distorto delle parole, piegandole a significati che esse non hanno o addirittura sono l’opposto di ciò che esse, per loro natura, dovrebbero indicare. Così è accaduto che nel secolo scorso la parola “libertà” fu utilizzata per nascondere la più atroce delle schiavitù (“Il lavoro rende liberi”, era scritto sul cancello di Auschwitz”). E così, oggi, la guerra si chiama “pace” e l’ingiustizia – le leggi ad personam – si chiama “giustizia”. E pur pacatissime divergenze di opinione si chiamano “lite”, una parola, questa, che a rigor di vocabolario, dovrebbe indicare “violento contrasto con ingiurie e offese”. Povero Giustiniano, la tua luminosa saggezza s’è persa e stiamo diventando sempre meno civili. Ed è proprio per denunciare i guasti etici ed estetici di un simile andazzo che lo scrittore Gianrico Carofiglio ha dato alle stampe un libro di successo intitolato “La manomissione delle parole”.

Ma veniamo a noi. Che significa, in politica, la parola “verifica”? Ce lo dice lo Zingarelli: “Incontro tra i rappresentanti di una coalizione per accertare se esiste ancora la volontà di proseguire la collaborazione”. Bene. Ora è noto che da un paio di settimane è in corso, a Macerata, una cosiddetta “verifica” fra le forze che compongono la maggioranza comunale: Partito democratico, Italia dei valori, Pensare Macerata, Comunisti italiani, Sinistra per Macerata, Rifondazione comunista e Verdi. Ben sette gruppi, dunque, fra i quali sarebbe naturale che coll’andar dei mesi fossero emerse posizioni non sempre identiche sul programma e la sua attuazione, e che, di conseguenza, fosse sorta l’esigenza di una “verifica” per farsi domande, darsi risposte, individuare eventuali difficoltà, superarle con un più avanzato accordo fra orientamenti diversi e riprendere con rinnovata lena il cammino iniziato dopo la vittoria alle elezioni dell’anno scorso.

Niente. Il documento della “verifica” firmato da tutti (un documento chissà perché riservato, tanto che la sua pubblicazione su Cronache Maceratesi è stata un autentico scoop e ha indispettito qualcuno) testimonia infatti che fra le componenti di questa maggioranza c’è un’intesa piena e assoluta, un’intesa che denota una compattezza davvero unica in Italia a livello provinciale, regionale e nazionale, dove le coalizioni sono costantemente alle prese con ripensamenti, critiche interne e mal di pancia. Meglio così.

Ma su quali argomenti si fonda, a Macerata, una concordia a tal punto stupefacente? Sui temi economici, sociali e infrastrutturali della città? Sui limiti delle risorse comunali dopo i tagli del governo? Sugli effetti della crisi economica? Sulle esigenze e le aspettative dei cittadini? No, di questo il documento non parla, se non di sfuggita. Una compattezza così straordinaria riguarda un’altra cosa: la denuncia – unanime, esplicita, ferma – degli errori del sindaco Carancini nella composizione della giunta e nelle scelte per le nomine delle aziende partecipate.

Ma allora non è una verifica, è qualcos’altro. Vale a dire un processo “contra personam”. E se i nomi debbono corrispondere alle cose, finiamola di chiamarla verifica e chiamiamola come Dio (e Giustiniano) comanda: processo con sette pubblici ministeri, un imputato e nessun difensore.

Le accuse? Una raffica che occupa ben nove delle dieci pagine del documento. Prima accusa: gli assessori voluti da Carancini non sono stati “espressi o indicati dalle aree politiche della maggioranza, in alcuni casi anche in modo contrastante coi suggerimenti e le indicazioni di  alcune forze politiche”. Seconda accusa: questa impostazione “non ha prodotto risultati positivi anche nel campo delle designazioni per enti e società partecipate, creando una situazione di squilibrio rispetto ai risultati elettorali”. Terza accusa: la realizzazione del programma di coalizione è ferma anche per “la poca esperienza amministrativa di parte degli assessori” (col conseguente “auspicio che sia possibile apportare qualche correttivo”). Quarta accusa: Carancini e la sua giunta hanno mostrato “diffidenza e dissenso per le iniziative di singoli consiglieri comunali di maggioranza” (neanche un cenno alla metodica azione di disturbo portata avanti dalla commissione urbanistica), determinando un “vulnus nel tessuto democratico e rappresentativo”. Quinta accusa: l’azione di Carancini e della giunta “non è stata sempre trasparente”. Sesta accusa, che rafforza la terza: “alcuni assessori hanno capacità amministrativa, ma altri presentano timidezze operative, carenze nella elaborazione pratica, prevalente individualismo, assenza di collegialità”. Settima accusa, che rafforza la prima: la giunta non è “rappresentativa di tutte le forze di maggioranza”. Ottava accusa: le “priorità programmatiche non possono essere decise esclusivamente dal sindaco e dalla giunta”. Nona accusa: le nomine nei consigli di amministrazione delle partecipate “debbono essere espressione delle diverse realtà dell’attuale maggioranza politica e occorre un riadeguamento delle rispettive presenze in ragione del risultato elettorale”. Decima accusa: considerando l’importanza del settore dell’urbanistica (il vero punto dolente?), il sindaco si spogli di tale compito e lo “attribuisca a uno specifico assessore” (un uomo dell’ apparato pre-Carancini cui affidare anche il ruolo di vicesindaco?).

Un cauto cenno a qualche dissapore intestino viene fuori soltanto sulla quota di potere – da alcuni giudicata eccessiva – del Pd, al quale appartengono il sindaco, il vicesindaco e il presidente del consiglio. E il Pd sembra replicare – ma molto sommessamente, per non incrinare quell’unanimità – con l’argomento di aver ricevuto dall’elettorato ben 14 dei 24 consiglieri della maggioranza. Anche dal Pd, comunque, nessuna pur parziale difesa dell’operato di Carancini (c’è stata, è vero, la successiva uscita pubblica di nove esponenti di rilievo che nel pronunciarsi contro quel documento si sono definiti, non a caso, “l’altro Pd”).

Soltanto accuse, dunque, che possiamo ricondurre a una: il sindaco è un autocrate, si comporta da dittatore, si sottrae al dovere di misurarsi con le legittime istanze della coalizione. E qual è la condanna prevista da siffatto processo? Che lui si pieghi alla volontà dei sette gruppi, gruppetti e gruppuscoli del proprio schieramento, soprattutto concedendo loro posti in giunta e nelle partecipate, il che, fra l’altro, rischia di essere indicativo della non elevata qualità politica delle intenzioni e delle richieste. Insomma, tanti saluti alla “nuova storia” – giovani, donne, società civile, più autonomia dai partiti – e un bentornato alle centellinate regole consociative della storia vecchia, compreso lo spettro del Manuale Cencelli.

Intendiamoci, non voglio dire quelle accuse siano infondate, né che l’invocata condanna non corrisponda a una reale esigenza di maggiore democraticità negli assetti del potere comunale, né che la “nuova storia” caranciniana non presenti problemi di autoreferenzialità e di troppo scarsa attitudine al confronto democratico. Non frequentando le stanze del potere e ignorandone i segreti (pochi e contraddittori sono i fatti venuti alla luce, con la perdurante ambiguità fra trabocchetti, sgambetti, dispettucci e finti proclami di sostegno al sindaco), mi astengo dal prendere una posizione precisa. Dico soltanto che questa non è una “verifica” ma è un severo“processo”, e come tale l’opinione pubblica deve valutarlo, rilevando che nelle carte accusatorie non si dà spazio ad alcuna pur fievole e isolata voce a discarico (strano, per un processo), e che al tirar delle somme tutto si riduce alla perentoria richiesta di una diversa distribuzione di incarichi, e che, alla fin fine, il documento è un inno agli stili della politica del passato, in un mondo – Macerata compresa – dove la voglia del nuovo sta diventando un fiume in piena.

Ora aspettiamo le ragioni di Carancini, che le esporrà – pare- a settembre. E saranno le sole ragioni a difesa, di lui per se stesso. Normale? Tutto è normale, oggigiorno, anche l’anormalità. E sia. Ma almeno si rinunci all’ipocrisia di chiamare le cose con furbastri eufemismi per mettere una maschera dolce a una realtà forse amara. Mi rendo conto che la parola “verifica” è una comoda vernice, perché, lasciando supporre un inesistente un dibattito leale, aperto e privo di certezze precostituite, offre l’immagine, falsa, di una politica seria e dignitosa. Ma via, stavolta  la parola esatta è “processo”, fra l’altro con una sentenza che sembra già scritta. E allora? Capisco di sognare l’impossibile, ma sarebbe decoroso che le parti in causa – tutte, i sette accusatori e l’unico accusato – riflettessero sulle conseguenze di questa situazione e se ne assumessero la responsabilità di fronte alla cittadinanza.



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