L’oro verde di Matelica, il Verdicchio
Questa città può diventare l’emblema della green economy. Prima capitale del petrolio con Enrico Mattei, poi dell’industria del bianco, oggi cerca nuovo sviluppo dal suo vino
Un’oasi di pace celata dai monti, che si apre allo sguardo solo mano a mano che ci si avvicina alla sua dogana e che riserva sorprese inaudita ai sensi umani. Lo sapessero gli americani ci farebbero su una case history. Sì quelle cose che si raccontano nei megaconvegni di economia per dire una cosa semplice: si può fare. Invece qui sui primi contrafforti del pre-Appenino, in una terra che una volta era signoria dei Da Varano, potenti e illuminati reggitori di Camerino protagonisti del Rinascimento,vivono quasi inconsapevolmente questa loro ovidiana metamorfosi. Che può essere un secondo Rinascimento. Una spiegazione? A dar retta ad una leggenda che si racconta tra le mura avite di Matelica, bellissima, cinta dai suoi bastioni e colorati di tramonti dal cipria al rosso mattone, con palazzi che vanno dal medievale al rinascimentale, ornata di giardini ubertosi, piccola certo, eppure metropolitana nel senso che è stata aperta al mondo, c’è una spiegazione neurologica. Nella piazza centrale di Matelica troneggia una bella fontana ottagonale in pietra bianca: un capolavoro. Si vuole che chi compia correndo sette giri attorno alla fontana abbia ad eterno la patente di matto. In realtà si vuol dire che i matelicesi hanno una sorta di proiezione schizoide di se medesimi: sanno andare per il mondo, ma sono gelosi, al limite della sottovalutazione, del loro mondo. E invece Matelica andrebbe studiata. Perché è il paradigma di un possibile nuovo modello di sviluppo che mette l’agricoltura, e la viticoltura in particolare, al centro dell’economia. Insomma è inconsapevolmente la capitale della green economy. Per capirlo bisogna andare qualche decennio indietro. Qui ha “regnato”Enrico Mattei che è stato il padre-padrone dell’Eni. Per la sua Matelica ha fatto tutto ivi compreso dare da lavoro col petrolio a tutti. Qui i giovani a cavallo tra gli anni cinquanta e settanta non erano coscritti alla leva, ma all’Eni. Sono andati ovunque a perforare, cercare, vendere il petrolio. Contemporaneamente a due passi da Matelica Aristide Merloni nella sua Fabriano aveva inventato il distretto del bianco: scaldabagni, lavatrici, frigoriferi. Tutti gli elettrodomestici che il mondo usa sono stati fatti qui. E i giovani avevano lasciato definitivamente la campagna, che peraltro qua è bellissima e si declina in altri territori del vino come Serrapetrona (famosissima la Vernaccia), come San Severino (gioiello assoluto d’arte). Mi dice oggi un ex sindaco: quand’ero ragazzo sognavo che i giovani invece di cercare lavoro a Fabriano restassero qui. Ora tornano. Cos’è successo? La crisi. E il futuro? Il futuro ora torna ad essere la terra che qui produce un vino bianco di valore mondiale: il Verdicchio di Matelica che ha una Doc ultraquarantennale e che nella tipologia riserva ha ottenuto proprio quest’anno la Docg. E a dire che Matelica si sta strutturando come un distretto vinicolo e agricolo d’eccellenza ci sono altri due eventi: la nascita qui dell’unico vero Centro di Analisi Sensoriale, diretto da Lucia Bailetti, che è un’eccellenza europea, e il fatto che ci sia la facoltà di Veterinaria dell’Università di Camerino. Tecnologia e tradizione. Perché nel bellissimo museo civico “Piersanti” è custodito un quadro che si intitola “Il Cristo Vendemmiatore” (è un unicum) e che nella zona archeologica, imperdibile, tra le tombe dei Principi Piceni sono stati trovati vinaccioli che il carbonio 14 ha datato al VII secolo a.C.. Come dire che la vigna qui è di casa da tremila anni! Se non è un contemporaneo distretto rurale questo, vuol dire che non ne esistono altri. Ma il Verdicchio deve crescere in consapevolezza del suo valore. Non in qualità dacché è un bianco assoluto: freschissimo, con sentori di ginestra e di pera, con un inconfondibile finale di mandorla, con un corpo robusto, in guanto di velluto. Lo hanno chiamato il rosso vestito da bianco: e non è lontano dal vero. Capace di stare con tutto: col pesce dell’Adriatico e i vincisgrassi, col coniglio in porchetta e il pecorino stagionato, col ciauscolo e la galantina, col fritto di creme e olive e le tagliatelle al tartufo. La mensa quotidiana di Matelica. E però qui entra in gioco la variabile del matto. L’understatement che contraddistingue i maceratesi, e i matelicesi in particolare, ha fatto sì che il Verdicchio di Matelica vivesse un’esistenza tranquilla: poca notorietà, mercato quanto basta. Un gioiello da tenere in casa. Ma oggi il mondo è cambiato. Il Verdicchio è il nuovo oro verde di Matelica. Che già con Mattei aveva insegnato al mondo che si può fare e che oggi col Verdicchio può ripetere la docenza per dire che si può andare oltre la crisi immaginando, nei campi, un futuro. Dorato come i riflessi del Verdicchio che accompagna i miei pensieri seduto qui sulla fontana del matto in attesa che dal bicchiere spunti il genio. Il genio di Matelica.

Bella la storia , bella la prosa , bella la speranza di un nuovo futuro per le nostre terre.
Bianco, rosso e Verdicchio.
In questi giorni che precedono la vendemmia e di feste ad essa dedicata, tra pampini stillanti e intrecci di ghirlande, tra taverne e sarabande, tra bottiglie ed etichette, vale la pena ricordare una curiosa opera della nostra provincia, ben descritta da Maria Alinda Bonacci Brunamonti: “Il Torchio Mistico”. Infatti la scrittrice in “Ricordi di viaggio” (Barbera 1905) narra con rara efficacia del viaggio (2 settembre del 1891) da Recanati a Macerata con carrozza privata (taxi), della visita all’Università, del pranzo al Fanfulla e della partenza dalla stazione ferroviaria di Macerata con il treno delle 14 che arrivava alle 17 a Matelica, città della mamma e quindi meta di un breve soggiorno dai parenti. Tra le tante suggestioni paesaggistiche e non solo, del viaggio riprendiamo il brano della feroce critica a “Il Torchio Mistico”: “Ma non dimenticherò il quadro veduto nel coro di Sant’Agostino, «dove il seicento fe’ l’ultime prove». Cosa più grottesca è difficile vedere, e tanto stranamente il sacro mischiato al ridicolo. Nel centro del quadro è una grande tinozza di legno piena d’uva nera , e Gesù Cristo tutto curvo sotto il peso d’un gran crocione pesta quell’uva. Dietro a lui è il Divin Padre, con in mano un torchietto da vinsanto, e gira con tutta la forza la vite, la quale con un ben congegno ricalca la croce sulle spalle di Gesù. Torchiato in quel modo egli gitta dalle cinque piaghe zampilli di sangue sulla tinozza delle uve. Lo Spirito Santo, appollaiato sulla croce, sorveglia che le cose sieno ben fatte. Intanto un angioletto in basso svina dalla cannella della tinozza quel sangue e quel mosto, ed ecco in qual modo, colla più sconcia materialità, quei matti spiritati di pittori e d’ispiratori, traducendo agli occhi il turcular calcavi della Bibbia, hanno profanato il mistero dell’Eucarestia e della Passione”.
Riteniamo che questa tela, riprodotta e valorizzata da una nota azienda vitivinicola di Matelica e carica di elementi scomparsi, vada comunque inserita a pieno titolo tra le tante curiosità che danno una originale identità alla nostra Provincia detta “Terra delle armonie”.
Complimenti a Carlo per l’articolo, davvero molto bello: una curiosità, poi. Anche a Gubbio c’è una fontana girando intorno alla quale si acquisisce la patente di “matto” ma i giri sono appena tre (naturalmente si gira in senso antiorario).
mi associo ai complimenti per il bellissimo articolo
Questo articolo e’ a mio avviso molto interessante nella sua accurata descrizione della crescita, o se vogliamo espansione, economica dell’area. Cio’ che manca a mio parere, e non me ne vogliate se con questo commento mi inoltro fuori dal tema, e’ un giudizio sulla qualita’ degli imprenditori che come ben sappiamo non sono stati in grado di cavalcare l’onda del successo causa mancata capacita’ perche’ sappiamo bene che gestire un patrimonio ereditato, e’ differente dal creare un impero. Mi riferisco alla famiglia Merloni, ai loro piani di espansione nell’est europa nonche’ nell’economicissima Asia, e alla loro demenza dimostrata attraverso gli anni mediante l’aumento del numero delle casse integrazioni. Mi chiedo, per finire, cosa ne sarebbe stato della bianca azienda se non fossero sopravvenute le agevolazioni statali a seguito di una coincidente carica senatoriale attribuita ad uno dei membri del casato.