Qualità della vita
e qualità della politica

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valleverde_dall_alto-2-300x200di Giancarlo Liuti

Lo straripante successo pure a Macerata del sì al referendum dimostra varie cose. Certamente il tramonto del carisma fascinatore di Berlusconi. Certamente il desiderio di buona politica, intesa, questa, come partecipazione – anche dei giovani, finalmente – al realizzarsi del bene comune e alle responsabilità collettive che ne derivano. Certamente le reazioni emotive al disastro di Fukushima (ma attenzione a non dar troppo peso all’emotività: il quesito sul nucleare è quello che, magari di poco, ha avuto meno sì dei due quesiti sull’acqua). Certamente gli effetti della crisi economica. Certamente quel fenomeno che tanti politici continuano a non capire, cioè l’impetuoso e magmatico fiume della comunicazione via Internet (Facebook, Twitter, YouTube e, nel nostro piccolo, i “commenti” su Cm). Ma anche, e non ultima, la sempre maggiore attenzione dei cittadini alla qualità della vita individuale e sociale che si è venuta manifestando su scala planetaria e in particolare nei paesi occidentali.

Se questo è vero, vorrei tentare qualche considerazione sul tormentato passaggio, a Macerata, fra la ex giunta Meschini e l’attuale giunta Carancini, passaggio nel quale ha avuto un notevole peso l’urbanistica. Un argomento, questo, che da oltre un anno determina ostilità palesi e occulte, indebolimento dell’esecutivo comunale e, a fasi alterne, rischi di crisi della maggioranza consiliare. Su di esso si riflettono due diverse concezioni dello sviluppo: una più sensibile alla crescita produttiva e all’iniziativa imprenditoriale, l’altra all’ambiente, al paesaggio e alla vocazione terziaria – servizi, beni immateriali – della città. Concezioni degne di rispetto, intendiamoci. A patto però che si confrontino apertamente e lealmente davanti all’opinione pubblica nella reciproca consapevolezza che negli ultimi tempi sono maturate, anche a Macerata, nuove esigenze e nuove aspettative, e insomma che il mondo sta rapidamente cambiando.

Referendum a parte, l’occasione di pensarci mi è venuta alcune settimane fa, quando Graziano Pambianchi, presidente del consorzio urbanistico “Valleverde”, ha tirato le somme di un’operazione avviata nel lontano 2003 e oggi arrivata a conclusione, dicendosi “orgoglioso di presentare la nuova realtà di una delle più importanti zone produttive, commerciali e direzionali della Valle del Chienti”.

Le cifre. L’area copre 57 ettari di campagna subito a nord dell’attuale centro commerciale di Piediripa, con una significativa espansione ad est, verso l’abbazia di San Claudio. Tale spazio sarà occupato per 39 ettari da 41 insediamenti industriali, artigianali, commerciali e direzionali, per 7 ettari da strade, per 7 da verde, per 4 da parcheggi.  Il tutto, a totale carico dei privati, ha un importo di oltre 11 milioni di euro. Il consorzio fra gli originali proprietari delle aree e i titolari delle aziende interessate a insediarvisi prese vita otto anni fa e ottenne il placet dell’amministrazione civica, che provvide a modificare la destinazione di quei terreni con una variante del piano regolatore. Nessuna spesa, ripeto, per il Comune, che, anzi, ha fino a oggi incassato 412mila euro per l’Ici (240mila all’anno ne incasserà in futuro) e altre somme ricaverà dai costi di costruzione. Ora, secondo i tempi e le esigenze delle varie imprese, si attende che inizino i lavori per l’edificazione di quelle 41 strutture. Capannoni, in gran parte. Dunque cemento. Alcune strade, con relativa segnaletica, sono già pronte. Tutto ciò, fino a prova contraria, è avvenuto nell’assoluto rispetto delle norme vigenti e in base a una scelta politica presa dall’allora giunta Meschini che la ritenne positiva per gli interessi della città.

Dove sta allora il problema? Sta appunto nel fatto che negli ultimi anni si è rafforzata a livello pressoché universale una cultura sempre più attenta all’ambiente, al paesaggio, all’aria, all’acqua. Dal 1990 al 2005 sono stati cementificati in Italia ulteriori 3,5 milioni di ettari , più del Lazio e dell’Abruzzo messi insieme. E nelle Marche è stato ulteriormente “consumato” il 13 per cento del suolo. Dal 1970 le aree urbanizzate del Veneto sono cresciute del 320 per cento, mentre la popolazione è aumentata solo del 32 per cento. Ha scritto il grande poeta Andrea Zanzotto: “Un bel paesaggio, una volta distrutto, non torna più. E se durante la guerra c’erano i campi di sterminio, adesso c’è lo sterminio dei campi”. Ne consegue che continuare su questa strada comporterebbe – anche per Macerata, “terra delle armonie”- un mutamento in peggio della qualità della vita.

“Valleverde, la “Minitematica” e il “Piano casa” sono scelte legittime del passato (in termini di lavoro, investimenti e reddito pro capite l’edilizia produttiva e residenziale è un forte volano dell’economia) e credo che esse non vadano né rinnegate né demonizzate. A mano a mano, però, ha messo radici un sentimento di responsabilità per il futuro che impegna i pubblici poteri a porre un freno all’avanzare del cemento. Era anche questo, in fatto di urbanistica, il senso del “comincia una nuova storia” con cui Romano Carancini affrontò le elezioni dell’anno scorso e le vinse. E il rapporto con la precedente giunta Meschini avrebbe potuto e dovuto svolgersi in un clima di “buona politica”, gli uni e gli altri prendendo atto con onestà intellettuale del progressivo – e velocissimo, oggigiorno – evolversi dei tempi. Meschini, insomma, non è stato il cieco assertore del “cemento selvaggio” e sarebbe assurdo che Carancini lo accusasse di questo. Perché tutti e due, ma in tempi diversi, hanno perseguito un’idea di bene comune.

Purtroppo non è andata così. E lo si capì subito, a partire dalla questione dell’industria insalubre Giorgini, per l’insediamento della quale c’era stato il regolare sì della giunta Meschini e poi, anni dopo, è sopravvenuto l’altrettanto regolare no della giunta Carancini. Fu questo il casus belli. Di una guerra che non sarebbe dovuta essere tale se fin dall’inizio quelle due diverse concezioni dello sviluppo si fossero misurate a viso aperto davanti alla cittadinanza, tenendo presente il mutare dei tempi, ponendo in dibattito le rispettive motivazioni e disponendosi alla proficua ricerca di una sintesi che per un verso non disprezzasse il passato e per l’altro verso non chiudesse le porte al futuro. Questa, per l’appunto, sarebbe stata “buona politica”. Invece fu imboccata la via della “cattiva politica”.

Se da una parte – su “Giorgini” e su “Valleverde” – erano prevedibili le posizioni anche molto accese delle associazioni ambientaliste, dall’altra parte la risposta fu uno sdegnato e accigliato silenzio che paradossalmente contribuì ad alimentare insinuazioni di traffici oscuri, interessi inconfessabili, logge, comitati d’affari. Insinuazioni che trovarono terreno fertile nel crescere, fra la gente, della disaffezione dalla politica (una sorta di qualunquistico, disgustato e mugugnato “così fan tutti”). Insinuazioni che non furono respinte con energia da chi contava di trarne vantaggio. Insinuazioni, però, che erano – e sono – prive di qualsiasi oggettivo elemento di prova. Sta di fatto che questo clima intossicato cominciò a produrre mozioni fratricide, defezioni nei voti consiliari, contestazione dei poteri e delle prerogative dell’esecutivo (è divenuto motivo di scontro perfino il semplice spostamento di sede di un paio di uffici), il persistente “remare contro” della commissione urbanistica di maggioranza (sic!) e un sindaco che a sua volta si è irrigidito su posizioni non sempre consapevoli dei seri problemi – non più personali ma via via squisitamente politici – che questo tira e molla avrebbe creato in consiglio e all’interno della coalizione. Con quale giovamento per i veri interessi della cittadinanza è facile immaginare.

Vecchia giunta Meschini contro nuova giunta Carancini? Nuova giunta Carancini contro vecchia giunta Meschini? Incredibile abbaglio, essendo state entrambe espressione di una identica propensione dell’elettorato a una visione di progresso (le scelte politiche sono figlie dell’evoluzione dei tempi: se al posto di Meschini, nel 2000 e nel 2005, vi fosse stato Carancini, non si sarebbe comportato diversamente da Meschini, e, adesso, se al posto di Carancini ci fosse Meschini, anche lui, forse, parlerebbe di “nuova storia”). E incredibile autolesionismo. Frutto in parte del comprensibile risentimento personale per quei mormorii (sia chiaro: io non metto la mano sul fuoco per niente e per nessuno, ma vorrei ricordare che la moralità civica di Macerata può vantare il fiore all’occhiello di non essere stata neanche sfiorata, a differenza di tutte le maggiori città marchigiane, dallo “tsunami” di Tangentopoli). E frutto, in parte ancor maggiore, di quell’ambiguo e rancoroso silenzio. Per questo, a prescindere dalla diversità dei punti di vista (mi battei anch’io in difesa dell’abbazia di San Claudio), va apprezzata l’uscita pubblica di Graziano Pambianchi. Fosse stata fatta molto prima e avesse dato luogo – soprattutto nel Pd, perno della maggioranza – a un costruttivo dibattito chiarificatore, all’insegna, anzitutto, del rispetto delle persone, avremmo avuto una stagione di “buona politica”, cosciente cioè che nel corso degli anni è molte cose sono cambiate ed è l’intero Occidente, oggi, a porsi nuove domande sul concetto di sviluppo, sulle cause del declino economico (turbocapitalismo, consumismo sfrenato, galoppante finanziarizzazione dell’economia reale), sulla necessità che il Pil (prodotto interno lordo) tenga conto del Bil (benessere interno lordo) e sui temi – anch’essi forieri di sviluppo imprenditoriale e occupazionale – dei beni cosiddetti immateriali e dellla “green economy”, dalle energie rinnovabili al rilancio dell’agricoltura e alla vivibilità dell’ambiente. Qui da noi, invece, fra sgambetti, trappole e finti unanimismi, è stata la sagra della “cattiva politica”. C’è tempo per porvi rimedio? Sicuramente sì. Alcuni recenti segnali lasciano bene sperare. E molto dipende dalla saggezza di Bruno Mandrelli, recente leader cittadino del Pd.



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