Gheddafi,
20 anni fa

Sul filo dei ricordi un viaggio in Medio Oriente con Giulio Andreotti
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di Mauro Montali

<Questo è proprio uno…>. Giulio Andreotti, all’epoca primo ministro, fece la solita boccuccia mentre il ghigno diabolico, altrettanto celebre anche questo, gli si stampava sul viso sussurrando la mezza frase. Compresa solamente da chi gli stava molto vicino. Dopo due ore di colloquio riservato con il colonnello Gheddafi, nella tenda beduina posta al centro della caserma Bab Al Azizia, lo statista romano evidentemente non era soddisfatto di com’erano andate le cose con il raìs libico. Tant’è vero che non ci fu nè conferenza stampa finale nè uno straccio di dichiarazione. E noi giornalisti – chiedemmo ad Andreotti- cosa scriviamo? <Le solite… sì, le solite stronzate, collaborazione, solidarietà e così via. Tanto gli argomenti non vi mancano dopo questo massacrante tour> rispose, senza mezzi termini il presidente del Consiglio dei ministri.

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Erano i primi di luglio del 1991, vent’anni fa. Bettino Craxi era tornato sedere in via del Corso, come segretario del Psi, a presiedere agli affari strategici del Caf, dopo gli anni passati imperiosamente a Palazzo Chigi. Alla Farnesina regnava Gianni De Michelis.
La prima guerra del Golfo, “desert storm”, era finita da tre mesi e l’Italia, anche a nome degli alleati, decise di fare una prima ricognizione in Medio Oriente e fors’anche per riscuotere, in proprio, le prime cambiali per aver partecipato, in modo massiccio, alla coalizione anti-Saddam.
Fu, in effetti, una settimana assai intensa. Palazzo Chigi imbarcò un pò di giornalisti (l’inviato del Messaggero era Paolo Bonaiuti, attuale sottosegretario e alter ego di Berlusconi) e, via, per il grand tour mediorientale, con tappa finale, per l’appunto, Tripoli. Ci fu un primo scalo tecnico a Tunisi per prendere a bordo un anziano diplomatico italiano dell’ambasciata. Il quale doveva fungere, per tutto il viaggio, da interprete. Ma come? E’ possibile- chiesi io- che a Roma non ci sia un consigliere che parli bene l’arabo? <Sì, ovviamente, ma come lui nessuno> mi fu risposto dal capoufficio stampa di Andreotti, Pio Mastrobuoni. Arrivammo a Jeddah, in Arabia Saudita,dove il premier incontrò gli emissari  di re Fhad, per poi ripartire per il Kuwait: i pozzi di petrolio erano ancora in fiamme e, nonostante fosse mezzogiorno, una nera nebbia era già scesa per le strade della capitale dello staterello ricco di oro nero. Ma per gli Al Sabah, la famiglia regnante, era un prezzo da pagare con grande soddisfazione. Nessuno di loro poteva pensare che l’odiosa occupazione irakena durasse solamente qualche mese. E già si erano visti in povertà, si fa per dire,in qualche plaga dorata del mondo.

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Ci fu poi “lo scoglio” di Damasco. Durante la notte, Andreotti fu raggiunto da una telefonata di Bush padre, il George vincitore della guerra del golfo, che lo pregava di chiedere ad Hafez Assad, il codiddetto “leone di Damasco”, un vero stragista di massa (chiedere alla popolazione di Hama), quali fossero le sue intenzioni. La Siria, per il momento, era stata depennata dalla lista degli “stati canaglia”. E in cambio, addirittura, della partecipazione, poco più che formale, alla coalizione “desert storm” le fu dato una sorta ufficiale di “patronage” sul Libano, con l’accordo, pensate un pò, di Israele. Ma Assad non volle pagare dazio, riservandosi libertà di manovra in tutto il Medio Oriente. Insomma, la sacra alleanza con i paesi della coalizione anti-Saddam era già finita. Ma un’altra ferale notizia raggiunse il “divin Giulio”. Francesco Cossiga, l’allora capo di Stato non ancora in odore nè di picconi nè di presunte malattie mentali, evidentemente in accordo con Arnaldo Forlani, lo nominò senatore a vita. Giulio Andreotti fece mezza morte: era evidente che, in questo modo, gli stavano sbarrando la strada del Quirinale. E così fu, anche perchè, poi, i primi guai giudiziari a Palermo fecero la loro (e forse pour cause) bella comparsa.

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Inutile entrare nei dettagli delle altre visite, se non per dire che l’emiro di Abu Dhabi regalò a tutti i giornalisti uno splendido orologio “Baume Mercier”. Quello del sottoscritto fu perso quasi immediatamente in una seduta di poker sull’areo presidenziale.
Infine, Gheddafi. C’erano parecchi contenziosi con l’occidente. Gli attentati al jumbo americano sui cieli della Scozia, la bomba a bordo del 747 francese in Niger e così via. Il leader libico sembrava allora il capo del terrorismo internazionale; Al Quaeda, del resto, era ancora nei pensieri di Bin Laden. A Tripoli e dintorni, stante un relativo benessere, non c’erano segnali di dissenso ed,anzi, Gheddafi si stava proponendo, tra gli sberleffi  degli altri paesi arabi, come il capo assoluto di un neo movimento panafricano. L’Italia lo aveva aiutato in vario modo, forse a partire da Ustica eppoi nel 1986 quando Bettino Craxi fece in modo di informare il leader libico che gli americani lo stavano per bombardare e lui fece in tempo a salvarsi. Ma in quei tempi, come è noto, c’erano due servizi segreti militari che facevano una politica opposta. Anni dopo, un addetto militare del Sismi mi raccontò, durante una cena ufficiale, che furono proprio gli italiani (qualche italiano che fu espulso immediatamente) a consegnare agli Usa la piantina della caserma di Bab Al Azizia, che era stata costruita da un’azienda di casa nostra. La cosa venne pubblicata ma non ebbe segno alcuno di reazione.
Perchè, allora, Andreotti uscì tanto rabbuiato dall’incontro con il colonnello maghrebino? Forse Gheddafi stava alzando di nuovo il tiro contro l’Italia. Una strategia che, poi, nel corso degli anni, gli è riuscita vincente come le pagliacciate romane di qualche mese fa hanno dimostrato.
Il suo potere, però, si stava sgretolando. <Tante tribù, nessuna nazione>, ha scritto sull’ultimo numero di Limes il professor Aldo Nicosia, docente di letteratura araba all’Università di Catania. Il patto con alcune tribù si è rotto e <quello lì….> per dirla con Andreotti non ha avuto dubbi sul massacrare i propri compatrioti.
L’Italia di allora si sforzava, anche in modo contraddittorio, di fare politica estera. Adesso non veniamo neppure consultati dagli alleati. Caro belzebù Andreotti, quanto ci manchi. Almeno da questo punto di vista.

 

 



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