Zampetti, Scaccia e Crifò
Tre grandi intellettuali
legati a Camerino
L'addio dalla città ducale
di Giuseppe De Rosa
Nei giorni scorsi ci hanno lasciato tre personalità del mondo della cultura operanti in àmbiti assai diversi, ma comunque unite dal comune denominatore di un legame, diretto o mediato, con Camerino e la sua civiltà.
Il prof. Pietro Zampetti, nato nel 1913 ad Ancona, si è spento il 25 gennaio a Treviso. Fu storico dell’arte di prima grandezza. Laureatosi nel 1936 a Roma con una tesi su alcuni edifici romanico-gotici della provincia anconetana, tra i quali l’abbazia di Sant’Elena di Serrasanquirico in territorio diocesano camerte, dopo la guerra entrò nell’amministrazione delle “belle arti”, percorrendo l’Italia da Modena a Trento, da Genova ad Ancona a Venezia e Urbino: in queste ultime due ricoprì l’incarico di sovrintendente. Fu instancabile promotore di mostre e attività culturali, oltre che autore di un’infinità di saggi e docente universitario.
Molteplici e legati da profondo interesse culturale i suoi rapporti con Camerino –dove ebbe come amici e referenti don Antonio Bittarelli, don Giacomo Boccanera e il can. Mariano Zampetti –: dalla mancata tesi di laurea sul santuario di Macereto (cui però ebbe a dedicare un breve saggio nel 1957, dove si occupò anche della chiesa della Madonna delle carceri) alla “scoperta” agli inizi degli anni ’60 della oggi celeberrima tela del Tiepolo nella chiesa di San Filippo. Per la verità l’attribuzione della “scoperta” non è univoca: di sicuro Zampetti fu il primo, nel 1964, a pubblicare il nome dell’autore – incredibilmente rimasto ignoto per oltre due secoli –, ma secondo quanto riferito dal prof. Boccanera fu il sovrintendente Marchini, nel 1961, a pronunciare per primo il nome del grande artista veneto. Certo è che Zampetti valorizzò il quadro, favorendone dapprima il restauro a Firenze (dove miracolosamente scampò all’alluvione del 1966) e quindi l’esposizione alla prima grande mostra del Tiepolo, che si tenne a Venezia nel 1969. Gli interessi “camerinesi” di Zampetti si rivelano anche nella pubblicazione di un volume sull’opera di Giovanni Boccati (sec. XV), intervenuta nel 1971, e su Carlo Crivelli (1988) del quale curò anche la voce nel “Dizionario biografico degli italiani”, nel ciclo di lezioni urbinati dal suggestivo titolo “Padova e Camerino: una congiuntura pittorica del sec. XV” (1977-’78), in altri prestigiosi volumi di storia dell’arte marchigiana, dove non tralascia occasione per soffermarsi diffusamente sulla civiltà pittorica di questa terra.
Fece parte del comitato scientifico della memorabile mostra sulla Scuola pittorica del ‘400 che si tenne a Camerino nel 2002, ma sembrò non condividerne fino in fondo i rivoluzionari esiti. Dal suo soggiorno estivo di San Lorenzo al lago a Fiastra si rivolse all’Appennino camerte – che ancora viveva di queste luci, spente solo nel tardo triste autunno del 2010 – e nell’articolo “Quel Rinascimento umbratile di Camerino” pubblicato sotto forma di lettera aperta indirizzata al sovrintendente Del Poggetto, che nella prefazione del catalogo della mostra aveva elegantemente espresso qualche sommessa perplessità, il 7 settembre 2002 sottolineava quelle che riteneva costituire rilevanti omissioni nel catalogo che toglieva a Girolamo di Giovanni per assegnare a Giovanni Angelo di Antonio e che eliminava l’inesistente Carlo da Camerino per sostituirlo con Olivuccio di Ciccarello. All’anziano professore, giunto alla vigilia dei novant’anni, non sfuggiva che la rinascimentale Scuola di Ancona, da lui faticosamente costruita in lunghi anni assegnandole pittori che definiva “camerinesi, ma solo di nome”, si stava oramai sfaldando sotto l’incedere della critica e dell’acquisizione di nuove conoscenze. Però, lucido e presente come quelle volte che lo avevamo visto nello studiolo di don Antonio Bittarelli – anch’esso ora soppresso per editto – mostrava curiosità intellettuale più che critica, desideroso di poter ancora partecipare al dibattito culturale sull’amata Scuola dei pittori del Rinascimento camerinese.
L’attore Mario Scaccia, nato nel 1919 a Roma, è morto il 26 gennaio. Iniziò la sua lunga attività sulle scene nel 1946, dopo aver frequentato l’Accademia d’arte drammatica. Fu a Camerino nel gennaio del 1990 al cinema-teatro “Betti” per rappresentare la commedia “Rappaport” di Gardner, ma questa città lo ricorda soprattutto perché il 30 settembre 1953 portò sulla scena alla “Fenice” di Venezia, con la compagnia del “Teatro d’arte” di Vittorio Gassman, per la regia di Luigi Squarzina, la prima assoluta del dramma “La fuggitiva” di Ugo Betti. Con Scaccia, che non recitava il ruolo di protagonista, un cast di attori i cui nomi risuoneranno negli anni successivi come tra i più importanti della drammaturgia italiana: Aroldo Tieri, Anna Proclemer, Salvo Randone, Marina Fabbri, Luigi Vannucchi. “La fuggitiva” è l’ultimo dramma scritto da Ugo Betti, licenziato solo pochi giorni prima di entrare nella clinica per la cura di una grave malattia che lo avrebbe portato alla tomba il 9 giugno 1953, all’età di sessantuno anni. E “La fuggitiva” è nota anche al grande pubblico per quel coro finale recitato mentre la protagonista Nina sta morendo: «Nel chicco di grano si legge / Che esso presuppone la terra / Così si legge dentro di noi / Che siamo fatti per te, Signore / Anche quando ti fuggivamo / Venivamo a te, portandoti / La nostra farina. / Va, Nina: essa gli sarà gradita. / Ricordati di chi camminò con te».
Il prof. Giuliano Crifò si è spento improvvisamente a Roma giovedì 27 gennaio all’età di 77 anni. Libero docente nel 1963, insegnò materie di diritto romano a Macerata, quindi per lunghi anni a Perugia e infine a “La Sapienza” di Roma. In perfetta continuità con l’insegnamento del grande camerinese Emilio Betti (1890-1968), fratello maggiore del drammaturgo Ugo, rivolse i suoi interessi scientifici oltre il diritto romano, soffermandosi principalmente nel campo dell’interpretazione giuridica. Il prof. Crifò ha frequentato lungamente Camerino – l’ultima volta solo alcuni mesi fa – sia per dar vita alla volontà testamentaria del prof. Betti di istituire un Centro internazionale di teoria dell’interpretazione, sia per partecipare a conferenze, lezioni, seminari sulla pressoché sterminata produzione giuridica del suo ideale maestro Emilio Betti. Cospicua la sua produzione scritta di diritto ramano e di storia del pensiero politico, ma anche sullo stesso Emilio Betti: basterà ricordare le sostanziose introduzioni alla raccolta di scritti “Diritto metodo ermeneutica” e alla ristampa di “Interpretazione della legge e degli atti giuridici”, edite entrambe dalla Giuffrè, rispettivamente nel 1991 e nel 1971.



