Droga nelle scuole:
un disastro annunciato

L'intervento
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L'avvocato Giuseppe Bommarito

di Giuseppe Bommarito*

Un fatto è  ormai inoppugnabile: l’età dei primi contatti dei giovanissimi con l’alcol e le sostanze stupefacenti si abbassa sempre di più ed ora si colloca ormai intorno agli 11/12 anni, poco dopo il passaggio alla scuola media inferiore. Lo dicono dati di carattere generale (che vedono l’Italia ai primissimi posti tra i paesi europei in questa tristissima graduatoria), puntualmente confermati anche nella nostra realtà provinciale. Inequivocabili in tal senso sono i dati dei Sert, le cronache locali, i riscontri di qualche preside volenteroso, le ammissioni dei ragazzi.

Fondamentale diventa allora l’attività di prevenzione, che, come è ovvio, si deve basare in primo luogo su una corretta informazione fornita dalle agenzie educative (famiglia, scuola, chiesa) ai giovani circa i reali effetti dei vari tipi di droga. Si sa, infatti, che i ragazzi ricevono le poche informazioni (sbagliate) di cui dispongono prevalentemente dal gruppo dei coetanei, che vedono nelle prime bevute e nelle prime canne solo una normale ed innocua forma di trasgressione, ed anche dagli stessi spacciatori, mossi solo dalla volontà di incentivare l’uso delle sostanze e di nasconderne gli effetti negativi.

Ebbene, limitando qui l’attenzione all’ambito scolastico, pochi sanno che nella maggioranza delle scuole della nostra provincia, dove i ragazzi tra i 6 ed i 19 anni passano gran parte del proprio tempo, il problema dell’uso e dell’abuso dell’alcol e della droga semplicemente non esiste, viene sistematicamente rimosso.

La situazione è questa. Ogni istituto scolastico gode dell’autonomia, per cui parlare o meno di questi temi è una scelta soggettiva del singolo dirigente scolastico, che non può essere imposta nemmeno dall’Ufficio Scolastico Regionale, e tanto meno dall’Ufficio Scolastico Provinciale (l’ex Provveditorato agli Studi). Il singolo preside, quindi, si regola nella sua scuola come meglio crede, rispondendo solo alla propria coscienza, sicchè accanto a dirigenti scolastici che hanno ben presente il problema, che cercano di fare il possibile per informare i ragazzi, vigilare sui loro comportamenti e contrastare seriamente il microspaccio interno, ve ne sono molti altri, e sono la maggioranza, che girano per le aule ed i corridoi con i tappi nelle orecchie e la carta stagnola sugli occhi, per non sentire e non vedere. Per costoro la parola d’ordine è una sola: salvare il buon nome della scuola, a tutti i costi, anche se la droga circola a tutto spiano all’interno delle mura scolastiche, anche se viene venduta con la massima facilità all’interno e nei pressi della scuola, anche se decine di studenti in classe dormono, o ridono senza senso, o sono euforici, o sono incapaci di concentrarsi o di memorizzare concetti anche elementari, anche se i bagni sono una zona franca dove può accadere di tutto, anche se ogni tanto qualche studente ha dei malori per le sostanze assunte o addirittura va in overdose nei bagni e viene trasportato d’urgenza al pronto soccorso.

Per salvare il buon nome della scuola si evita non solo di affrontare il problema, ma anche semplicemente di parlarne, perché, qualora si parlasse di droga – è questo il ragionamento bacato di diversi presidi, alcuni dei quali finiti sulle nostre cronache locali per questo ipocrita e pericolosissimo atteggiamento – i genitori non iscriverebbero più i figli in quella scuola (considerazione del tutto sballata, in quanto, con ogni probabilità, i genitori iscriverebbero i propri figli più volentieri in una scuola dove il problema viene affrontato a viso aperto piuttosto che in una scuola che fa finta di non vedere). Da questo atteggiamento pilatesco, che comunque abitua i ragazzi a considerare l’uso della droga come un fatto socialmente tollerato, sono scaturite anche delle vere e proprie mostruosità, ad esempio presidi che hanno preavvisato i ragazzi che l’indomani sarebbe venuta la Guardia di Finanza con i cani antidroga e presidi che hanno ignorato le stesse segnalazioni di qualche coraggioso ragazzo che aveva deciso di spezzare il fronte dell’omertà, ritenuto senza motivo alcuno come non credibile (per di più, esponendolo alla reazione bullistica degli spacciatori interni).

I dirigenti scolastici, pertanto, si muovono per un’attività di informazione e sensibilizzazione verso i ragazzi solo quando a loro aggrada, e quindi in pochi casi e in maniera del tutto casuale ed occasionale. Resta ora da esaminare il problema degli insegnanti.

Questi non ricevono dall’istituzione scolastica la benché minima formazione in materia di sostanze stupefacenti, di segnali fisici che ne evidenziano l’assunzione, di effetti negativi della droga sulle cellule cerebrali dei ragazzi. La formazione dei docenti su queste materie non è prevista, è del tutto facoltativa e lasciata all’iniziativa personale, con il risultato che gli insegnanti, in materia di droghe, salvo lodevoli eccezioni, ne sanno quanto qualsiasi altro genitore, cioè poco o niente. E quindi non sanno riconoscere fisicamente le sostanze, non distinguono tra il fumo del tabacco e quello più dolciastro dei cannabinoidi, non sanno che fare quando (contro la loro volontà) sono “costretti” ad imbattersi in qualche ragazzo che spaccia droga ai colleghi di classe (e quindi scatta la reazione più facile e più buonista, quella del lasciar perdere: “E’ un bravo ragazzo, non possiamo rovinarlo per una sciocchezza simile”, trascurando così del tutto le esigenze di salute e di tutela degli altri trenta compagni di classe).

E poi ci sono anche i “cattivi maestri”, cioè quei docenti che, memori delle loro esperienze di gioventù, dicono ai ragazzi che fumare una canna non fa poi così male, che lo hanno fatto e lo fanno tutti, che ormai è un fatto normale, senza sapere che la concentrazione di principio attivo contenuta negli spinelli di oggi è venti volte superiore a quella che si riscontrava venti o trenta anni fa, che è pericolosissimo spingere i ragazzi verso situazioni di percezione alterata della realtà, che il mancato, forte, contrasto viene recepito dai ragazzi come una implicita autorizzazione all’uso.

La scuola (a cui le famiglie affidano i loro figli, nella vana speranza che sappia fronteggiare quell’emergenza educativa sempre più trascurata nelle mura domestiche) sembra pertanto alzare le mani di fronte al problema della droga e dell’alcol, proprio in un momento storico in cui il consumo sembra dilagare e ragazzi sempre più giovani si avvicinano alle sostanze pisicotrope. Come a dire: succeda quel che succeda, e poi si vedrà. nel frattempo, però, quello che è sotto gli occhi di tutti (basterà chiedere notizie, per conferma, a qualsiasi insegnante amico di famiglia) è che in ogni scuola media, anche inferiore, è riscontrabile l’uso e lo spaccio di sostanze.

Che fare, allora? Non abdicare al ruolo di genitori, in primo luogo, e non delegare, pensando che altre istituzioni possano risolvere i problemi dei nostri figli. E poi, come singoli genitori e come componenti degli organismi scolastici interni, insistere con i singoli presidi e l’Ufficio Scolastico Regionale affinché le scuole affrontino seriamente e senza ipocrisie la necessaria attività di vigilanza contro il microspaccio interno e di informazione sulle sostanze stupefacenti, indispensabile per qualsiasi seria prevenzione. Insistere, quindi, insistere, insistere, e ancora insistere. Battersi sino in fondo per tutelare la salute e la vita dei nostri figli.

* avvocato e presidente dell’associazione Onlus “Con Nicola oltre il deserto di indifferenza”



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