Ma davvero le Province
sono la pietra
dello scandalo?
Il commento
di Giancarlo Liuti
“Volete voi che i costi della politica siano ridotti?”. “Sì!”, risponde l’entusiastico coro di assemblee in festa. E il gran capo sorride, compiaciuto. Il popolo è con lui. Poi accade che i costi della politica non vengano ridotti se non in minima parte, o magari per finta. Ma questo non conta. L’importante è il messaggio, l’importante è l’annuncio. Da anni la stessa cosa si ripete per le Province. “Volete voi che siano abolite?”. “Sì!”, esplode l’unanime grido di mille pulpiti, gente comune, sondaggi, giornali, televisioni, convegni, campagne elettorali. Eppure ne sono state create di nuove. E se capita che della loro abolizione si parli – parole, parole – nella manovra economica contro la crisi, ecco, nel giro di una sola nottata, il contrordine. No, le Province non si toccano, sono serbatoi di voti e di posti, la Lega ci tiene, meglio soprassedere, se ne riparlerà – parole, parole – in futuro. L’importante, ancora e sempre, è il messaggio, l’annuncio. E se tutto resta come prima? Poco male. La colpa sarà stata dei “poteri forti” che tramano in combutta coi comunisti.
Nel frattempo, in questa Italia che precariamente galleggia sulle acque infide dei messaggi e degli annunci, nessuno sembra chiedersi se la scomparsa delle Province sia davvero indispensabile per dare al Paese una spinta verso un più moderno, efficiente ed equilibrato utilizzo delle risorse pubbliche, nessuno sembra riflettere sulle ragioni per cui fin dal lontano 1948 la Costituzione stabilisce che “la Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni”, nessuno sembra affrontare l’argomento con la meditata coscienza dei pro e dei contro e con la serietà e la responsabilità che dovrebbero essere le stelle polari della buona politica. No, basta bollare d’infamia le Province con un acritico, viscerale, liquidatorio marchio di parassitismo, e il gioco è fatto. “Volete voi che siano abolite?”. E sale al cielo l’urlo plebiscitario delle masse ignare e devote: “Sì, sì!”.
Quelle ragioni, però, ci sono. Detto in soldoni, la Regione è un ente che legifera e programma, la qual cosa significa che non gestisce, materialmente, le risorse. I Comuni, invece, le gestiscono, secondo quelle leggi e quei programmi. Ma tra Regione e Comuni esistono aree caratterizzate da affinità naturali, storiche e naturali (le cosiddette aree vaste, ad esempio il Maceratese, lungo le valli del Chienti e del Potenza) per il governo delle quali si rende necessaria sia una programmazione di secondo livello rispetto a quella regionale sia una gestione di primo livello rispetto a quella comunale. Altrimenti prevarrebbero gli interessi particolari dei Comuni, i loro campanilismi, la loro mancanza di una veduta d’insieme. Un solo esempio: la neve. Immaginarsi cosa accadrebbe, in termini di strutture, soggetti operativi, investimenti e tempestività, se l’onere di spalare le strade, da Pesaro ad Ascoli, fosse addossato alla sola Regione. E immaginarsi cosa accadrebbe, all’inverso, se tale onere fosse accollato ai singoli Comuni, ciascuno attento alla propria rete viaria e insensibile a quella degli altri. E’ per questo che le Province hanno competenza – programmazione e gestione – in un ampio ventaglio di materie: difesa del suolo, tutela dell’ambiente, urbanistica, acqua, beni culturali, viabilità e trasporti, smaltimento dei rifiuti, edilizia scolastica. Il tutto in un’ottica che non prescinde né dall’ottica regionale né da quella comunale, ma è attenta alle varie affinità territoriali – aree vaste, appunto – che sono inferiori alla più ampia e complessa realtà regionale ma superiori alle frammentate realtà comunali.
Abolire le Province? Certamente si può. Anzi, ammettiamo pure che si debba. Ma attenzione: per evitare un’eccessiva e innaturale sovrapposizione di funzioni in capo alla Regione e un’eccessiva disorganicità fra le pur legittime istanze municipali, resterebbe comunque l’esigenza di altri soggetti, consorzi intercomunali, bacini amministrativi di utenza, autorità di coordinamento, autorità di controllo. Abolite le Province, insomma, fra la Regione e i Comuni ci vorrebbero altri enti. E allora? Saremmo da capo. Le Province italiane sono centodieci. Forse troppe, specie se pensiamo a quelle – ben sette – di recente istituzione (cali il silenzio sul parto, con revanscismi locali a fare da forcipe, di quella di Fermo). E una cura dimagrante al loro interno non guasterebbe. Ma ci sarà pure un motivo – aree vaste? – se, sia pure in presenza di diverse architetture istituzionali, le province tedesche sono 439 e le inglesi sono 133.
Rimane il problema dei costi. Da noi la politica costa un’enormità, a cominciare dalle indennità e dai privilegi, tutti monetizzabili, della “casta” (quando ho saputo che il presidente della Regione Molise guadagna più del presidente degli Stati Uniti c’è mancato poco che mi sentissi svenire). Ma sapete quanti sono, in Italia, gli Ato (Ambiti territoriali ottimali) per i sistemi idrici? Novantuno. E gli Ato per i rifiuti? Centotrentuno. E gli Enti parco e Aree protette? Millenovantanove. E gli Enti parco regionali? Centoquarantacinque. E i Consorzi di bonifica? Centonovantuno. E i Bacini imbriferi montani? Sessantatré. E le Comunità montane? Trecentocinquantasei. E le Unioni di Comuni? Trecentocinquanta. Tutti enti pubblici, ognuno con la sua sede, il suo presidente, il suo direttore, i suoi impiegati, i suoi tecnici, le sue consulenze, la sua, immagino non risibile, dotazione di fondi. Tagliare la spesa? D’accordo. Ma non sarebbe più utile iniziare da lì, sforbiciando, sopprimendo, accorpando e magari trasferendo quelle funzioni proprio alle vituperatissime Province? Ragioniamoci sopra. Alla fine, chissà, potremmo avere la sorpresa di scoprire che le Province, benché, purtroppo per loro, più visibili e dunque più destinate a far da bersaglio alle raffiche del pressappochismo mediatico e sondaggistico, non meritano di figurare al primo posto nella lunga lista degli italici sprechi.

Caro Liuti, se non ricordo male sia l’Inghilterra che la Germania hanno un solo passaggio amministrativo, tra Comuni e Stato.
Che poi si chiamino Province, Shire o Land poco importa perché, geograficamente, sono sempre più estese delle nostre Province e quasi simili alle nostre Regioni
Noi invece di passaggi amministrativi ne abbiamo 2 (Province e Regione).
Togliere uno dei 2 scalini, tra il Comune e lo Stato, significherebbe un bel risparmio di una gran vagonata di euro.
Certo se poi si riuscisse anche ad eliminare tutta quella serie di Enti paracomunali o parprovinciali inutili (ma comode poltrone per i riciclati di turno) e si dimezzasse le auto blu (ne abbiamo il doppio della somma di tutte le auto blu USA!!!) saremmo sulla strada giusta….
Sempre illuminante Professor Liuti; per me sempre Professore è stato e sempre sarà.
Per restare in ambito locale, nel raccogliere la sua riflessione sulla ” sforbiciata” da dare ai tanti vari Enti esistenti per riassobirli nelle province, devo far presente che accade invero il contrario e cioè che è la provincia che contribuisce al prolificare degli enti, anche se portano diverso nome, ad esempio ” partecipata”. Devo citarmi per forza ora, riferendomi a un simile argomento che trattai un paio di mesi fa sull’opportunità della TASK, società partecipata della Provincia di Macerata, che gestisce la rete d’informazione telematica istituzionale sul territorio. Costa mezzo milione e più di euro l’anno, da quando il Presidente Capponi ne ha potenziato gli investimenti. Come contradditorio agli attacchi argomentativi che ricevetti, portai a suo tempo alcuni esempi virtuosi di Comuni e Province di altre Regioni come la Toscana o l’Emilia Romagna, che rendono lo stesso servizio ai cittadini -anzi migliore con la pubblicazione di tutto quanto concerne i servizi d’informazione lavoro compresi- a costi notevolmente contenuti, per non depauperare le già esigue risorse pubbliche da destinare a infrastrutture e servizi di maggiore utilità sociale.
Quindi accorpare fino a un certo punto, se poi le province stesse possono diventare una forza centrifuga di dispersione di ricchezza sotto ” altro nome”.
In quanto funzionario della Provincia, ed in passato anche della Regione Lombardia e della Regione Marche, mi sento di esprimere il mio parere su questo argomento. La realtà amministrativa attuale vede le Regioni tendere sempre di più a smistare quelle che erano le proprie funzioni a livello periferico, innanzitutto delegandole o trasferendole alle Province. Sono d’accordo con le osservazioni di Liuti e ritengo che se si vuole iniziare seriamente ad abbattere i costi di un sistema esageratamente articolato come quello dell’Amministrazione dello Stato si dovrebbe andare innanzitutto ad incidere sui Comuni, ponendo la soglia minima per la loro esistenza a 10 mila abitanti: sotto tale livello, gli attuali comuni dovranno unirsi per fare un’unica amministrazione (cioè: un solo sindaco, un solo consiglio comunale, una sola giunta, un solo sistema amministrativo con conseguente riduzione del numero di segretari comunali e dirigenti). Una cosa di questo genere esiste già in Lombardia. Quando ero al CO.RE.CO negli anni a cavallo tra il 1990 e il 2000, valutavo le delibere di comuni uniti fra loro che avevano, appunto, pur essendo due, un solo consiglio e una sola giunta. Perchè questo sistema non si estende in tutto il territorio nazionale? Produrrebbe sicuramente un notevole abbattimento dei costi della P.A.: meno sindaci, meno assessori e consiglieri, meno dirigenti, meno segretari comunali, meno polizie municipali…
Caro Mariotti: meno sindaci, assessori, dirigenti, segretari significa un bel risparmio l’erario…. Ma poi i tanti che vivono solo grazie alla politica cosa farebbero???
Se l’immaginala fila di ex sindaci, ex assessori, ex dirgenti alla mensa della caritas?
Il costo delle Provincie è alto. Il “costo” dell’evasione fiscale italiana è paradossale. Cento sono i miliardi “rientrati” con lo scudo fiscale. Lo Stato ne “preleva” il 5%. In Francia il 36%. La manovra finanziaria costerà 24 miliardi. In Germania se un commercialista dichiara il “falso” è allontanato dall’Ordine per un tempo adeguato. Al Capone veniva messo in galera per evasione fiscale. I “colletti” bianchi in America sono andati in galera. Oltre alle Province che spendono, in Italia “spende” anche la Mafia. Anche qui una specializzaziobne: ne abbiamo cinque. Camorra, N’ drangheta, Mafia siciliana, Sacra Corona. Il file che l’ottimo impiegato bancario della Svizzera ha “consegnato” c’è un numero interminabile di conti correnti italiani. Forse non saranno tanti quanti le auto blu, ma quasi. Due mattacchioni di due piccole imprese di Civitanova ( un anno fa in tutti i quotidiani) hanno intestato una piccola cifra, tre milioni di Euro, a extracomunitari iscritti all’anagrafe di Civitanova, in libretti, grazie alla compiacenza di un direttore di Banca. Dopo alcuni giorni si viene a sapere che tre loro “colleghi”, a Sant’Elpidio avevano “sbarcato” ad una falsa società in Romania fatture per 18 milioni di Euro. E così via…
L’articolo di Liuti, more solito, è stimolante: la questione è tuttavia complessa, come forse si può notare anche dallo scarso numero di commenti. Ricordiamo a noi stessi che le province, così come più o meno le conosciamo, sono nate con lo stato unitario e che la vocazione originaria era proprio quella di diffondere la presenza dello stato centrale nel territorio post unitario. Dopo di che è del tutto vero che, con il tempo, la provincia ha assunto anche dimensioni e valori diversi, non ultimo quello letterario, con pagine assolutamente deliziose dedicate alla provincia intesa come territorio o aggregato di genti e costumi. Ma questo è un discorso, altro è quello relativo alla necessità amministrativa. Anche qui ricordo a me stesso che, allorquando vennero messe a regime le regioni, l’ispirazione era quella di muoversi velocemente (so che, in Italia, può sembrare un paradosso) verso l’abolizione delle provincie e la discussione, carsicamente e periodicamente, riaffiora.
Il problema mi sembra quindi di carattere più generale ed involge la capacità di scelta di una classe dirigente degna di questo nome. A me sembra indubitabile, con tutto il dovuto rispetto per le differenze, le specificità e le identità, che l’attuale sistema sia figlio di una politica debosciata e sostanzialmente incapace di altro che non sia l’iperfetazione di enti, organismi, strutture politico-amministrative le più varie che hanno come costante indefettibile quella dell’autoperpetuazione: e non è un caso che siamo centinaia di migliaia, forse oltre un milione, le persone che godono di reddito o integrano il loro reddito con la presenza nella molteplice congerie di istituzioni (parola grossa, in verità) presenti nel territorio nazionale. Mi sembra quindi necessario sfoltire con decisione (ed il decreto legge recente sulla manovra economica cerca di dare un segnale in questo senso indicando, ad esempio, una strada di radicale sfoltimento nella presenza degli enti locali nelle società, vedremo se reggerà tale principio ispiratore alla prova della conversione parlamentare).
Tornando in medias re e semplificando brutalmente: ci si torni ad interrogare sulla necessarietà della contemporanea presenza di Regioni e Province e, ove tali ultime vengano ritenute essenziali perchè ormai consustanziali al nostro essere cittadini della repubblica, si ripensino allora ambiti e competenze delle entità regionali, magari muovendosi verso quella nozione di macro area territoriale che pure ebbe ad essere pensata qualche decennio fa. Insomma, in un modo o nell’altro si prenda il toro per le corna.
Impeccabile la valutazione e condivisibile il quadrogenerale per il risparmio del paese.
Per ottenere un ottimo risparmio basterebbero interventi decisi iniziando dalle pensioni parlamentari (e non dalle indennità) e dalle indennità regionali e provinciali; gli incarichi esterni, le consulenze, dovrebbero basarsi sull’utilità delle stesse. Ad esempio, in una causa legale l’indennizzo dovrebbe essere basato sull’esito altrimenti si rischia che vengano richieste consulenze, nomine o incarichi solo per “gratificare”, un progetto deve essere retribuito solo se scevro da vizi altrimenti basta fare progetti irrealizzabili per incassare molteplici retribuzioni, e cos’ via.
Le province sono sostanzialmente inutili ed i loro compiti quasi sconosciuti alla popolazione.
Ma credo che sia esplicativo un intervento in un forum dove si discuteva sull’utilità delle province.
Una persona ha scritto “[…] le province si occupano della viabilità secondaria ad esempio. Se le chiudiamo risparmiamo ma poi quei costi deve sostenerli qualcun’altro” la risposta è stata “Si, ma l’hai vista la viabilità ?? è da terzo mondo !! E’ inutile !”
La replica fa capire: “La provincia valuta solo gli interventi, i soldi devono venire dallo stato. Se lo stato non copre gli interventi, la provincia non può operare. Mica può pagar di tasca sua !”
Se a questo punto vi è venutavoglia di cercare questo simpatico siparietto (che continua sulla falsa riga per 287 interventi), vi do una dritta… non cercate forum amatoriali, andate direttamente su forum di settore del nord.
In concusione, le province non possono essere soppresse (come ragionevolmente ipotizzato per 8 volte in 8 finanziarie dal 1999 ad oggi) solo perchè altrimenti si dovrebbe creare un’altra istituzione che possa dar impiego ben remunerato.
Ciò, tuttavia, è soltanto una mia opinione