La Camerino da bere a Milano

La presentazione del libro sulla toponomastica della città ducale

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Una foto aerea di Camerino scattata da Guido Picchio

C’era una bella fetta del ‘cuore’ camerinese a Milano, l’altra sera, all’Associazione degli umbri-marchigiani intorno a Giuseppe De Rosa, avvocato e giornalista (è vice direttore vicario de L’Appennino camerte) autore dell’ormai notissimo volume di toponomastica della città varanesca:  “Per le vie strette, molto pulite, talune assai ripide…”. Un autentico parterre de roi a cominciare da Giuseppe Sori, ex direttore amministrativo della “Bocconi”, continuando con Mario Luzi ex direttore amministrativo dell’Università statale di Milano, ed inoltre l’ing. Vinicio Monti (già dirigente Eni) ‘anima’ del Circolo dei Camerinesi fino alla sua cooptazione nell’Associazione stessa; l’ing. Alberto Ciaikovskij, dirigente Canon ed Amedeo Pieragostini. Con loro –seppur non …’vantando’ origini marchigiani- la direttrice della Pinacoteca di Brera, Emanuela Daffa e il Soprintendente ai Beni culturali ed architettonici di Bergamo.

In questa platea c’era infine un altro camerinese di grande talento, il collega Renato Mattioni. Anche se lui è più conosciuto a Milano come direttore generale della Camera di Commercio di Monza, dopo essere stato il ‘vice’ alla direzione di quella del Capoluogo lombardo.

A lui dobbiamo questo ‘cammeo’ di rara intensità su Camerino e Milano…sullo sfondo ci sono Macerata e naturalmente il patto per l’università.

di Renato Mattioni

Metti un pomeriggio a Milano, con Peppe avvocato De Rosa, Maurizio giornalista Verdenelli. Con tanto di Panunti amministratore. Metti un pomeriggio a Milano per parlar di strette vie rapide e pure pulite di Camerino, insomma della fatica di Peppe quando fa lo storico e sforna un’enciclopedia. Metti ancora, poi non metti più, tra un buon pubblico all’associazione dei marchigiani ed umbri, dietro il tribunale ambrosiano. Questi figli delle emigrazioni più  o meno di lusso, che hanno trovato la cadrega quassù, tra bauscia e casseoula, si radunano per riannodare la vita. Un po’ per rimpianto, un po’ per diporto (per me e il giovane Caramelli Gianluca, architetto in Milano, ad esempio) recuperano del tempo per sé stessi (difficile condividere coi crucchi

i tempi ampi e sospesi di paesaggi impennanti e pecorino). Eppoi mia madre già m’aveva apostrofato, convinta di una mia assenza. Don Antonio Bittarelli mi faceva ‘inviato speciale’, oltre vent’anni fa, al Cenacolo animato dal Mont infaticabile e sempre presente.

Il Verdenelli ha dunque prima presentato e poi incalzato il De Rosa, anche sull’attualità. Ma senza successo, su questo fronte militante. Il nostro vicedirettore è stato irremovibile –come Mourihno quando in Champions non voleva parlare di Campionato-: solo storia antica, please. Magari un breve passaggio sugli ‘arbitri’, quelli che stanno decidendo dell’Università.

Non ti dirò quello che s’è detto. Tanto lo conosci lettore, giacchè te li sei presi in anteprima i racconti di nonno Peppe. Ti dirò, invece, che è un libro da comprare “per le vie strette etc. etc.”. Intanto perché con la scusa delle vie – per noi del contado, camerunesi per liceo o discoteca alla fine si riducono ad una diecina- c’è una storia bella ed originale ed avvincente sulla marca sibillina. E quindi i Da Varano insieme ai pittori magri, nobili e scalcagnati, preti e monache, accademici e boia. Ed insieme a questa galleria splendente ed una ‘rleca mostruosa, ti riappropri dei nomi che vanno delle cose che restano. Il senso cioè degli anni che tendono all’infinito, ma che come per ogni infinito che un big bang. Ecco questo è il libro del big bang camerte. Che le scuole medie dovrebbero adottare obbligatoriamente.

Quando scorri il libro, poi, ti piglia anche l’ansia quando vai comparando queste due Camerino. Quella ideale e delle pagine di Peppe e quella reale della fatica di un entroterra ‘a difesa’.

Ed allora cerchi un senso in questa cosa. I marchigiani così come gli umbri (e poi noi siamo un bravo popolo, i sibillini camerti, mezzi e mezzi, o meglio un quarto e una gassosa) hanno identità labili, sebbene nostalgia struggente. Si rifugiano in medietà che preclude l’ultimo miglio. Ma sono laboriosi, modesti, civili e generosi: stanno bene ovunque, si integrano. E li scopri per quella voce fessa, quell’adantino all’insù. Per il resto si mimetizzano come le vorbi rossicce, e come loro quando li sottovaluti ti fregano. Ma non c’è niente di ‘grande’, niente di stravolgente, servono solo aggettivi tenui. La distanza con Milano forse è solo questa, Milano è iperbolica, ‘milan l’è un gran milan’, sanno fare e ne hanno la consapevolezza. Ma, per il resto, prevalgono le similitudini, in una certa prevedibilità di comportamenti ed abitudini.

Forse simile è poi l’orizzonte, per Milano e Camerino vale la virtualità, l’innovazione dei servizi, l’apertura internazionale, la cultura più o meno declinata ed applicata. Ed è allora decisivo mantenere sul colle una Università forte e riconoscibile. Del resto un camerunese-milanese “senza via” è proprio quel Leopoldo Sabbatini che s’inventò la ‘Bocconi’. Se poi proprio un’alleanza va fatta quasi quasi meglio con Milano che con Macerata.

Il libro di De Rosa in turnè è un pezzo di Camerino itinerante. Una buona abitudine di qualche amministrazione comunale fa, perché poi lo fanno tutti ilo marketing territoriale. E quella del turismo è un’ultima aziendola di sistema da far marciare per quelle vie strette, pulite e ripide cristiani in pantaloncini.

Mentre gorgoglio un Varnelli liscio, scivolo via trottando come un somaro, tenendomi stretto nonni e bisnonni, perché –foss’anche in cima al mondo- la quercia fa sempre e solo ghiande.


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