Giuliano Bianchi: “Sono disperato,
questa provincia non sa reagire”
Duro intervento del presidente della Camera di Commercio alla Giornata dell'economia
di Alessandra Pierini
E’ un Giuliano Bianchi deluso e “disperato” come si definisce lui stesso, quello che ha concluso, alla presenza di non più di 30 persone, rimaste fino alla fine della mattinata, l’8° Giornata mondiale dell’economia. “Se la Camera di Commercio dà i numeri credo valga la pena ragionarci tutti insieme perciò ringrazio i pochi che sono rimasti fino alla fine.”
Ha poi risposto all’intervento di Franco Capponi, Presidente della Provincia che aveva insistito su come “è necessario rivedere il nostro modello dello stare insieme perchè nessuno vuole rinunciare ai propri privilegi, nessuno vuole rischiare” e sulle iniziative della Provincia di Macerata sulle linee dettate da Europa 2020. “Noi abbiamo fatto – ha ribattuto il Presidente Bianchi – le poche cose che possiamo fare da soli, ad esempio la Materioteca. Parliamo di Europa 2020 ma qui si tratta ancora di decidere Macerata 2020 e se vi diciamo che questa provincia ha bisogno di un treno urbano, lo diciamo con criterio e utilizzando un linguaggio europeo.
E’ vero – prosegue Giuliano Bianchi – lo stare insieme è fondamentale ma sono sempre io a cercare gli altri e ogni volta qualcuno resta fuori, non c’è un soggetto capace di riunire tutti gli altri sugli stessi intenti ed obiettivi. Nel 2005 la Camera di Commercio ha presentato un progetto per lo sviluppo di questo territorio in aree vocate. Ora nel 2010 si parla di macro aree ma sono anni che noi cerchamo la strada.” Bianchi ne ha per tutti: “Anche l’Università deve partecipare ed essere il principale attore di questo progetto. La situazone della Grecia non è così lontana da noi, non possiamo far finta che sia tutto come prima: siamo forse appena fuori dall’occhio del ciclone ma potrebbe riattirarci. Come sistema delle aziende non possiamo aspettarci molto dal Governo che dovrà necessariamente ridurre la spesa pubblica e neanche gli ammortizzatori sociali dureranno a lungo. Sono disperato perchè nessuno in questa provincia reagisce.”
Il Presidente della Camera di Commercio, nel suo accalorato intervento ha anche proposto le soluzioni per questo difficile momento. “Di fronte alla crisi possiamo metterci insieme o avere l’atteggiamento del “si salvi chi può” che è forse quello più praticato ma alla fine perdiamo tutti. Chiedo leader, veri, capaci di far fare alle istituzioni i passi necessari per lavorare insieme abbandonando egoismi e personalismi. Basta con le furbizie e le prepotenze, questo è un territorio vocato al lavoro. Dobbiamo prendere atto dei dati presentati oggi e lavorare per una provincia più europea, più equa, sostenibile e innovativa.” I dati presentati, e di cui bisogna prendere atto, non sono certo rassicuranti. Molti sono gli elementi negativi presentati nella relazione di Annalisa Franceschetti: ” Nel 2009, il fenomeno più manifesto è quello della riduzione del numero delle imprese, in particolare di quelle attive in calo di 250 unità. I cali più rilevanti riguardano il settore agricolo e il manifatturiero mentre resistono i servizi.
Le microimprese costituiscono il 96% delle nostre aziende e occupano 53.074 addetti. Altro dato significativo è il calo delle esportazioni con una contrazione del 21% in linea col dato nazionalev.Il calo ha interessato soprattutto il settore pelli e calzature.” interessanti anche i dati relativi all’agricoltura presentati da Lorenza Natali della Camera di Commercio: “Nel 2009 le imprese agricole sono il 25, 9% del totale, dato in netta diminuzione rispetto a 10 anni fa, vito il calo del terziario. L’agricoltura ha subito una profonda evoluzione che ha portato allo svolgimento di più funzioni, tra queste quella turistica. L’offerta di agriturismo è in crescita costante e qui il turismo ha un trend positivo delle vendite.”
Foto di Guido Picchio




Dott. Bianchi non demorda, continui a lottare come sta facendo adesso, i fatti le daranno ragione. Ci sono studi che purtroppo considerano a rischio il 40/50% delle imprese manifatturiere italiane, ho sempre ritenuto troppo pessimistica questa previsione, ma ieri vedendo il veloce aumento delle importazioni dalla Cina anche nella nostra provincia, considero questo scenario meno improbabile!!! La soluzione c’è, ma va costruita insieme come ha giustamente più volte sottolineato! Non si scoraggi.
All’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, complice anche il basso costo del lavoro in Italia, le nostre industrie manufatturiere, calzaturiere, tessile in genere riuscirono ad imporsi (in TUTTA Europa) sia per l’alta qualità del prodotto che per il BASSO COSTO.
In parole povere per oltre 30 ani noi italiani siamo stati la Cina d’Europa.
Eravamo così competitivi che, nonostante i costi per il trasporto, avevamo comunque prezzi migliori dei migliori prezzi che potevano fare le industrie francesi, tedesche, inglesi, austriache.
Anche dagli USA, soprattutto nel settore calzaturiero, arrivavano ordini su ordini tanto che per decenni la stragrande maggioranza delle scarpe “firmate” (Nike, Adidas, Puma, ecc.) venivano prodotte in Italia e distribuite in tutto il mondo.
Il tallone di achille della nostra industria è sempre stata la bassa tecnologia.
Cioè il “fattore umano” era assai più importante dei processi produttivi che, salvo pochi cambiamenti, (migliori macchine per cucire, miglior macchine per tagliare, ecc.), erano esattamente uguali a quelli di 150 anni prima.
Quindi la “qualità” era data dall’operaio non dalle macchine utilizzate: avevamo quindi il buon tagliatore, il buon montatore, il buon sarto…. lo specializzato per mille impieghi diversi.
Purtropo però questo genere di industria, dove l’uomo è al centro del processo produttivo, è un’industria che non ha più retto alla concorrenza extra-europa dove il costo del lavoro è 1/10 di quello italiano.
30 anni fa si comprava italiano perchè la nostra qualità era assai migliore rispetto ad un prodotto (scarso) di origine cinese, cambogiana o coreana.
Ma oggi la qualità cinese o indiana è uguale a quella italiana, con il vanataggio che i costi sono assai più contenuti di quelli italiani… Quindi non siamo più noi i cinesi di Europa, ma sono arrivati veramente i cinesi.
Il motive è semplice: 30 anni fa un paio di scarpe coreano faceva schifo, qualità pessima, montaggio orribile, produzione da III mondo.
30 anni fa un vestito cinese lo usavi per pulire per terra poichè il materiale era scadente, la realizzazione era di nulla qualità e nessuno lo voleva.
Ma i cinesi, così come i coreani e gli indiani non hanno fattoaltro che aumentare la qualità del prodotto… E in un’industria a bassa tecnologia il prodotto migliore se gli operai diventano più bravi.
E se gli operi sono bravi come i nostri (quindi la qualità è la stessa), ma il costo è 1/10 ovvio che sul mercato il bene cinese sarà più ricercato di quello nostro.
Se oggi noi prendessimo un Totti qualsiasi, un Berlusconi qualsiasi, un Corona qualsiasi e li metessimo alla catena di montaggio è sicuro che la produzione sarebbe uno schifo…. Ma se il Totti , il Berlusconi, il Corona rimanessero sulla catena di montaggio per 20 anni (magari 7 giorni su 7, a 14 ore la giorno compreso Natale e l’Ultimo dell’anno) a fare sempre e solo le stesse cose, ad impare, a migliorarsi ecco che tra 20 anni il vestito confezionato da Totti, le scarpe con il tacco realizzate da berlusconi e il cappello costruito da Corona sarebero di qualità identica a quelli che oggi sono venduti come “altissima qualità”.
Questo eprchè la nostra industria è semrpe stata a bassa tecnologia: l’uomo che impara, che produce, che si migliora…. Ed anche uno che non ha mai preso in mano un ago per cucire se lo fa, ininterrottamente, per 20 anni diventerà un ottimo sarto.
Se in Cina, in India e nelle altre zone dove il lavoro costa nulla non si miglioreranno i salari loro saranno semrpe più competitivi di noi, almeno in quei settori industriali dove l’uomo ha un peso specifico superiore alla macchina che usa per produrre…..
Secondo me possiamo fare ben poco noi come provincia ai confini dell’impero. Bisognerebbe ripensare il tutto in termini di macroeconomie. I nostri leader europei per essere credibili e per evitare ulteriori crolli della nostre economie dovrebbero prendere per un orecchio HuJinTao e dirgli molto semplicemente che se si ostina a tenere nella miseria e nell’assenza di diritti i suoi lavoratori noi non compreremo più niente da lui. Il basso costo della manodopera tra l’altro genera un surplus di liquidità che spesso va a finire negli Hedge Funds che poi speculano sui nostri titoli sovrani facendo fallire stati interi. Per fare questo dovremmo essere indipendenti energeticamente, quindi se fossimo furbi investiremmo in energia rinnovabile invece che nei soliti petrolio, carbone o (peggio che mai) nucleare. Ma con questi 80enni (soprattutto mentali) che abbiamo come classe dirigente la vedo dura, secondo me siamo destinati all’estinzione.
@Cerasi
ti sei dimenticato di dire che tante aziende italiane, da parecchi anni a questa parte, sfruttano la manodopera dell’Est europeo ed asiatica proprio per i motivi che hai illustrato te. Così l’Italia, oltre a perdere in competività, perde inesorabilmente migliaia di posti di lavoro perchè, in nome della crisi, si preferisce spostare la produzione dove costa meno e si lavora di più (in molti casi con salari inaccettabili e orari di lavoro non umani). La Nike se non erro, anni fa, fece scalpore perchè faceva cucire i palloni di cuoio dai bambini indonesiani….Procedendo di questo passo, secondo me, le aziende in futuro non si preoccuperanno solo di trovare nuovi mercati per vendere i loro prodotti ma saranno estremamente attente ad individuare nuove zone del mondo dove poter sfruttare manodopera a costi irrisori (Africa?). Così per 15 anni produco in Romania…poi non mi conviene più e vado una trentina d’anni in Cina…e così via…
Purtroppo questo accade quando al primo posto viene il conto in banca e non l’Uomo.
Solo ora i nostri amministratori (di ogni appartenenza politica) iniziano a capire (non tutti, però) che il tempo del manifatturiero è terminato. Gran parte dell’economia della nostra provincia (ma non solo) è passata dall’agricoltura all’artigiano e dall’artigianato alla piccola industria. A parte poche eccezioni, tutte attività che sono rimaste ferme al modello iniziale: tanta manodopera e poca tecnologia. La calzatura ne è un tipico esempio: l’ex operaio che si è messo in proprio, con l’aiuto dei familiari e di pochissimi operai. Quattro macchinari in tutto e via così, lavorando senza sosta. Questo ora lo stanno facendo i paese emergenti che hanno costi di produzione (ancora) bassi. Sulla scia di ciò si è perseguita la politica miope delle zone industriali, della cementificazioni di vallate e colline (guardate come sono ridotte le valli del Chienti e del Potenza). Pensate alla nuova Valle Verde definita da Meschini con orgoglio (sic!) la più grande zona industriale della provincia! Si è sacrificato un territorio bellissimo, unico, che poteva attrarre investimenti anche esteri nel settore del turismo. Abbiamo (avevamo) paesaggi che nulla hanno (avevano) da invidiare quelli umbri o toscani nel quale sono inseriti gioielli storico-architettonici unici. Adesso S.Maria a Piè di Chienti è soffocata dai capannoni; stessa sorte tocchera a San Claudio nelle cui vicinanze ci sono terreni, oltre a Valle Verde, già presi di mira da speculatori immobiliari. Case coloniche storiche stanno per essere assorbite dall’urbanizzazione sconsiderata, così perdiamo oltre al territorio anche la memoria storica. All’estero il più insignificante edificio storico è stato trasformato in luogo da far visitare a frotte di turisti. Da noi o li lasciamo cadere o ci appiccichiamo il capannone prefabbricato. A Macerata non esiste un metro di pista ciclabile degna di questo nome; il centro storico (un gioiello che lascia incantati i visitatori) senza nessuna seria valorizzazione (si discute solo se la Piazza deve essere un parcheggio o no). Qualcuno si è dato da fare per inserire Macerata nei circuiti turistici? Questo c’è da fare; questa è l’attività che porta occupazione, non la fabbrica di prodotti che i Coreani fanno uguali a prezzi dimezzati. Salviamo e favoriamo le eccellenze, le tipicità. Queste sono esclusivamente nostre e nessuno ce le può copiare! Investiamo nella cultura (ma è il primo settore a cui sono stati tagliati i fondi). Si ricorda qualcuno una mostra, a Macerata, che abbia avuto risonanza nazionale? Anche la piccola (senza offesa) Caldarola, con “Le stanze del cardinale” ha saputo fare di meglio.La “mostra” su Matteo Ricci si riduce a qualche cartellone. Coraggio, diamoci da fare, allarghiamo lo sguardo verso obiettivi nuovi, recuperiamo il tempo perduto, prepariamo un futuro ai nostri figli!
Cerchiamo di capire il prima possibile che l’unica possibilità di sviluppo della nostra terra è quella turistica che può portare una ricchezza diffusa.
Le scelte urbanistiche, purtroppo, dimostrano che la classe politica locale è “vecchia” e logora e concentra gli sforzi sempre sulle stesse cose…”costruire per far crescere l’economia” (ridicolo).
Esistono intere regioni del nord Italia che fondano la propria economia sull’accoglienza creando il B&b diffuso (Bed & breakfast) che porta giovamento alle singole famiglie. A Macerata abbiamo fatto fior di conferenze su questo argomento ma da anni siamo una delle province italiane con meno B&b.
Abbiamo l’esempio di grandi imprenditori locali che parlano male dei prodotti cinesi e poi fanno fare là le proprie scarpe!!!! Pochissimi sono quegli imprenditori che nel fare scelte strategiche aziendali tengono in considerazione il bene comune, la maggior parte di loro predilige l’alto gaudagno immediato che significa delocalizzare la produzione.
Il nostro futuro è offrire servizi e “vendere” le nostre bellezze paesaggistiche, che non sono “clonabili”!!!
Condivido pienamente e totalmente la tesi di Cherubini. Una politica attenta e realista “deve” guardare al turismo e al suo immenso indotto che “nuova fabbrica” , una poltica attenta e realista deve puntare a quella che un tempo si chiamava ” industria culturale”. Per il resto, quanto sostengono Cerasi e Giglioni, è inequivocabile e vero. Una politica che non sa interpretare il presente e le potezialità del presente è una politica da dilettanti allo sbaraglio, una politica di “ordinaria amministrazione”.
L’analisi di Gianfranco Cerasi è vera e spietata.
Mi permetto di aggiungere che, fino all’entrata dell’euro, un’ancora di salvezza era rappresentata dalla ciclica svalutazione della lira, che permetteva di ritornare competitivi sul mercato ma in modo artificiale. In questo modo pochissimi sono stati invogliati a fare attività ri ricerca e sviluppo, guardando invece ai soli profitti di breve periodo.
Sono perfettamente d’accordo con Roberto Cherubini. Suggerisco di guardare a modelli di sviluppo basati sul turismo e che sono in evoluzione in altre realtà italiane.
E suggerisco, soprattutto, di unire le forze contro ogni forma di campanilismo mare-monti