Luigi Avi, il cronista
che amava Camerino

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di Maurizio Verdenelli

Sento ancora la voce dell’amico, quasi un sussurro (troppe orecchie al di là della vetrina lungo il trafficato corso!) raccomandarmi: “… un bel titolo: la notizia farà rumore, cinque colonne le tiene come minimo! Se ti dico chi me l’ha data, non ci credi…!”. Il telefono mi rimandava il “peso”, il “colore”, sopratutto l’emozione di quelle parole anche se invariabilmente mai il nome dell’informatore. Sapeva tenere il segreto, lui. E sapeva che io quella cosa lì, la rispettavo. Importante era lo scoop: il suo, al solito.

Quel “peso”, quel “colore”, l’affanno emotivo appartenevano ad un cronista, il migliore sulla piazza. Un cronista che amava Camerino. Ogni giorno, anno dopo anno, dal 1980 al 1999 ho percepito quel timbro, quel pathos (avresti detto): in una parola l’intima partecipazione e l’impegno che accompagnavano la corrispondenza dall’Alto Maceratese di cui la Città dei Varano era ed è ancora la “capitale”.

Gigi (come lo chiamavamo noi, i colleghi di redazione); Gigetto (per gli amici); il Professor Luigi Avi (come lo appellavano con stima e simpatia i concittadini) continua a vivere in quel frammento di Paradiso Perduto che è Camerino. Insieme con l’azzurro del cielo, il bianco abbacinante della neve, il chiaro di San Venanzio e del Quadriportico ducale, il marrone delle mura e il verde delle montagne non più ornate dalle foreste amate da Strampelli (Tenosa e Scurosa, addio addio!).

“Et poi si More!”. Brillavano gli occhi di Gigi – quanto affetto ed ironia insieme, in quegli occhi lucenti e morbidi- ogni volta che affacciandoci insieme dalla Rocca Borgesca mi indicava l’antico dirupo a perpendicolo sul Largo che conserva l’antica e non equivoca denominazione del luogo. Conoscevo sino in fondo quel lampo teso a nascondere la malinconia che possedeva il suo allegro coraggio.

Tutto era iniziato da quella “pugnalata”, lunga, dentro il petto. Le immagini erano scavate nella mente e nel cuore ferito. Ritornavano ogni volta. L’ultimo sguardo dalla panchina. Prima ai suoi giocatori. Quindi all’erba del campo. Infine il buio. Risvegliandosi in ospedale, aveva compreso da allenatore perfetto che era già iniziata la partita finale. Quella della vita. C’era tuttavia ancora tempo prima del triplice fischio… bisognava però fare in fretta per non lasciare indietro niente! L’astuto Ulisse aveva varcato le colonne d’Ercole. Consapevole di un confine costantemente presente, era iniziata così la corsa contro il tempo perché quell’ultimo, considerevole tratto di strada di un’operosa esistenza servisse a chi gli era vicino. E alla sua Città. Sottolineava: Ducale. Poi, una volta che fosse venuto il momento, nessuna imprevidenza: i “libri contabili” sarebbero stati consegnati perfettamente in ordine al tribunale della propria straordinaria avventura personale.

Lavorare con Gigi era davvero un piacere. Autorevole ed affabile, distaccato ed appassionato, informato ed incapace di “nascondere” una notizia foss’anche per un amico, a suo agio nei salotti e in “quadrivi oscuri” (l’importante era trovarsi nel posto sbagliato al momento giusto!) Avi rappresentava un esempio in via d’estinzione, anche allora, del giornalismo italiano che è storia urbana piuttosto che del Palazzo. Esempio raro di professionalità, perché condotta in perfetta autonomia. Quasi impossibile per un cronista di provincia che risente di pressioni insostenibili da parte del “contesto” che gli vive a contatto di gomito, gli alita sopra. Lui invece ce la faceva ad essere libero. Veramente libero. Incredibile!

Era così special one che, di volta in volta, non solo quelle presenti ma qualsiasi altra testata che s’affacciasse sul mercato (molto attivo, allora) lo contattava e lo lusingava. Mai però avrebbe lasciato Il Messaggero che peraltro l’aveva legato a sé con un ottimo contratto. Per lui però questo era soltanto un dettaglio: era invece questione di stile mantenere la fedeltà. Lo stesso stile del padre che mal tollerando i bollenti spiriti giovanili del brillantissimo figlio, si era limitato a fargli sapere : “Dite al ‘signorino’ che l’albergo chiude ad una certa ora, la notte!”. E lui aveva subito mutato abitudini: questione di stile!

Tornando al Messaggero, a fare grande il giornale romano sulla piazza dell’Alto Maceratese era stato il suo corrispondente, il Prof. Luigi Avi. Fu proprio lui a suggerire la testata “Cronaca di Camerino” promuovendone poi con il suo impegno il successo diffusionale. Una formula, mai tentata prima da un quotidiano, che sarebbe stata poi ripresa da tutti gli altri concorrenti. E quando Il Messaggero fece dietro front, a reggere e a tamponare quello che poteva essere un arretramento sul piano delle vendite, fu ancora Gigi. Con generosità il sindaco avv. Emanuele Grifantini tentò di persuadere l’amministratore del giornale, Carlo Sama –cognato di Raul Gardini- a fare marcia indietro. Inutilmente.

Leggendari quasi i “colpi” del giornalista Avi. Casi che fecero parlare l’Italia. Nel “giallo” più clamoroso della storia delle Marche, rivelò che qualcosa non “quadrava” nella morte dell’ex baronessa De Rothschild i cui resti furono trovati a Podalla di Fiastra nell’82. C’era infatti il quadrante con datario dell’orologio della povera Jeannette May che non segnalava affatto né il giorno né l’ora presunti della sua morte -e dell’amica Gabriella Guerin. Le tracce delle due donne terminavano infatti nel villino Galloppa ad Acquacanina a fine novembre ‘80. Qui, sorprese da una tormenta, Jeannette e Gabriella erano giunte da Sarnano a bordo di una peugeot nera rinvenuta poi abbandonata dal comandante dei Carabinieri di Camerino, l’elicotterista capitano Salvatore Forte. L’ufficiale, ora colonnello, e sua moglie Francesca Macina, giornalista professionista, per alcuni anni corrispondente da Camerino de “Il Corriere Adriatico”, sono stati grandi ed affettuosi amici di Gigi.

Nel 1988 un altro terribile caso scosse Camerino, le Marche e l’Italia, diventando tema di cronaca all’esame nazionale di abilitazione alla professione giornalistica. La tragedia di villa Filippi a Portaiano. Avi fu il cronista che più di altri mise a fuoco, rivelando particolari inediti, la vicenda con al centro il sacrificio dei carabinieri Donato Chiarelli e Giovanni Liberto Corinto: una targa li ricorda ora nell’atrio del comune di Camerino. Anche scoop fotografici sulla vita dell’assassino dei due eroici militari, lo scultore Carlo Ceresani, furono dovuti a quel pugnace cronista.

Nel ’91, l’indimenticabile visita di Giovanni Paolo II°. Il corrispondente de Il Messaggero diede per primo l’eclatante notizia che Wojtyla avrebbe alloggiato nella notte tra il 18 e il 19 marzo, nel palazzo arcivescovile di Camerino per raggiungere poi Fabriano. La Storia sostò con il Grande papa nella Città ducale: un evento epocale dopo secoli nell’orgogliosa Rocca dei Varano. Ad annunciarlo fu proprio Luigi Avi.

Poi nel 1997 il terribile terremoto umbro-marchigiano che quello dell’Aquila ora riverbera nelle nostre coscienze se non nel tragico bilancio, certo nell’incubo e nelle distruzioni. Il sisma provocò danni anche al fatidico ufficio/redazione di Gigi in cima al corso: quello stanzone rappresentava il focus, l’anima di una città. Per Renato Mattioni, penna feconda e mente brillantissima di Camerino, l’ufficio di Gigi rappresentava un “confessionale” ante litteram da reality -epperò verissimo. Quello studio fa parte della storia singolare ed insieme attualissima nella storia di Camerino: se si volesse studiare il giornalismo della provincia italiana, quell’area no limits dovrebbe essere seriamente presa in considerazione come esempio di redazione funzionale al centro e al servizio dei bisogni e del civismo di una popolazione.

Merita inoltre un capitolo a parte l’impegno di Avi come cronista sportivo. Inarrivabile proprio per competenza specifica del calcio: era stato prima giocatore, poi “mister” e dunque sapeva “leggere” una partita come pochi. La sua domenica era davvero “bestiale”. Inviato dal Giornale nella sua diletta terra urbinate e pure nell’altrettanto amata Romagna. Si avviava per tempo: aveva i suoi ristoranti, monitorati, sicuri. Specializzati nel cucinare benissimo il pesce. Mangiava in largo anticipo e quando arrivava in tribuna stampa, era il primo. Una strategia da special one. Poteva così ricevere benignamente la salutatio dei colleghi che arrivavano dopo: tutti lo stimavano e … chi più chi meno si facevano da lui “raccontare” i segreti della partita. Di una scena del genere sono stato testimone allo stadio di San Severino dove si disputava uno spareggio epocale per il passaggio in C, a metà degli anni ’90, tra Maceratese e Camerino. Vinse la prima squadra per un gol discusso. Quando la palla ‘fatale’ venne calciata, Gigi capì subito come sarebbe andata a finire e vaticinò: Gol! Così avvenne ed io scrissi di quella previsione azzeccata. Fu l’unica volta a dolersi con me in tanti anni di vera amicizia: mi voleva infatti bene come ad un fratello minore ed io a lui come fosse un padre giovane. Ma era accaduto che leggendo la mia cronaca, tifosi e amici di Camerino fossero andati nella sua “redazione” contestandolo … a causa di quella previsione ingrata per i colori di casa!

Ancor prima di quello “storico” spareggio –altri anni, a veder bene!- ci fu nell’estate di grazia 1985 il Napoli di Maradona ospiti della Maceratese (ds Giancarlo Nascimbeni) a Villa Quiete, diretta dal celebre Bernardo Cherchi che di quell’albergo aveva fatto un luogo di assoluto glamour garantendole anche il primato nella ricezione di qualità nelle Marche. Naturalmente il “nostro” diventò quasi intimo di Dieguito -affabilissimo anche con la fidanzata Claudia Villafane che lo raggiunse di lì a poco- dell’allenatore Bianchi e dei famosi giocatori del Napoli a cominciare da Salvatore Bagni fino a “Giaguaro” Castellini e del direttore sportivo (lo è tuttora!) Marino. Quante splendide cene a Villa Quiete, tutt’insieme (quorum ego!). Poi finita la preparazione precampionato gli “azzurri” si accomiatarono da Macerata ricevuti dal sindaco Cingolani. Fu Avi a guidare Maradona e tutta la comitiva partenopea lungo le scale del municipio. E con Bagni divise lui i due fierissimi “contendenti” sul pianerottolo! Era accaduto infatti che l’amico fotoreporter del Messaggero, l’indimenticabile Pietro “Briscoletta” Baldoni si fosse preso di petto con il Pibe de oro per un’inquadratura non concessa del tutto inopinatamente: fino a quel giorno infatti i due erano in ottimi rapporti!

Cinque anni dopo, 1990, allo stadio delle Calvie andò in scena quella che è nota alla cronaca come La Beffa di Camerino. In pratica il “seguito” dei “fatti maceratesi”. Tutto per la regia di quel buontempone di Gigi. Il quale allo stadio della sua città, seguiva l’Argentina in vista del Mondiale italiano. Assente Maradona, presente Baldoni, Gigi con la complicità di Salvator “el Nason” Bilardo (un burlone, il tecnico argentino) mise in piedi lo scherzo ai danni del popolare fotoreporter. El Nason avvicinò Pietro e mostrando un falso telegramma di Maradona disse falsamente che “Dieguito si scusava per la lite avuta con lui, il fotografo italiano, a Macerata, qualche anno prima”. Briscoletta, dato l’interlocutore, venne preso alla sprovvista. Da persona di cuore qual era accettò le scuse, poi ebbe un terribile sospetto. Si girò e vide quello che temeva. Da lontano Gigetto tratteneva a stento le lacrime per il ridere! Lungo l’anello delle Calvie scattò allora un infernale “torello” con Pietro, macchine fotografiche al collo e all’aria, all’inseguimento di Gigetto. La Beffa di Camerino è stata “riesumata” qualche mese fa dall’agenzia Ansa, da quotidiani e periodici locali in occasione dell’incontro a tre avvenuto allo stadio Bernabeu di Madrid, per una partita di Champions tra Bilardo, Maradona –ai vertici della nazionale argentina- e lo stesso Bagni, ora commentatore Rai.

Bene, siamo quasi alla fine di questo lungo, seppure essenziale racconto. Tuttavia manca ancora qualcosa alla sua definitiva conclusione. E ricomincio dunque da …3 fatti, davvero poco conosciuti.

Agli inizi degli anni ’90 da Camerino partì una proposta di laurea honoris causa a Raul Gardini, presidente di Montedison, che ebbe positivo accoglimento -posso testimoniare. Dopo Enrico Mattei, colui che veniva allora indicato come il manager più brillante d’Italia si sarebbe laureato nell’antica Universitas studiorum marchigiana. Il rapido declino delle fortune di Gardini, l’addio all’impero Ferruzzi e poi la sua tragica fine vanificarono però un progetto promosso dall’allora rettore Mario Giannella e caldeggiato da Gigi.

Il secondo episodio vede invece Gigi in tribunale a Roma, piazzale Clodio. A giudizio, querelato da un signore che si era sentito “diffamato” da un articolo concernente un concorso pubblico. Avi aveva scritto, al solito, la verità e il Tribunale lo assolse con formula piena! “Un certo brivido l’ho però sentito alla schiena quando i giudici erano in camera di consiglio…” concesse con stile Gigi. Il quale assolutamente non volle -così come chiedevano ogni volta per sè i miei collaboratori- che io mi sostituissi a lui davanti al giudice penale, nella mia qualità di responsabile della Redazione.

Il terzo ed ultimo episodio l’ho conosciuto solo ora, qualche mese fa, grazie al prof. Dino Jajani durante una conviviale del Rotary club di Camerino cui ho partecipato come relatore su “Dopo il terremoto: Camerino oltre la crisi”. Mi ha detto Jajani: “In quell’ultimo anno di vita di Gigetto, lo incontrai lungo il corso. Come va? Gli chiedo. ‘Sono stato in ospedale e non ho più ormai tanto tempo: fra quattro mesi al massimo, muoio’. Rimasi stupefatto. Lui ripetè senza enfasi: ‘Si, è così’. Non sapevo che dire mentre già scendeva lungo il corso in direzione del Comune. Era gennaio, lo ricordo ancora con il suo berretto di lana in capo…”.

Quando la notte del 7 maggio di dieci anni fa Gigi terminò la sua lunga corsa, cominciammo a capire appieno il beneficio di quella vita vissuta d’un fiato, senza avere il tempo di voltarsi indietro. Da lui avevamo imparato a difendere noi stessi e la nostra anima. Preservandola dalla coercizione, dalla tentazione dei pensieri semplicistici, dalla deturpazione del cinismo, dalla volgarità del cuore e dalla sostanziale mancanza di rispetto verso gli altri, che sono la vera maledizione di questi anni. Gigi aveva semplicemente il coraggio di essere se stesso, sempre, in ogni situazione e di trovare la sua voce precisa in tutto ciò che diceva e faceva. Lui sempre in “prima fila”. Lui su cui poter contare, con la sua totale onestà e il suo assumersi la responsabilità per tutto quello che gli succedeva intorno. E capace di compassione. Una parola che mi faceva pensare a lui ogni qualvolta mi veniva in mente.

Amico nostro, abbiamo avuto il grande privilegio di stare con te. Grazie per ogni momento che sei stato con noi.

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Foto rielaborata da Genesio Medori


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