C’era una volta l’Osteria del Chienti
“La demolizione è uno scandalo”
La protesta

Dall’Associazione Tolentino 815 riceviamo e pubblichiamo.
L’Osteria del Chienti a Pollenza Scalo dal mese di maggio e’ sparita, non esiste più, è stata demolita totalmente; un edificio che esisteva come stazione di posta già dal Cinquecento e risultante dai catasti dal 1700! Sembra incredibile che gli Enti competenti, Comune di Pollenza e Soprintendenza Regionale, abbiano potuto permettere un tale scempio.
L’edificio era da tempo inutilizzato ma aveva, oltre al valore architettonico un elevato valore storico anche perché teatro e testimone attivo, all’epoca Osteria di Monte Milone, della battaglia di Tolentino del 2 e 3 maggio 1815, considerata da vari storici come la Prima Battaglia per l’Indipendenza Italiana.
Proprio per questo motivo l’Associazione Tolentino 815 l’aveva inserito nel progetto “Parco Storico della Battaglia di Tolentino”, che si sta concretizzando con la prossima discussione presso la Commissione Cultura della Regione Marche di due Proposte di Legge regionale sull’argomento.

Le finalità sono di conservazione, valorizzazione e fruizione del patrimonio immobiliare, architettonico e storico legato agli avvenimenti; oltre al recupero e qualificazione dell’ambiente naturale e del territorio circostante, nei principali comuni teatro della battaglia: Tolentino, Pollenza e Macerata, oltre a quelli circostanti.
“E’ uno scandalo – dichiara Paolo Scisciani, presidente dell’Associazione Tolentino 815 – nonostante già dal marzo dello scorso anno avessimo segnalato la demolizione di buona parte della vecchia osteria, ora abbiamo assistito impotenti alla cancellazione completa di una parte della memoria storica. Dopo decenni di dibattiti e leggi sul recupero del patrimonio edilizio storico, non è concepibile assistere ancora oggi all’abbandono e successivo graduale degrado fino alla perdita definitiva di veri “pezzi storici” del nostro territorio”.
Gli strumenti urbanistici, dei quali le Amministrazioni Comunali sono tenute a dotarsi, dovrebbero attentamente censire e tutelare attraverso apposite normative tutte le costruzioni del nostro passato anche recente e prescrivere la loro conservazione a prescindere dal valore storico dei manufatti.
Questo purtroppo non sempre avviene, anzi, spesso non c’è sufficiente attenzione con il risultato di ottenere frequenti “demolizioni legalizzate” al posto di adeguati recuperi.

Come è possibile, continua Scisciani, che un privato per ristrutturare la propria casa, non necessariamente di valore storico non possa demolirla, anzi deve rispettare tante regole di mantenimento dell’esistente ed invece in questi casi si permette la demolizione!
Qui siamo addirittura la paradosso; la Sindaco di Pollenza Sabrina Ricciardi ha scritto nel 2000 la Guida “Pollenza – Storia, Arte, Cultura”, dove riporta (pag. 60) che per l’Osteria del Chienti “L’area è stata dichiarata di particolare importanza ai sensi della legge di tutela dei beni culturali del 1939”.
Non solo, la stessa Sindaco ha partecipato il 14 aprile scorso ad una riunione presso la Provincia di Macerata, per discutere delle “Proposte di legge per l’istituzione dei Parchi Storici Battaglie di Tolentino e Castelfidardo” (http://www.tolentino815.it/paginaita17427.aspx ).
Quale Parco voleva istituire la Sindaco Ricciardi se ha permesso la demolizione di uno dei luoghi significativi della Battaglia e conosciuto da tutti, essendo in prossimità di una strada molto trafficata? Oltre al danno anche la beffa!
L’Associazione Tolentino 815 si chiede e chiede a tutti gli organismi competenti, Comune di Pollenza, Provincia di Macerata, Regione Marche, Soprintendenza Regionale, Magistratura: è regolare tutto questo? È stato fatto tutto il possibile per garantire la conservazione di un edificio storico, patrimonio della comunità?

Caro Scisciani, mentre a San Severino hanno un cesso, a Macerata hanno deciso di rimuovere la lapide di Vittorio Emanuele II per rinstallare il cucù sulla torre civica, a Civitanova giocano a “tutti giù per terra” e a Pollenza demoliscono le tracce di una vecchia osteria. Comunque non mi risulta che l’osteria demolita e che ancora più scioccamente verrà ricostruita in maniera falsa risalga al ‘500 e neanche al ‘700, anche perchè in quei secoli c’era un’osteria al Castello della Rancia. La datazione sfugge a Sabrina Ricciardi (vedi P. PERSI/ S. RICCIARDI, Pollenza e le sue ville, Tip. San Giuseppe, Pollenza, 1998) e dell’edificio non ne fa menzione Roberto Massi Gentiloni Silveri (cfr. R. MASSI, Leggende, uomini e streghe nella Valle del Chienti, GL/ Tipografia, Urbisaglia, s.d.)
Mi dispiace veramente…quando perdiamo pezzi di storia è come se perdessimo un pezzo di noi stessi e delle nostre culture e tradizioni. Chiedo una informazione a Gabor: è reperibile il testo di Massi che hai citato?
Il testo di Roberto Massi Geniloni Silveri (Fondazione Giustiniani Bandini editore) dovrebbe essere ancora reperibile presso l’autore. Nel libretto Massi riporta la locanda San Giorgio e l’osteria della F…
Tra i tanti documenti raccolti pazientemente dal capitano Ermanno Mori sul cavallo e conservati nel suo amato “Museo del trotto”, ricavato in una stalla e nascosto tra il sabbione delle colline di Civitanova Marche, si può ammirare una singolare piantina.
Qui sono indicate le stazioni di posta, autogrill dei tempi andati, e risulta che lungo il “Viaggio da Ancona a Roma” se ne trovavano ben 22. Un documento curioso che riporta ad avventurosi viaggi settecenteschi, effettuati su strade polverose. Storie di intrepidi cocchieri, diligenze, rimesse, cambi di cavalli, locande e naturalmente osterie da guida Michelin.
Ed ecco le tappe che interessavano quel tratto di strada della nostra provincia a partire da Loreto, che in quel tempo era una villa di Recanati: Recanati, Sambucheto, Macerata, Tolentino (S. Severino), Valcimarra, Cappuccini (Sfercia?), La Trave (Ponte la Trave), S. Bartolo (Gelagna?) e Serravalle.
Poi, quando arrivò la superstrada, la Val di Chienti finì per perdere la sua importanza. Nonostante tutto a Valcimarra rimane ancora leggibile l’edificio, ora di proprietà Carloni, dove si trovava la stazione di posta dei cavalli annessa alla Locanda san Giorgio, luogo in cui nel 1743 soggiornò il grande libertino Giacomo Casanova.
L’allora diciottenne abate ha voluto tramandarci nell’autobiografia “Storia della mia vita” anche le disavventure capitategli lungo la strada valliva che costeggia il fiume Chienti.
Insomma un piccolo luogo di memoria storica dove il proprietario conserva ancora il pennone al centro dell’edificio e, nel magazzino, l’insegna dal cui ferro traforato compare l’immagine di San Giorgio. Chissà che prima o poi a qualcuno non venga voglia di incatenare al pennone l’insegna dell’antica Locanda san Giorgio, ultima traccia di un mondo scomparso e testimonianza della presenza di un gran libertino. E magari sentirla cigolare quando s’alza il vento.