Dalla triste scienza
all’economia della felicità

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di Sara Maulo

Nella Sala conferenze dell’ex Seminario si è tenuto un interessante Convegno dal titolo “Crisi economica globale: cause e risposte possibili. Un nuovo modello di sviluppo o un mondo senza sviluppo?”. Idea e organizzazione sono opera dell’associazione Ser.mi.go, onlus dell’oratorio salesiano con esperienza quasi ventennale nell’ambito della cooperazione allo sviluppo dei paesi africani. L’evento ha dato inizio alla settimana missionaria, appuntamento che ormai da diversi anni caratterizza il maggio maceratese.

Nella conferenza si è riflettuto su cosa significhino e cosa implichino la crisi e la povertà oggi e in che senso dobbiamo intendere lo sviluppo nell’era della tanto dibattuta globalizzazione. Hanno discusso di questi temi Nicola Matteucci, Professore di Economia Applicata presso l’Università Politecnica delle Marche e Massimo Zortea, Presidente del VIS (ONG -Volontariato internazionale per lo sviluppo). Le conclusioni della mattinata di discussione sono state tratte dal vescovo della diocesi di Macerata, Mons. Claudio Giuliodori.

I relatori hanno tematizzato il cambiamento che l’attuale crisi, propagatasi nell’economia reale a partire dal crollo finanziario dei mutui subprime, ha drammaticamente portato nelle nostre vite e nelle riflessioni di economisti e uomini politici. Innanzitutto ne è emersa una nuova visione della povertà: piuttosto che come ‘arretratezza’ (nella concezione comparativa dello sviluppo) o come ‘indigenza’ per il mancato raggiungimento di una soglia minima di mezzi economici, la povertà si caratterizza oggi sempre più come ‘vulnerabilità’, possibilità cioè che tocca ogni uomo, anche nelle società occidentali, di perdere il lavoro, la casa, le certezze… La povertà dunque secondo Zortea “non è più un affare dell’ONU e della FAO, delle ONG, degli economisti dello sviluppo, è un affare nostro”. Altro problema all’ordine del giorno è quello di come concepire e attuare lo sviluppo: “voler fare a meno dello sviluppo – secondo Zortea, che si richiama spesso alle illuminanti analisi del Nobel per l’economia Amartya Sen – sarebbe come fare a meno della pioggia”: lo sviluppo non va demonizzato, né vanno mitizzati i correttivi parziali che possono aumentare le disuguaglianze. Piuttosto bisogna, in un’ottica di cambiamento strutturale, orientare gli interventi concreti e vitali ad agire sulle cause che generano e conservano la povertà: il mancato accesso ai servizi sanitari, all’istruzione, la disuguaglianza di genere, l’assenza di reale democrazia e diritti. Lo sviluppo a cui aspirare non è solo la crescita economica, l’aumento del PIL (lo sapeva già John Fitzgerald Kennedy); non è neanche lo sviluppo ‘umanitario’ che al massimo può coprire le falle che periodicamente si ripresentano nel sistema attuale: lo sviluppo reale implica il lavorare, anche ai ‘piani alti’, per elaborare politiche nuove che tengano conto dei fattori sopraesposti.

Matteucci segnala l’emergere di un nuovo e fecondo approccio alla cooperazione, diverso rispetto a quello operato dai governi occidentali, che stanno venendo meno ai loro impegni a causa dell’attuale crisi: la microcooperazione, effettuata dal basso e con l’indispensabile concorso della società civile – per intenderci quella operata da realtà come il Ser.mi.go. Essa è caratterizzata da una pluralità di attori coinvolti, che non mancano di apportare contributi di idee e abilità, e, soprattutto, dalla profonda reciprocità delle parti in gioco, legate da un rapporto paritetico e dalla volontà di favorire l’empowerment dei destinatari piuttosto che dalla logica paternalistica del dono. Tra gli esempi virtuosi spiccano, tra le altre, le iniziative di microcredito sviluppate da Banche di credito rurali e cooperative (nobel per la pace M. Yunus), che si fonda sulla responsabilizzazione comunitaria per garantire il buon esito del credito.

Nelle conclusioni del vescovo Giuliodori, si è ribadita la necessità – messa in luce da Matteucci – di allargare la base antropologica della scienza economica, ricollocando al centro l’uomo non solo come essere razionale volto al perseguimento del proprio interesse ma come essere in relazione con altri, realizzato solo nella solidarietà e nella condivisione: tale ribaltamento in politica comporta il lavorare per il bene comune, al di là dei nostri confini. Ci auguriamo, seguendo il titolo della relazione di Matteucci, che si possa veramente passare dall’economia come ‘triste scienza’ all’economia ‘della felicità’ e vi invitiamo a sperimentare questa possibilità nelle prossime iniziative della settimana missionaria.


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