Una Spoon River maceratese

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di Maurizio Verdenelli

L’anno che se ne va, l’anno che muore ci porta inevitabilmente ad un bilancio di tristezza. “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso comincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?”. Così nel dialogo leopardiano, parla il Passeggere. “Speriamo” si augura il Venditore di almanacchi. Tuttavia si sente che ci crede poco anche lui. L’anno che se ne va s’è portato via mia madre, antica e forte combattente della vita. Così vado spesso nel cimitero monumentale di Macerata dov’è sepolta. E per mestiere mai smesso, mi capita d’intervistare i custodi senza che loro lo sappiano (s’intende). “Il ricordo? Certamente sì verso chi muore giovane. A parte i genitori, gli amici tornano a visitare la tomba per una, due settimane al massimo”. Poi? “Poi non si vedono più. Guardi però che noi tutti, ormai per esperienza, non attribuiamo grande importanza a questi riti. Io ho deciso che mi farò cremare e non andrò ad ingrassare l’industria del caro-estinto”. In effetti, questo della cremazione –gli impianti più vicini a San Benedetto del Tronto e a Perugia- è un’idea fissa dei necrofori. Tuttavia fra la gente finora ha prevalso l’inumazione tra le varie forme di sepoltura: sarà stato forse per l’ideale francescano della “nuda terra” o forse perché i loculi sono stati fino a poco fa indisponibili e solo ora concluse le laboriose pratiche, il Comune sta finalmente ampliando il cimitero. Questo del “blocco” è un fenomeno ricorrente. Diverso tempo fa in maniera un po’ macabra, un giovane vicesindaco ci scherzava sopra: “Andrà a finire che il sindaco dovrà emettere un’ordinanza per cui sarà fatto divieto a tutti di morire a Macerata!”.

Certamente per l’ideale del Poverello d’Assisi nel cui nome aveva realizzato un Pensionato per i lebbrosi di Gopouva da missionario in Brasile, il vescovo di Macerata Tarcisio Carboni aveva espresso la volontà di essere inumato. Così avvenne a seguito della sua tragica e improvvisa fine all’alba del 20 novembre 1995 mentre si recava a Falconara per imbarcarsi alla volta di Palermo e prendere parte al Convegno della Chiesa italiana. Tre mesi prima era deceduto anch’egli in modo improvviso, un noto architetto che un autorevole giornale aveva indicato come il Grande Maestro della Loggia Mozart distrutta da un incendio notturno a Palazzo Marefoschi a metà degli anni 80. Se ne fece un gran parlare a Macerata con richieste ora sussurrate ora gridate che si rendessero noti i nomi degli aderenti visto che i Carabinieri ne avevano prelevato l’elenco. “Scriva sul ‘suo’ Messaggero che tra coloro che chiedono luce c’è pure il vescovo” mi telefonò mons. Carboni, un po’ a sorpresa ma mica tanto. Eseguii alla lettera. Ebbi reazioni e lettere, tutte amarissime -e lo furono ancor più in futuro. Mi venne pure recapitato … un elenco telefonico da parte di un collega che ironicamente mi invitava a pubblicare il nome degli abbonati maceratesi! Un altro collega scrisse che la richiesta di pubblicizzare l’elenco degli affiliati alla Loggia massonica a seguito del rogo notturno, era come chiedere di scrivere sul giornale i nominativi delle suore di un monastero in città che in quelle stesse notti avevano visto andare a fuoco un inginocchiatoio. La “querelle” tuttavia non si spegneva anche per l’intervento del vescovo: la curiosità generale fu saziata dalla rivelazione del nome del Gran Maestro della Loggia stessa.

Se in vita, per credenza diversa, erano stati dunque divisi, la morte accomunò quei due ottimi maceratesi che vennero sepolti vicini nello stesso “campo”. Una vicenda che sarebbe piaciuta a Luigi Pirandello, Edgar Lee Masters e anche al Principe Antonio De Curtis, in arte Totò (cfr A livella).

Tre anni fa, scadendo il periodo previsto di sepoltura, la salma di mons. Carboni è stata riesumata. Ancora intatta! Mentre si procedeva ad una nuova inumazione (per 5 anni) qualcuno gridò al “miracolo” mentre la Diocesi invitava alla prudenza. Ce n’era infatti ben donde: la salma del prelato prima d’essere trasferita a Macerata, era stata racchiusa in una bara con involucro di zinco: in quelle condizioni un corpo s’incenerisce soltanto nello spazio di 30-50 anni. Tanto che il regolamento comunale prevede per i loculi una concessione di tre decenni, prorogabile per altri due.

Macerata ha davvero un bel cimitero che può vantarsi di essere il primo e finora l’unico delle Marche in fatto d’integrazione multireligiosa. Niente moschea a fianco della bella chiesa cristiana all’ingresso, certo (!) ma uno spazio riservato ai defunti di fede musulmana sepolti con il capo rivolto verso la Mecca. Una bella iniziativa che testimonia dell’accoglienza della città di San Giuliano l’Ospitaliere. Perché basta poco per un’effettiva integrazione evitando le mere apparenze così come non fare il presepe a scuola per non toccare la sensibilità degli scolari islamici. I quali, anno dopo anno, sono peraltro in percentuale sempre più numerosa nelle classi. Come la storia c’insegna, il presepe è stata un’iniziativa di San Francesco che con il Sultano s’intendeva a meraviglia.“Ma la televisione/ ha detto che il nuovo anno/ porterà una trasformazione/ e tutti quanti stiamo già aspettando/ Sarà tre volte Natale/ e festa tutto il giorno” canta da 30 anni Lucio Dalla (L’anno che verrà, 1978). Buon 2009!


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