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Panificio Fronzi, 12 ore per ripartire:
«Continua a tremare ma restiamo»

PIEVE TORINA - Stefania Tarantini racconta l'impresa per riaprire l'attività a tempi record dopo la scossa di martedì che aveva danneggiato il contro soffitto del bar: «Alle 6 di mattina gli operai erano già arrivati». Da un anno e mezzo vive in container con la sua famiglia: «Una vita allucinante, sogniamo di costruirci una casetta sicura». IL VIDEO
giovedì 12 aprile 2018 - Ore 19:12 - caricamento letture
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Il bar del panificio risistemato in tempi record dopo la scossa del 10 aprile

 

Dodici ore per ripartire. Il panificio Fronzi di Pieve Torina, sfollato già una volta dal terremoto dell’ottobre 2016, ha sistemato i danni della scossa del 10 aprile in un batter d’occhio. «Alle 6 la ditta e gli operai erano già sul posto, alle 18 era tutto sistemato – racconta la titolare Stefania Tarantini -. Era crollato il contro soffitto del bar, abbiamo dovuto pulire tutto e buttare diversa merce». Nel laboratorio, alle 5,11 quando la scossa di 4.6 ha colpito l’entroterra con epicentro a Muccia, erano al lavoro suo marito, Daniele Pascoli, e altri impiegati. «Per fortuna nel laboratorio tutto ok – spiega Tarantini – e per fortuna il bar apre alle 5,30, quindi non c’era nessuno dentro. Mio marito ha chiamato subito la ditta e in un’ora erano arrivati».

Ripartenza, resistenza, resilienza. Sono tutte parole che ben si adattano a questa piccola realtà locale che non ha mollato dopo il terremoto. Un punto di riferimento per chi, da Muccia, va a Pieve Torina o deve raggiungere i comuni vicini. Ma c’è l’altro lato della medaglia. Le scosse, i soldi tirati fuori di tasca propria per non perdere il lavoro.

Operai al lavoro per sistemare il contro soffitto del bar

«Qua continua a tremare – dice Tarantini -. Giusto poco fa ne ha fatta un’altra, 3.6, una bella bottarella». Restare è questione di vita, in tutti i sensi. «La vita nostra è qui, non possiamo andare via – spiega Tarantini – Qui c’è il nostro lavoro. Abbiamo speso un sacco di soldi per sistemare». I soldi per delocalizzare le attività? «Non è arrivato niente». Lei, il marito e i figli vivono in container da un anno e mezzo. Anche questo, comprato di tasca propria. «Nel 2016 l’unica altra opzione era andarsene a 100 chilometri di distanza, sulla costa», spiega Tarantini. Sulla loro casa pende il verdetto peggiore: inagibilità E. «Devono ancora partire con la ricostruzione lieve – dice la donna – per quella pesante ancora non sappiamo niente. La vita in container è allucinante, stiamo arrangiati al massimo». La sae non l’hanno chiesta. «Non abbiamo chiesto una sae perché l’idea è di costruircela noi, una casetta sicura. Solo che resta un’idea per adesso, la burocrazia è lunghissima – conclude Tarantini – Se era per noi ce l’eravamo già costruita».

(Fe. Nar.)

 

I danni del 10 aprile

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