facebook twitter rss

A Macerata la sinistra
fa il “gioco dell’oca”

IL COMMENTO - La manifestazione antifascista fotografa le indecisioni e le contrapposizioni di un'area politica che ha perso i valori di riferimento. Girano in tondo per tornare sempre da dove sono partiti
domenica 11 febbraio 2018 - Ore 13:57 - caricamento letture
Print Friendly, PDF & Email

 

di Fabrizio Cambriani

“Piccola città, bastardo posto…” Così cantava nel 1972, riferendosi alla sua Modena, Francesco Guccini. A cavallo tra la contestazione e gli anni di piombo. Ma “Piccola città, bastardo posto” è un adesivo che oggi si potrebbe applicare pure a Macerata. Perché nella manifestazione di questo freddo sabato pomeriggio l’intera sinistra italiana è definitivamente implosa. Un suicidio annunciato con giorni di anticipo. Fronti contrapposti che non solo non parlano più la stessa lingua, ma si dividono spietatamente anche su quelli che dovrebbero essere i valori comuni di riferimento. Le indecisioni, i goffi tentennamenti sull’opportunità di organizzare la cerimonia sono la lama calda che si infila nel burro. Lo apre. Lo scioglie. Tutto diventa liquido.

A Macerata, il popolo della sinistra perde per sempre i suoi punti di riferimento. Si ritrova imbacuccato, nel vento gelido, nei suoi eskimi verdi (sofisticate repliche degli originali degli anni settanta). Perduto e smarrito nel crocevia delle ideologie da dopoguerra. A testa bassa. Tutto preso a guardare sé stesso. Seguendo il corteo a cui partecipava, attraverso gli smartphone. Arrivano a frotte i manifestanti. Cantano in coro, ma non hanno più bandiere. Non hanno più chiesa. Sofri, la Menapace e Staino portano ormai i capelli troppo bianchi. Tra loro e i tantissimi giovani mancano all’appello almeno un paio di generazioni. Civati e Fratoianni, da soli, non colmano il vuoto. Ciascun manifestante rappresenta sé stesso. Manca pure lo storico servizio d’ordine della Cgil. Omoni di due metri che se provavi a fare qualche sciocchezza ti mollavano un sonoro sganassone. Perché il vero militante deve dare, per primo, l’esempio.

Sfilano ordinatamente nell’ovale delle mura. La città è presidiata dalle forze dell’ordine. L’unico serio pericolo è rappresentato da un bianco pastore maremmano che il padrone trattiene al guinzaglio a fatica. Ogni piccolo varco per il centro è chiuso da mezzi e uomini. Fanno affari solo le pizzerie e i bar di Corso Cavour. Un’umanità varia e affamata che trova ristoro in due pezzi di margherita e una birra. Alla testa del corteo si avvicendano oratori, ma la musica è sempre quella: la rabbia contro Minniti che qualcuno paragona a Kossiga con la K. Manco fossimo nel ’78. Giusto quaranta anni fa. Critiche feroci anche verso il sindaco che aveva chiesto di non manifestare. Il paradosso è che da fuori le mura Carancini incassa gli strali dei manifestanti, ma in consiglio comunale, a breve, dovrà vedersela con la mozione di censura del centrodestra.

Nel cielo grigio, a tratti squarciato da timidi raggi di sole, volteggia l’elicottero della polizia. Dev’essere un colpo d’occhio spettacolare, quella pacifica marea umana vista da lassù. Ma di sotto, con i piedi per terra, le preoccupazioni sono palpabili. Scuotono la testa i dirigenti politici. Percepiscono il disagio. Annusano aria di disfatta. Se ti fermi a parlare con qualcuno di loro ti rendi conto della divaricazione. Tra una sedicente sinistra di governo che ha rinunciato a qualsiasi ideale e quella antagonista che vorrebbe riportare indietro di quarant’anni le lancette dell’orologio. In mezzo, senza bussola, un popolo che, d’improvviso si ritrova apolide. Camminano ignari dietro gli striscioni, giovani e di mezza età. Urlano al cielo parole che il vento freddo di febbraio porta via in un attimo. Anche le nuvole corrono veloci.

Adriano Sofri

Tornano infine da dove sono partiti. E anche questo è segno dei tempi: è la metafora di un girare in tondo. A vuoto. Un macinar chilometri che – come nel gioco dell’oca – ti riporta, nei momenti cruciali della storia, al punto di partenza. Per poi arrotolare mestamente bandiere e striscioni. Non fai in tempo a dire che, tutto sommato, è filata via liscia che gli immancabili cinque o sei idioti, smerdano tutto e tutti con i cori sulle foibe. E allora senti davvero la mancanza del servizio d’ordine della Cgil. Ma anche di qualche salutare e correttivo schiaffone. Di questa manifestazione, mentre il cielo imbrunisce, sopra ai giardini Diaz di Macerata, restano sparsi disordinatamente i tanti frammenti della sinistra. E – come diceva Edoardo Bennato – i vuoti a perdere mentali abbandonati dalla gente.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Torna alla home page

Pubblicità elettorale




Quotidiano Online Cronache Maceratesi - P.I. 01760000438 - Registrazione al Tribunale di Macerata n. 575
Direttore Responsabile: Matteo Zallocco Responsabilità dei contenuti - Tutto il materiale è coperto da Licenza Creative Commons
X