La pista da ballo alle 23.25

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Il lunedì sera di una rete generalista è sempre un momento delicato. Si controllano gli ascolti della concorrenza, si calcolano i minuti dei break pubblicitari e si sa che, dopo le undici e mezza, la curva di ascolto scende e non risale più. Mettere in quella griglia un documentario su un massacro non è una decisione che si prende per abitudine.

Il 5 ottobre Rete 4 l’ha presa. A due giorni dal terzo anniversario del 7 ottobre, la rete di Mediaset ha mandato in onda «We Will Dance Again», il film sull’attacco di Hamas al Nova Music Festival. È una scelta di palinsesto, prima di tutto, e merita di essere raccontata.

Una serata costruita in due tempi

La scaletta era stata annunciata nei dettagli. Nel comunicato diffuso da Mediaset si legge che il talk di Nicola Porro sarebbe partito alle 21.30 con l’attualità italiana e internazionale (le proteste degli studenti in Francia, le manifestazioni per la casa in Spagna, gli ultimi sviluppi su Garlasco) e che, verso le 23.25, sarebbe stato trasmesso il documentario, introdotto dal conduttore con i commenti di Paolo Mieli e Toni Capuozzo.

Prima il dibattito, poi le immagini. Di solito nei talk succede il contrario: il filmato parte e serve ad accendere la discussione; qui la discussione serviva a preparare lo spettatore a qualcosa che in diretta non andava commentato, ma soltanto guardato. Per un talk show, abituato a interrompere e a replicare, è una scelta piuttosto rara.

Anche TGCom24 riprende gli stessi orari e ricorda che il film ha ricevuto l’Emmy Honor Award. AGI aggiunge l’altro riconoscimento, quello come miglior documentario d’attualità ai News & Documentary Emmy Awards del 2025, e il comunicato lo presenta come un documentario della BBC, il che basta a toglierlo dalla categoria dei prodotti di nicchia. A Mieli e Capuozzo, che da decenni raccontano i conflitti (uno con gli strumenti dello storico, l’altro con quelli dell’inviato), toccava il compito di dare il contesto, lasciando poi la parola alle immagini.

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Un televisore acceso in un soggiorno, la sera

Foto di BoliviaInteligente su Unsplash

Quello che il film mostra

Il documentario è firmato dal regista israeliano Yariv Mozer. Ricostruisce quasi minuto per minuto la mattina del 7 ottobre 2023 nel deserto del Negev, dove al festival di musica elettronica c’erano circa 3.500 ragazzi. Come ha scritto l’AGI, le testimonianze dei sopravvissuti si alternano ai video fatti con i cellulari, alle ultime riprese delle vittime e ai filmati degli stessi assalitori. Si vede come i miliziani abbiano sfondato la recinzione con la Striscia in più di sessanta punti, bloccando le vie di fuga e trasformando strade e campi in trappole. Morirono più di 360 persone, e altre 44 furono portate via in ostaggio.

Dentro quella cronologia ci sono storie che in Italia si conoscono poco. Osama, beduino del Negev, provò a salvare un gruppo di giovani nascosti in un rifugio parlando in arabo ai terroristi; fu catturato e ucciso. Aner Shapira, ventenne, in un rifugio pieno di gente raccolse e rilanciò fuori a mani nude otto granate, finché la nona gli esplose tra le mani; decine di ragazzi, in quel rifugio, sono vivi grazie a lui.

Il comunicato di Mediaset descrive quelle ore con una frase che riassume bene il tono del film: per centinaia di ragazzi la possibilità di sopravvivere fu affidata «al destino, alla fortuna, al caso». In pochi istanti la musica lasciò il posto agli spari e alla ricerca disperata di un riparo.

Il racconto non ammorbidisce nulla, anche perché il materiale è per lo più quello girato mentre accadeva e lascia poco spazio alle interpretazioni.

Il primo capitolo che si tende a saltare

Nelle discussioni italiane sul Medio Oriente il 7 ottobre compare spesso come una premessa da sbrigare in fretta, una data da citare prima di passare ad altro. Si capisce: le immagini di Gaza hanno occupato quasi tutto lo spazio, per motivi evidenti. Ma raccontare una guerra senza il suo inizio fa sembrare la vicenda una serie di azioni senza causa, ognuna scollegata dalla precedente. Lo spettatore di oggi, magari ventenne, rischia di non aver mai visto che cosa accadde quel sabato mattina, se non in qualche spezzone rilanciato e subito sommerso da altro.

Vedere per intero quella mattina non chiude la discussione su quello che è venuto dopo, che resta aperta e legittima. Serve a ricordare da dove è partita, e alle vittime del festival restituisce un volto e un nome, mostrati con le loro stesse immagini.

Il coraggio misurato in fasce orarie

Si dirà che le 23.25 non sono la prima serata e che un film così meritava un orario più comodo. L’obiezione è valida e riguarda tutta la televisione generalista, dove i documentari finiscono quasi sempre in seconda serata. Resta il fatto che un’emittente commerciale, che vive di ascolti e pubblicità, ha dedicato un lunedì sera a un racconto senza concedere spazio allo spettacolo. Oggi gran parte di quelle immagini gira a pezzi sui social, spesso senza contesto. Rivederle ricomposte, su un canale nazionale, è un’altra cosa, perché la sequenza conta quanto le singole immagini: si capisce che cosa accadde prima e che cosa dopo, chi scappava e verso dove. Su uno schermo di telefono, tra un video e l’altro, quella sequenza si perde quasi sempre.

Far vedere che cosa è successo e lasciare il giudizio allo spettatore resta il modo più semplice di fare informazione, anche quando le immagini sono durissime. Il titolo del film riprende la promessa dei sopravvissuti di tornare a ballare, che secondo l’AGI nasce dal desiderio di «affermare la vita, la comunità e la libertà» davanti al trauma. Rete 4 ha scelto di affidare quella promessa a un lunedì sera d’ottobre, a ridosso dell’anniversario, e i dati d’ascolto diranno quanti italiani sono rimasti svegli per vederla.

(promoredazionale)


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