La battaglia di Chiara con la bulimia:
«E’ una voce nella tua testa,
ho imparato a non ascoltarla» (Video)
STORIA - Chiara Ruani, di Urbisaglia, aveva otto anni la prima volta che si nascose per mangiare. A 11 la sua prima dieta («Dicevano che pesavo troppo, io mi vedevo uguale a tutti gli altri»). A 25 anni la malattia l'ha portata in un vortice. Oggi è guarita e ha deciso di aiutare gli altri, guida l’associazione no-profit “Anime lilla” che assiste chi affronta i disturbi alimentari

Chiara Ruani
di Francesca Marsili
Aveva otto anni la prima volta che si nascose per mangiare. Mentre gli altri bambini giocavano in cortile, lei cercava un angolo per abbuffarsi e sedare un vuoto insaziabile. Quella guerra costante con sè stessa e con il cibo avrebbe segnato i due decenni successivi della sua vita. Oggi Chiara Ruani ha 29 anni, è guarita dalla bulimia nervosa, e da Urbisaglia guida l’associazione “Anime lilla”, che ha già cambiato la traiettoria di decine di giovani vite e spinge a chiedere aiuto: «La bulimia ti rovina – racconta – ti fa credere che senza di lei tu non esisti. È la vostra mente che vi inganna, dimostratele il contrario».

La storia di Chiara comincia nell’infanzia, in quel momento in cui una parola di troppo può entrare dentro una bambina e non uscire più. A undici anni la sua prima dieta.«Dicevano che pesavo troppo – ricorda – ma io mi vedevo esattamente uguale a tutti gli altri».
Parole che feriscono, perché arrivano quando non si è ancora abbastanza solidi per respingerle. Anni di sofferenza inghiottita come le sue abbuffate, alternate a digiuni punitivi. A 24 anni ha iniziato la sua ultima dieta. «Mi dicevo: “Questa volta andrà bene” – ricorda Chiara -. Avevo una voce in testa che mi sussurrava che saltare i pasti mi avrebbe resa invincibile, che le avessi dato ascolto sarei stata meglio».
Nella sua mente, assecondare quella voce e poter cambiare il suo corpo avrebbe significato finalmente piacere agli altri. A quelli che le dicevano: «Hai le gambe grandi», mentre lei si domandava soffrendo: «Ma grandi per chi?». Invece, quella voce l’aveva trascinata diritta verso il fondo. «Avevo 25 anni quando ho iniziato a soffrire di bulimia nervosa – prosegue -. La malattia mi aveva intrappolata in un vortice che non finiva più, in un loop infinito che si ripeteva tutti i giorni in quasi tutti i pasti, arrivando a praticarmi autolesionismo, per punirmi».
Un circolo vizioso: abbuffate, vomito, sollievo, di nuovo il vuoto e ancora cibo. Con il passare dei mesi la sofferenza della ragazza cresceva. Si sentiva sempre più sola, più fragile, schiacciata da un braccio di ferro perenne tra la sua mente e il cibo. Chiara non si è ammalata per scelta «ma per un grande disagio interiore che si manifestava sotto forma di controllo ed ossessione – spiega – per anestetizzare tutte le emozioni che io da sola non sapevo gestire». Il controllo sul cibo le dava l’illusione di avere finalmente in mano la sua vita. Ma bastava un commento crudele di un compagno per far crollare tutto e riportarla alla sensazione di essere sbagliata.

Fino al giorno in cui ha trovato il coraggio di parlarne e di chiedere aiuto. Un passo difficile, ma fondamentale per iniziare a uscire dal silenzio e riavvicinarsi a sé stessa.
«Sono stata seguita da un centro per disturbi alimentari perché ho dato troppo ascolto a quella voce che all’inizio tanto mi rassicurava, ma che poi mi faceva paura, perché se non facevo esattamente ciò che diceva, mi faceva fare del male». “Cancro mentale”. È così che la sua psicologa ha definito il disturbo alimentare.
«Perché la bulimia, – racconta la giovane – non si limita a devastare il corpo: si installa nella mente, riscrive la percezione di sé, convince chi ne soffre di non poter esistere senza di lei. Ti porta in alto e poi ti spinge di sotto. Ti fa guardare allo specchio ma non ti mostra mai come sei realmente. Sentivo il mio disturbo come un compagno fedele che prometteva di non abbandonarmi mai». Chiedere aiuto. Sembra semplice, detto così. Ma per chi vive dentro un disturbo alimentare, è l’atto più sovversivo che esista: significa tradire la voce, sfidarla, dimostrarle che si può sopravvivere anche senza di lei. Chiara lo ha fatto. Si è affidata a un centro specializzato per i disturbi del comportamento alimentare, ha iniziato la psicoterapia, ha imparato a tollerare le ricadute senza lasciarsi travolgere.
«Ho capito che fanno parte del percorso – spiega -. Il cammino non è lineare: la malattia torna quando si sente minacciata dai progressi, si insinua nei momenti di fragilità, urla più forte proprio quando si sta imparando a non ascoltarla». Ma ogni volta che Chiara ha resistito, è diventata un po’ più libera. Ha imparato che il suo valore non dipende dal peso o dallo spazio che occupa il corpo. Ha imparato a parlarsi con gentilezza. «Ho imparato che il mio valore non dipende dallo spazio che occupa il mio corpo». Dalla guarigione è nata una missione. Chiara Ruani è oggi la presidente di “Anime Lilla”, associazione no-profit fondata con l’obiettivo di sensibilizzare, prevenire e sostenere chi affronta i disturbi del comportamento alimentare e le loro famiglie. Un nome che evoca il colore del fiocchetto lilla, simbolo nazionale della lotta contro questi disturbi. Chiara ha fondato l’associazione con l’obbiettivo di offrire uno spazio sicuro e accogliente, per chi vive queste difficoltà e per le loro famiglie, promuovendo consapevolezza ascolto e aiuti concreti.

Da sinistra: Moreno carletti, Bianca Carletti, Chiara Ruano e Frida Martinelli
«Attraverso le attività informative e le iniziative nel territorio, ci impegniamo ogni giorno per combattere i disturbi del comportamento alimentare, collaborando con psicologi e nutrizionisti specializzati nella cura della malattia – sottolinea – . Da quando l’associazione ha iniziato la sua attività di sensibilizzazione, decine di giovani, soprattutto ragazze, ma anche qualche genitore, hanno trovato il coraggio di chiedere aiuto».
Con Chiara, nell’associazione, anche Moreno Carletti, Frida Martinelli e la figlia Bianca, una famiglia che ha scelto di trasformare la propria esperienza in impegno sociale. Insieme costruiscono uno spazio dove la vergogna non ha l’ultima parola, dove chiedere aiuto è considerato un atto di coraggio e non di debolezza. L’associazione collabora con le scuole: entra nelle classi, parla con gli studenti, rompe il silenzio che spesso circonda questi disturbi proprio nell’età in cui sono più pericolosi. Chiara oggi ha ripreso in mano la sua vita e lavora in un supermercato. E a quella voce non dà ascolto. Non più.