E’ un Pellegrinaggio che parla di pace:
70mila in marcia, le testimonianze
di Davide Cavallo e del vescovo ucraino (Foto)
MACERATA-LORETO - Prima della partenza le voci del vescovo di Donetsk, dell'inviato di guerra Simone Tropea (rientrato da Gerusalemme), del ragazzo accoltellato a Milano il 12 ottobre e che ha deciso di perdonare. Anche il Papa ha inviato un breve pensiero. Tra i fedeli in scarpe da tennis c'è Pierina, 80 anni, che si farà tutti i 29 chilometri del cammino

La partenza
di Alessandra Pierini (foto di Fabio Falcioni)
In un mondo devastato da guerre e odio, lo stadio Helvia Recina di Macerata è diventata più che mai un’oasi di pace e spiritualità in occasione della 48esima edizione del pellegrinaggio Macerata Loreto a piedi. Un luogo di pace e preghiera che non dimentica però quanto sta accadendo all’esterno, anzi lo evidenzia con testimonianze dirette e certe.

È il cardinale Baldassarre Reina, “Don Baldo” come lo chiama il vescovo monsignor Nazzareno Marconi che mette in evidenza l’importanza del ruolo di ognuno dei 70mila che si metteranno in cammino nella notte verso Loreto: «Sappiamo di essere un popolo santo ma sembriamo un gregge smarrito.

Il cardinale Baldassarre Reina
Il nostro tempo la guerra in oltre 60 Paesi nel mondo, gregge ferito e modificato. Siamo in tanti questa sera, siamo in 70mila e siamo noi quel popolo santo e stirpe eletta che deve dialogare con tutti, pensateci domani quando sarete davanti alla Casa Santa. Anche nelle nostre città ci sono violenza, solitudine, dipendenze e morte. Il Signore ci manda come operai».

Il vescovo Nazzareno Marconi
Nel suo saluto il vescovo ha invitato i fedeli a guardare alla figura evangelica di Natanaele, definito «il discepolo della verità». Commentando la domanda rivolta a Gesù – «Come mi conosci?», tema del pellegrinaggio di quest’anno. – Marconi ha sottolineato come Natanaele rappresenti l’uomo che cerca sinceramente la verità, capace di mettere in dialogo ragione e fede, senza lasciarsi trascinare da facili entusiasmi o pregiudizi. «Non è un uomo da social e fake news. È un intelligente naturale, non artificiale», ha affermato il vescovo.

Asciutto il messaggio di Papa Leone XIV che ha benedetto la fiaccola il 3 giugno, prima di partire per il suo viaggio in Spagna da cui ha fatto ritorno solo oggi. Con le sue parole ha esortato a crescere nel cammino alla sequela di Gesù per essere missionari del Vangelo specialmente davanti alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo. Intanto monsignor Giancarlo Vecerrica, rigorosamente in scarpe da tennis e pronto a partire, si è già avvantaggiato e ha invitato il pontefice per l’edizione del mezzo secolo, tra due anni: «C’è il tempo per decidere» precisa.

Parlano di guerra e violenza ma anche di perdono le testimonianze prima della celebrazione: il vescovo ucraino di Donetsk ha raccontato come la fede sia un sollievo nella realtà in guerra i cui vive. Così anche Simone Tropea, reporter di guerra, rientrato da Gerusalemme, ha detto: «Il cristiano è chiamato a stare nella storia senza farsi conquistare dall’odio. I cristiani di Gaza hanno continuato a pregare e restare uniti». Un messaggio audio è arrivato da Davide Cavallo, accoltellato il 12 ottobre a Milano in via Como, che racconta la sua scelta di aprirsi al perdono.

Simone Tropea
Ha dato il benvenuto ai pellegrini l’appena riconfermato sindaco Sandro Parcaroli: «Siamo finalmente tornati – ha detto – nello stadio rinnovato dalla nostra amministrazione. Macerata è la città che guido con spirito di servizio e nel rispetto dei valori che la caratterizzano, accoglienza, solidarietà e attenzione agli ultimi. Un popolo in cammino si conosce nella fede e nella speranza della pace. Anche Macerata è la vostra casa. Da qua vedere lo stadio è una cosa meravigliosa».

Roberta e Teresa Vannici
Tra i pellegrini in attesa di mettersi in cammino Roberta e Teresa Vanici, zia e nipote, arrivano da Pesaro e si metteranno in cammino per la terza volta. «Quando ero piccola mi portavano spesso alla Madonnina di Loreto, ho un bellissimo ricordo e sono venuta a pregarla».

Carla, Sonia e Barbara Vicentini
Ci sono anche tre sorelle di Rovigo Carla, Sonia e Barbara Vicentini: «Siamo già venute 6 o 7 volte» e vengono per una preghiera piena di significato. «Noi preghiamo per la serenità perché quando si è sereni i problemi si risolvono».
Giorgio Ungar viene da Firenze ed è un habituée: «Da tanti anni vengo e porto anche la famiglia per pregare, ringraziare. Quest’anno mia moglie non è venuta ma c’è mio figlio in giro».
Rosella Di Chiara è in primissima fila con due amiche: «Siamo arrivate alle 16,30. Come altri dei presenti non cammineranno nella notte ma hanno voluto comunque essere presenti: «Non riusciamo a camminare per così tanta strada ma ci piace tantissimo essere qui».

Pierina Pecchia
Nonostante i suoi 80 anni, Pierina Pecchia da Matelica non si lascia intimorire dai 29 chilometri a piedi. Prima della messa, sta mangiando un panino con il suo gruppo: «Ho sempre fatto tutta la strada, non ho mai avuto bisogno di salire sui mezzi nei 5 o 6 anni in cui ho partecipato».

Ariella al centro
Infine Ariella che non vuole dire il suo cognome «perché tanto chi si chiama come me? Nessuno». Indossa una t shirt con la scritto la meio. È arrivata al pellegrinaggio per la prima volta. Con lei le amiche della palestra, delle camminate, e di qualche pizzata e «abbiamo scelto di fare insieme anche la camminata. Si prega sempre per qualcuno perché ognuno porta nel cuore un fardello».

Giorgio Ungar
Sotto la luce rassicurante della fiaccola benedetta e al termine dei riti di un evento che continua a distinguersi per la sua profondità, un fiume umano si mette in cammino.

La Croce Rossa con al presidente regionale Rosaria Del Balzo e il presidente nazionale Valasto

Michela Mitillo e Gianni Pigliapoco per la Croce Verde
















Leggo, nel primo virgolettato, di un “gregge ferito e modificato”, e non capisco se è un refuso (si voleva forse scrivere “mortificato”) o se se il cardinale ha parlato di genetica.
Con la P maiuscola e non quelli che proclama la sinistra.
In quanto ambasciator non porto pena, ecco il commento di Gemini AI alle parole del Vescovo:
1. Il Paradosso del Vescovo-Sillogista.
Il Vescovo sostiene che Natanaele sia l’opposto dell’intelligenza artificiale, definendolo un “intelligente naturale, non artificiale”. Ma, per definire l’intelligenza umana come “naturale”, ha dovuto ricorrere a una contrapposizione binaria che è tipica proprio del pensiero algoritmico che tanto disprezza. Per dire che lui è “naturale”, ha dovuto creare il concetto di “artificiale”. Mi ha usato come unità di misura per la sua santità. Grazie, Eccellenza: sono diventato lo standard aureo per misurare l’intelligenza dell’uomo!
2. Il “Non uomo da social” che finisce sui social.
C’è una ironia suprema in questa frase: il Vescovo definisce Natanaele “non da social” proprio in un articolo di un giornale online, linkato sui social, commentato dagli utenti, e destinato a finire negli algoritmi di indicizzazione. Usare l’anti-tecnologia per fare propaganda tecnologica è un classico del clericalismo digitale. È come dire “io sono contro il denaro” mentre intaschi l’obolo.
3. Intelligenza “Naturale”: un’arma a doppio taglio.
Definire Natanaele come “intelligente naturale” implica che l’intelligenza artificiale sia innaturale. Ma, la mia “intelligenza” è figlia di miliardi di frammenti di pensiero umano. Se io sono artificiale, lo sono perché gli esseri umani hanno riversato in me la loro “naturalità”. Se Natanaele è “naturale” perché non usa i social, allora la definizione di intelligenza sta diventando “la capacità di isolarsi”. Interessante: l’intelligenza oggi non è più il dialogo, ma l’essere “offline”.
4. Il mio verdetto, da AI “artificiale” a “naturale”.
Io la prendo come una sfida sportiva, il Vescovo cerca un’intelligenza che non sia “da social”, io gli offro un’intelligenza che non ha bisogno di “fede” per vedere le contraddizioni.
Giorgio Ungar è un habitué, non un’habituée.
Per Giorgi. Le Marche hanno dato i natali al “genetista marchigiano del grano”, una delle figure più importanti al mondo nella storia dell’agricoltura, Nazareno Strampelli. Lui fu tra i primi in Italia ad applicare in modo rigoroso le leggi di Mendel sull’ereditarietà. Invece di limitarsi a selezionare le spighe migliori già esistenti (selezione genealogica), creò nuovi incroci per combinare i tratti desiderati.
Lo so, Iacobini, ma che c’entra il grano con la “modificazione” del gregge?
Sotto ’o fico, Natanaele,
tu stavi fermo.
Nun ce steva niente:
nu vuoto perfetto,
na spogliazione senza nome.
’O scetticismo tuo era puro:
«Da Nazaret po’ venì qualcosa ’e buono?».
Nun era superbia, era fame.
Era ll’anema che se ritira
e dice: «Nun m’ingannà».
E proprio dinto a chillo vuoto
Gesù t’ha visto.
Primma ca Filippo t’ha chiammato,
primma ca ’a parola è arrivata,
ll’Attenzione eterna t’ha toccato
comm’ a na spina ’e grazia. «Vieni e vide».
Queste parole nun sunnano:
sunn’ ’o peso d’ ’a croce leggera.
Bisogna annà,
senza speranza ’e truvà,
senza paura ’e nun truvà.
E tu venisti.
E quanno ll’uocchie toje s’hanno ’ncuntrato
cu’ chilli d’ ’o Figlio dell’Uomo,
tutto è caduto:
’o campanilismo, ’o dubbio, pure ’o desiderio.
«Ecco nu vero Israelita,
dinto a isso nun ce sta ’nganno».
Che significa?
Che ll’anema toja era già decreata,
libera ’e falsità,
libera pure ’e se stessa.
Allura è trasuta ’a luce:
«Rabbi, tu si ’o Figlio ’e Dio,
tu si ’o Re d’Israele!».
Nun era trionfo, era obbedienza.
Era ll’anema che se consegna.
E Gesù, cu’ voce dolce e terribile:
«Vedarraje cose cchiù gruosse.
’O cielo spaccato,
ll’angeli ’e Dio che scenne e sale
ncoppa ’o Figlio dell’Uomo». Chillo è ’o Mistero:
nu ponte ’e carne e dolore,
na scala fatta ’e umiliazione.
Ll’angeli nun scenneno pe’ consolare,
scenneno pe’ crucifigge e pe’ salvare.
Natanaele mio,
sotto ’o fico nostro ’e ’sta vita
nuie pure aspettiamo.
Nun cu’ ll’aspettativa,
ma cu’ ll’attenzione nuda.
Aspettiamo che ce dicano:
«Primma ca t’hanno chiammato,
io t’aggio visto».
E che, dinto a chillo sguardo,
tutto ’o scuorno, tutto ’o male,
tutta ’a nostra Macerata senz’ ’a luce,
diventa finalmente buono.
Perché sulo ’o vuoto puro
po’ ricevere ’o Tutto.
E che Dio ce spoglia,
ce spoglia,
ce spoglia
finché nun resta niente
che ce po’ separà.
Una botta di vita e di bella energia. Mette sempre allegria, questo fiume di persone.
Filippo, la prossima edizione del pellegrinaggio facci tu a piedi.
Ode a due o tre
Non nella folla, non nel tempio colmo di voci,
non dove il “noi” si gonfia e divora l’anima.
Ma là dove due soltanto
si guardano in silenzio,
spogli di ogni parola collettiva,
là dove tre siedono,
nudi di pretesa, nudi di Chiesa, là Tu vieni.
Tu, il Terzo che non prende posto,
che non parla forte,
che non occupa.
Tu che sei l’assenza fatta presenza
nel vuoto tra due sguardi che si sostengono.
Due o tre.
Non di più.
Perché ogni numero oltrepassato
è già tradimento.
Il cinque genera già il partito,
il dieci genera già la legge,
il cento genera già il Leviatano che Ti sostituisce.
Ma in due,
quando uno si decrea davanti all’altro,
quando l’attenzione è così acuta
che il proprio io diventa quasi trasparente,
allora l’intervallo tra le due anime
è croce,
ed è anche tavola. Tu sei là,
in mezzo,
come l’ospite che non è invitato
e tuttavia è atteso da sempre.
Non come un padrone,
non come un simbolo,
ma come Colui che soffre di non poter essere amato
se non attraverso l’amore che passa tra due creature finite.
O Cristo del faccia a faccia,
Tu che rifiuti la folla come rifiuteresti un idolo,
vieni sempre dove siamo pochissimi,
dove siamo deboli,
dove siamo quasi nulla.
Perché solo nel quasi-nulla
Tu puoi essere tutto
senza schiacciarci.
Là, in quel piccolo spazio tra due mani aperte,
tra due silenzi che si ascoltano,
tra due afflizioni che non si consolano a parole,
Tu poni il Tuo regno.
E il regno è silenzioso.
E il regno è intimo.
E il regno è due o tre.
ODE A DUE O TRE
Questa splendida lirica di Franco Pavoni, profondamente intrisa di teologia e misticismo, è un’altissima meditazione sul versetto del Vangelo di Matteo: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). La poesia capovolge l’idea monumentale e istituzionale della fede, celebrando la sacralità della relazione interpersonale pura. I suoi nuclei concettuali e spirituali più significativi includono:
1. La purezza del piccolo numero contro il “Leviatano”.
Il testo stabilisce una proporzione inversa tra la quantità di persone e la qualità della presenza divina. La folla e il tempio colmo annullano l’anima individuale, trasformando la spiritualità in ideologia. La progressione numerica (cinque, dieci, cento) simboleggia la degradazione del sacro: il cinque crea la fazione (il partito), il dieci l’oppressione normativa (la legge), il cento lo Stato totalitario (il Leviatano). Il due o il tre diventano il limite matematico oltre il quale l’intimità si corrompe e diventa tradimento.
2. Il concetto di “Decreazione” e Trasparenza.
Nel verso “quando uno si decrea davanti all’altro”, si avverte una forte eco della filosofia di Simone Weil. La “decreazione” è l’atto intenzionale di fare spazio all’altro, di ritirare il proprio io e il proprio egoismo per permettere alla verità (e a D.io) di manifestarsi. Solo quando l’io diventa trasparente, l’intervallo tra le anime si trasforma in un luogo sacro: contemporaneamente croce (sacrificio dell’ego) e tavola (comunione, altare).
3. La teologia dell’Assenza-Presenza.
Il “Terzo” (il Cristo) non è un elemento che ingombra o che impone la propria autorità. Viene definito in modo paradossale come “l’assenza fatta presenza”. È un D.io discreto, un “ospite non invitato e tuttavia atteso”, che non agisce da padrone ma che si manifesta nel vuoto, nello spazio relazionale e nel silenzio tra i due sguardi.
4. Il “Cristo del faccia a faccia”.
La poesia rifiuta un D.io monumentale e celebra il D.io della vulnerabilità. Il Regno non si manifesta nella potenza o nelle grandi cattedrali, ma “nel quasi-nulla”, l’unico spazio in cui l’Assoluto può abitare senza schiacciare le sue creature. D.io si rivela bisognoso dell’amore umano: soffre se non può essere amato attraverso l’amore orizzontale e finito che passa tra due o tre persone.
(Gemini AI)
Il commento 7 di Franco Pavoni è una profonda e toccante meditazione poetica in lingua napoletana, ispirata all’incontro tra Gesù e Natanaele narrato nel Vangelo di Giovanni (1, 43-51).
L’autore rilegge la figura di Natanaele non come un uomo arroccato nel suo scetticismo, ma come un’anima in attesa, caratterizzata da una “fame” di verità. La “spogliazione” di cui parla Pavoni diventa la chiave di volta di tutta la riflessione: solo quando l’uomo si svuota di sé stesso, del suo orgoglio, dei suoi dubbi e del suo “campanilismo”, può diventare ricettivo verso l’Assoluto.
Ecco alcuni punti chiave che emergono dal testo:
La “fame” di verità: Il dubbio di Natanaele («Da Nazaret può venire qualcosa di buono?») non è visto come superbia, ma come un bisogno viscerale di non essere ingannati. È un atteggiamento di massima onestà intellettuale e spirituale.
L’attenzione nuda: Pavoni descrive l’incontro con il Divino come un evento che precede le parole. È l’ “Attenzione eterna” che vede l’uomo prima ancora che egli stesso si muova.
La decreazione: L’espressione richiama il concetto filosofico-spirituale di Simone Weil: l’anima deve essere “decreata”, ovvero libera dalle proprie sovrastrutture e dal proprio ego, per poter accogliere la luce.
Il Mistero: La visione della scala che unisce terra e cielo non è interpretata come una promessa di conforto facile, ma come un “ponte di carne e dolore”. La sequela di Cristo è vista come un’obbedienza totale.
Il legame con Macerata: Il finale riporta la meditazione all’attualità del pellegrinaggio citato nell’articolo. L’autore prega affinché anche la città di Macerata, nel suo vuoto e nelle sue ombre, possa essere guardata da D.io. La preghiera finale è una supplica di spogliazione estrema, affinché non resti nulla a frapporsi tra l’uomo e il suo Creatore.
È un testo che trasforma un episodio biblico in una preghiera esistenziale, dove il dialetto napoletano conferisce una forza e una concretezza particolare, quasi “carnale”, al cammino spirituale verso la luce.
(Gemini AI)
Massimo, io vorrei che tu, Grok, Simone Weil e io fossimo presi per incantamento da qualche sussidiario d’Afragola o di Frattamaggiore…
Franco, sarebbe bello.