L’incapacità di gestire il conflitto
nell’aumento dei casi di violenza
L'INTERVENTO di Filippo Sani, sociologo, pedagogista, consulente educativo e d’orientamento, che dirige il Centro per l’Impiego di Tolentino

Filippo Sani
di Filippo Sani*
In questi ultimi mesi, soprattutto, si è manifestata una recrudescenza di violenza che ha visto come protagonisti individui che hanno compiuto aggressioni e/o atti di violenza ai danni di persone, con la presunta e delirante motivazione di essere stati in qualche modo ostacolati nel riconoscimento pieno del proprio mondo vitale: regolamento di conti, delusioni e frustrazioni in qualche modo insopportabili e ingestibili.
Tra i tanti episodi di violenza degli ultimi mesi, ne recupero alcuni da Cronache Maceratesi:
“Rissa ai giardini Diaz, accoltellato un 26enne”
“Violenta rissa a Macerata, tre uomini e una donna in ospedale”
“Rissa in via dei Velini, sei persone nei guai”
“Prende a pugni la compagna per un cellulare dimenticato al ristorante: arrestato 49enne”
“Va a parlare con una 17enne, picchiato dal padre sulle piste da sci “
Una prima lettura delle situazioni incriminate, offrirebbe un’interpretazione sostanzialmente orientata al paradigma del degrado sociale o a quello della psicolabilità e dell’istintualità incontrollata.
Ma se proviamo ad entrare meglio nella dinamica degli atti violenti perpetrati, la lettura sembra invece porre in luce un aspetto psicoeducativo che viene spesso trascurato se non addirittura disatteso in queste dinamiche di esacerbazione del confronto-scontro.
E cioè che a determinare queste reazioni incontrollate sia in realtà proprio una radicata carenza conflittuale, caratterizzata da una incapacità, da parte dell’individuo violento, di ogni tipo di controllo delle emozioni e dei conflitti relazionali.
Tutti questi efferati episodi sembrano rappresentare l’esatto opposto di quello che pregiudizialmente si ritiene di annoverare come causa della violenza: proprio chi è incapace di reggere la conflittualità relazionale è particolarmente esposto al rischio di agire comportamenti violenti verso gli altri. E in alcune occasioni, anche verso sé stesso.
Il pedagogista Daniele Novara, che ha introdotto per la prima volta il costrutto della carenza conflittuale nell’orizzonte esplicativo della violenza come agito disfunzionale alle pressioni del coping (inteso come capacità di fronteggiare le situazioni ogni volta nuove e impreviste), ritiene che la persona carente conflittuale possa essere identificata attraverso quattro variabili (misurabili).

La rissa in via dei Velini
Sinteticamente, le quattro variabili che delineano il profilo della persona carente conflittuale sono le seguenti.
1) Non valorizza la parola. Il soggetto tende a equiparare la critica verbale all’atto violento e quindi un insulto o un’offesa verbale sono vissuti come un azzardato attacco personale.
Tale sovrapposizione di significato tra offesa e violenza, produce una reazione immediata, esplosiva. La caratterizzazione comportamentale della persona, frutto di vissuti di rabbia e impulsività (legati anche alla propria storia familiare), funge da elemento di svalorizzazione della parola.
2) Agisce le emozioni senza filtro simbolico, senza elaborazione, mettendo a nudo la propria fragilità psichica. Questo elemento è senz’altro il più significativo nell’identificazione della carenza conflittuale.
La persona non riesce a controllare e gestire le emozioni negative (ansia, tristezza, rabbia), che improvvisamente prendono il sopravvento, producendo un sovraccarico di compressione interna.
In questo caso la persona, senza riuscire quindi a pensare e nominare l’emozione, mette in atto un’azione rabbiosa e aggressiva (contro l’interlocutore o contro sé stesso), per espellere il carico d’angoscia interiore.
3) Confonde la persona col problema senza distinguere il contenuto comunicazionale dall’emittente. Questo aspetto è diffuso in molti contesti relazionali, sia informali (famiglia, affetti, amicizia) sia formali (lavoro) ed è abbastanza frequente come modalità disfunzionale nella gestione dei conflitti.
L’altro viene identificato con l’ostacolo principale per il dispiegamento dei miei bisogni e dei miei interessi nel confronto.
4) Segnala una permalosità e suscettibilità eccessive, con agito di riluttanza estrema e di diniego relazionale totale. Queste componenti di permalosità e suscettibilità sono rilevabili nell’area della rabbia, sistematicamente accumulata a causa di eventi biografici che hanno procurato in passato frustrazione e non accettazione della persona.
Quest’ultima adotta un agito che si manifesta in atteggiamenti inconsapevoli di rifiuto della relazione.

Porta spaccata durante una rissa in via Pallotta
Ciascuno di noi può manifestare nel corso della propria vita comportamenti annoverabili nelle aree appena individuate sopra.
In realtà, in molte occasioni le nostre modalità relazionali mettono in luce mancanze nella capacità di affrontare e gestire i conflitti. Infatti, non è infrequente essere un po’ permalosi, suscettibili e avere reazioni rabbiose.
Tuttavia, mentre un soggetto che esprime in maniera sporadica queste fragilità è capace di riconoscere le proprie tensioni interiori, introducendo un processo di reversibilità al proprio agito impetuoso, la persona che agisce tutte le quattro variabili ed è quindi “carente conflittuale”, non riesce in questo compito, percependo il contrasto in maniera intensissima, totalizzante, pervasiva, manifestando incontrollate modalità reattive, agendo impulsivamente e rabbiosamente, fino alla violenza verso gli altri, e in alcuni casi verso se stessi (come nei casi di autolesionismo).
I casi che abbiamo rappresentato in apertura di questo contributo, sembrano rientrare pienamente nell’area della carenza conflittuale e testimoniano come la persona che aggredisce, insulta, reagisce violentemente, abbia agito una sorta di ottundimento della facoltà di gestire le quattro componenti che abbiamo delineato come cornice esplicativa del “carente conflittuale”.
Se la carenza conflittuale è foriera di conseguenze drammatiche, abbiamo constatato che, di converso, la competenza conflittuale può diventare variabile predittiva nel prevenire le estremizzazioni violente. La competenza conflittuale è la capacità di stare nella tensione relazionale affrontandola come una situazione che può essere gestita.
La competenza conflittuale contempla l’acquisizione di caratteristiche personali (competenze, appunto) quali: la valorizzazione della parola (la parola consente l’incontro e anche la divergenza); la capacità di mettere un filtro alle mie emozioni (riconoscendo i miei “sospesi” ancora da affrontare della mia educazione ricevuta) e non mi lascio travolgere; la capacità di fare emergere il conflitto e di esplicitarlo (“ho un problema con te, niente di personale, ma te ne voglio parlare”); considerare l’altro una risorsa, invece che un interlocutore pronto a ferirmi.
A tale proposito, l’aspetto più interessante che si ritiene di dover condividere è proprio la costatazione scientifica che la competenza conflittuale si può imparare, si può apprendere.
In questo progresso evolutivo, conta molto l’età della persona coinvolta. In particolare, possiamo affermare ormai con assoluta certezza che i giovani, soprattutto entro i 24/25 anni di età, sono assolutamente recettivi rispetto ad interventi educativi, non medicalizzati, proprio perché la propensione del cervello dei ragazzi è fortemente esposta a rispondere all’ambiente.
A tale proposito emblematica è l’osservazione del biologo e neurologo americano Robert Sapolsky, che annota come “Ogni giorno che passa, la corteccia frontale (deputata alla costruzione di progetti a lungo termine, a gestire la funzione esecutiva, il controllo degli impulsi e la regolazione delle emozioni, N.d.R.) è sempre di più il risultato di quello che capita nella vita e, di conseguenza, determina quello che saremo.”
La competenza conflittuale diventa fondamentale nel rapporto educativo tra adulti e adolescenti. Il rifiuto, l’opposizione, l’asimmetria dei ruoli, il conflitto, in adolescenza hanno una funzione generativa straordinaria. I ragazzi innescano un scontro con i genitori per sperimentare a loro modo il mettersi alla prova. Il conflitto si attiva nella relazione educativa, fa parte della relazione educativa. Non si può prescindere dal conflitto, perché permette di trasformare la naturale aggressività adolescenziale in una possibilità di comunicazione, attiva un dialogo tra un bisogno potente di separazione e un’aspettativa di armonica fusionalità.
Per gli educatori, come per i genitori, diventa centrale la capacità (competenza) di so-stare nel conflitto, allontanando la tendenza a fuggire dalla fatica e dalla sofferenza che porta la problematicità del crescere. Riccardo, l’adolescente che ha perpetrato quell’orrendo omicidio annientando la sua famiglia a Paderno Dugnano, sembra che agli psicologi che si stanno occupando del suo caso abbia rilevato che non ricorda alcun episodio di conflittualità con i propri famigliari.
L’adolescenza assegna un nuovo compito educativo sia ai ragazzi sia agli adulti. L’educatore e il genitore che intrepreta la diversità che porta il giovane come segnali di minaccia, è un adulto che non ha preso le giuste distanze con la propria storia educativa, immettendo nella relazione le sue ansie e le sue paure. Ed è soprattutto l’elemento dell’indugiare, del prendere tempo, che permette la vera comprensione nella comunicazione con l’adolescente e le sue tappe evolutive.
E’ questo in fin dei conti ciò che si intende per competenza conflittuale, cioè la competenza di so-stare nel conflitto, cercando di capire cosa sta succedendo, piuttosto che intervenire tempestivamente come se non ci fosse un domani. L’altro vuole metterci del suo, non intende annientarci.
I dati rilevati dalla ricerca neuroscientifica e pedagogica e le numerose informazioni che traiamo quotidianamente dal nostro osservatorio come consulenti educativi, ci permettono di poter affermare che, seguendo un apposito percorso di riorganizzazione funzionale della relazione educativa giovani-adulti, si ottengono importanti risultati negli apprendimenti alle competenze sociali, cognitive ed emotive.
Se gli adulti attivano una consapevolezza della propria responsabilità educativa nei confronti dei propri figli o dei propri discenti, i ragazzi possono far luce sugli errori commessi, rimettendo in moto atteggiamenti e comportamenti più consoni ad un vivere civile e rispettoso dell’altro, non più visto come ostacolo, ma come risorsa.
Proprio questo recupero di consapevolezza adulta, rispetto alle difficoltà degli adolescenti e dei giovani, ha portato un giovanissimo ragazzo di Napoli, accusato, insieme ad altri 5 minorenni, di aver aggredito e pestato un rider nel quartiere di Fuorigrotta, a chiedere scusa e a costituirsi alle autorità giudiziarie.
Le scuse sono arrivate durante la trasmissione di una radio locale. Il ragazzo, coinvolto direttamente nella violenza perpetrata ai danni del rider, è intervenuto in diretta per chiedere scusa alla vittima e per comunicare di aver deciso, insieme al proprio genitore, di andarsi a costituire dai carabinieri.
Questo fatto di cronaca è apparso nei primi giorni di settembre 2021. Ma, diversamente dagli altri elencati in premessa, ci permette di poter dire con una certa enfasi pedagogica, che elementi evolutivi quali il coraggio, la resistenza e la determinazione da parte dei genitori e degli adulti con responsabilità educative, permettono di ristabilire una connessione tra l’esuberanza a volte distruttiva dei giovani con la possibilità di riportare l’eccesso emotivo nell’alveo della ragionevolezza, della competenza conflittuale, in questo caso sinonimo di competenza sociale, cognitiva ed emotiva. I comportamenti carenti possono diventare reversibili.
*Filippo Sani, sociologo, pedagogista, consulente educativo e d’orientamento. Dirige il Centro per l’Impiego di Tolentino ed è nello staff, come collaboratore, del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza (www.metododanielenovara.it)
Violenza in famiglia, Paolo Crepet: «E’ ora di parlare di noi e di ammettere il nostro fallimento»
Tentato omicidio a Gagliole, il 23enne ha assunto Fentanyl. Migliorano le condizioni del padre
Accoltella i genitori e tenta di uccidersi: gravi un 23enne e il padre
Torna a casa ubriaco, la madre si rifiuta di dargli soldi e lui la ferisce con un coltello
Agli albori di una civiltà oggi scomparsa un tale sosteneva che “ciò che contrasta concorre e da elementi che discordano si ha la più bella armonia”.
La natura delle cose ama celarsi.
L’Origine ama nascondersi.
φύσις κρύπτεσθαι φιλεῖ.
Ma quel tale non era in fondo che un gran confusionario, per fortuna oggi siamo guidati da un sano manicheismo destinato a diffondere in ogni ambito l’ordine e la pace dei cimiteri.
L’uomo è per natura privo di ragione, è razionale solo ciò che ci circonda.
quando dei giovani si prendono a coltellate per garantirsi posizioni di spaccio migliori di altre nelle città la psicanalisi serve tanto quanto un bicchiere bucato.
Finalmente un sociologo, dopo tanti psicologi, i quali per carità, sono importanti ma non esaustivi. Poi però ci vorrebbe un medico soprattutto per gli adolescenti. E, già che ci siamo, un avvocato.
Per Pavoni.
Echi di Giacomo Leopardi oppure di Blaise Pascal (Le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point) modulato da René Descartes (Discours de la méthode)?
Sentirei anche un nutrizionista, e magari un esperto di bon ton.
Ma alla fine, contro la barbarie che avanza, m’affiderei all’intelligenza artificiale.
Chiedetevi se chi avete di fronte con fare minaccioso, abbia conflitti interiori da risolvere prima che cominci ad appianarli.
Se scaviamo sotto la montagna dei sistemi filosofici che son sorti nei secoli per spiegare il senso dell’universo e l’essenza dell’uomo, si può rimanere sorpresi nello scoprire che in un piccolo diamante, il pensiero di Eraclito, è contenuta l’intuizione più sicura che abbia mai colto il segreto del ritmo del mondo. Per Eraclito tutto si cangia incessantemente nel suo opposto, e la lotta dei contrari si risolve in un equilibrio che è l’armonia invisibile del mondo. മരിയോ പ്രാസ്
Già, Pavoni, per esempio lo sbandierato “successo” di certe generazioni non può che cangiarsi nel deplorato “fallimento” di altre, questo è il ritmo del mondo.