Frutta secca, sapa e alchermes:
i cavallucci di Apiro
nel tempo delle tradizioni
LA RICETTA delle mezzelune ricche, profumate e ricoperte di zucchero. Secondo la credenza popolare arrivano da un convento, ma di sicuro non è quello di Santa Sperandia: «Qui li mangiamo solo se ce li portano e nei quaderni non c'è la ricetta»

I cavallucci
di Claudia Brattini
Il Natale è il tempo delle tradizioni, dei ricordi d’infanzia che si risvegliano anche grazie ai sapori e ai profumi delle specialità che mangiavamo fin da bambini.
Nelle Marche, nel maceratese in particolare, questo è il tempo ad esempio del frustingo, ma anche dei Cavallucci di Apiro.
Nell’ottica di valorizzare l’identità del nostro territorio e la sua storicità attraverso la riscoperta delle tradizioni gastronomiche, vale la pena assaggiare – o riscoprire – queste mezzelune ricche e profumate. Del resto, un tempo, e speriamo ancora oggi, il senso di comunità durante le feste si rafforzava proprio nel radunarsi per preparare delle pietanze particolari come i cavallucci, la cui ricetta è abbastanza laboriosa e ricca come si conviene ai dolci della tradizione.
I cavallucci di Apiro affondano le radici tenacemente nella cultura contadina marchigiana e la ricetta originale è rivendicata, custodita e tramandata in ogni famiglia della zona. I cavallucci, infatti, si preparano in tutta la zona di Apiro e il vicino paese di Cingoli dedica perfino una sagra a questi dolci antichi. Secondo la credenza popolare arrivano da un convento, ma di sicuro non è quello di Santa Sperandia: «Qui li mangiamo solo se ce li portano e manco nei quaderni sta la ricetta» rispondono perentoriamente le suore. L’unica certezza è il connubio particolare dei sapori miscelati di frutta secca, sapa e dell’alchermes versato obbligatoriamente sopra e poi cosparso di zucchero.

Sagra del cavalluccio a Cingoli
La frutta secca, infatti, in questo dolce la fa da padrona, come nel frustingo, ma l’ingrediente speciale noto già in epoca Romana è certamente la sapa: lo sciroppo d’uva che si ottiene dal mosto. La sapa (o saba) è un ingrediente della tradizione contadina che si ottiene dopo lunghissima bollitura del mosto fino a ridurlo del 70% per creare un composto sapido ma al contempo mielato dal sapore di caramello.
Pellegrino Artusi a fine ottocento nel testo La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene la definiva così: “La Sapa, ch’altro non è se non uno siroppo d’uva, può servire in cucina a diversi usi poiché ha un gusto speciale che si addice in alcuni piatti. È poi sempre gradita ai bambini che nell’inverno, con essa e colla neve di fresco caduta, possono improvvisar dei sorbetti”.
La ricetta dei cavallucci è abbastanza laboriosa ma il risultato sicuramente sorprendente, per chi volesse cimentarsi la ricetta – che sicuramente non è quella originale ma una delle tante versioni – questa è quella che proponiamo.
Per il ripieno:
gr. 300 di mosto cotto o sapa
gr. 100 di noci sgusciate
gr. 100 di mandorle sgusciate
gr. 100 di fichi secchi
gr. 50 di uvetta sultanina
la buccia grattugiata di un’arancia
1 tazzina di caffè
gr. 100 di zucchero
gr. 50 di pangrattato (un tempo si usava il pane secco raffermo)
50 gr di canditi (facolativo)
Per la sfoglia:
gr. 100 di vino bianco marchigiano
gr. 100 di zucchero
gr. 100 di olio di oliva (o di semi)
1/2 bustina di lievito per dolci
gr. 500 di farina
Procedimento:
Mettete in ammollo l’uvetta in acqua tiepida, poi strizzatela. Tritate le noci, le mandorle, i fichi secchi e unitele allo zucchero. Aggiungete la scorza di arancia, unite il cacao e il caffè, la sapa, il pane grattugiato e l’uvetta strizzata. Mescolate tutto finché gli ingredienti non saranno ben amalgamati e lasciate riposare il composto ottenuto per 12 ore.
Per la pasta fate una fontana con la farina all’interno della quale verserete il lievito, il vino e l’olio. Infine aggiungete lo zucchero e impastate fino ad ottenere un panetto di impasto liscio. Con un mattarello stendetela fino ad uno spessore di 2-3 millimetri circa e ricavatene dei rettangolini. Su ognuno disponete mezzo cucchiaio di impasto lasciando i bordi liberi.
Arrotolare la sfoglia in modo da racchiudere bene il ripieno, schiacciare e allargare le estremità e con le forbici fare due o tre tagli per dare la forma tipica. Cuocere nel forno a 180 gradi per circa 10/15 minuti.
I cavallucci si conservano a lungo e da tradizione, le “vergare” usavano riporli in cesti di paglia coperti di carta pronti per le festività.
…quelli di cingoli sono più buoni… se non altro li facciamo anche molto più carini…
…chiedo scusa agli amici di Apiro…ho fatto solo una battuta scherzosa…