Lauro Rossi sold out per il gospel:
il melting pot musicale conquista
e c’è anche uno scherzoso omaggio finale
MACERATA - Il teatro si è riempito in ogni ordine di posto fino al loggione per l’esibizione del chorus “Roderick Giles & Grace”. Dopo oltre un’ora di buona musica e di ottimo intrattenimento, l’esibizione si è chiusa con gli evergreen di prammatica, a luci di sala totalmente accese e spettatori in piedi

L’esibizione del chorus “Roderick Giles & Grace”
di Fabrizio Cortella
Tempo di Natale, tempo di Gospel. Già da molti anni si è consolidato questo binomio che, un po’ dappertutto durante le festività, prevede un sostanziale break del normale cartellone musicale per proporre la “musica nera” che riscontra l’apprezzamento di ogni palato e di ogni età.
Così anche la prestigiosa rassegna di Macerata Jazz, edizione numero 53, si è uniformata all’andamento generale inserendo nel suo palinsesto l’esibizione del chorus “Roderick Giles & Grace”. L’intuizione da professionista del marketing, contaminare il jazz profano col sacro gospel, è stata dell’assessore alla cultura Katiuscia Cassetta (presente anche il sindaco Sandro Parcaroli): un’idea rivelatasi vincente giacché il teatro Lauro Rossi ha registrato il sold out, riempiendo ogni ordine di posto fino al loggione. Sul palco un ensemble formato da cinque cantanti e un musicista, tutti orgogliosamente black e rigorosamente abbigliati con la lunga tunica di ordinanza, in nero e turchese, bordata d’oro.
Il gospel è una musica che trae origine, negli anni Trenta del Novecento, dalla musica sacra cantata nelle chiese cristiano-metodiste degli afro-americani: è figlia della più “osservante” canzone corale detta spiritual e, rispetto a quest’ultima, è libera di adottare schemi musicali dagli altri stili profani della musica nera. Il gusto per la contaminazione, quella capacità di “meticciare” i testi dei bianchi con la vitalità ed il gusto musicale dei black people, è da sempre una necessità primaria per la realtà multietnica americana.
Così, il melting pot musicale, riuscitissimo, è emerso con chiarezza fin dal primo brano, quel “I surrender all” che è un inno cristiano composto da bianchi alla fine dell’Ottocento, ma sapientemente arrangiato con le delicate sonorità del rhythm&soul. Discorso identico anche per la maggior parte dei pezzi successivi, come ad esempio “Oh, how I love Jesus”, composto da un pastore inglese alla metà dell’Ottocento, oppure “Holy is the Lord”, stavolta un brano contemporaneo, opera di Tomlin e Giglio, membri bianchi della Passion City Church. Il blocco dei primi cinque brani ha mandato rapidamente su di giri il pubblico, spesso invitato a battere le mani a tempo e a rispondere alle “chiamate” del coro, e ha dato la possibilità a Powell, il tastierista, di dimostrare la sua padronanza dei vari linguaggi musicali, svariando dal soul al pop-soul, con delle sobrie puntate nel rhythm&blues e finanche con qualche coloritura jazzistica.
L’intermezzo dedicato agli spirituals è stato senz’altro il momento più toccante del concerto grazie alla sacralità e all’intimità che i cinque singers hanno saputo creare, trasmettendolo alla platea. Soprattutto nel meraviglioso “Over my head I hear music in the air”, composto nel 1948 da sister Rosetta Tharpe, donna e nera, cantante e chitarrista grandissima in un mondo tutto al maschile, il quintetto si è esibito in virtuosismi davvero impressionanti, miscelando l’incredibile potenza dei loro polmoni alla dolcezza dei passaggi vocali, al cui culmine sono giunti gli a solo delle due soprano, le limpide Crystal e April, della contralto Krystal, dalla voce calda e potente, e dei due brillanti tenori, il giovane Jamaal e il leader incontestato Roderick Giles. Si è approdati, quindi, a sonorità recenti con “I love the Lord”, un commosso omaggio all’indimenticata Whitney Houston che la cantò nel film “Uno sguardo dal cielo”, fino a giungere all’inevitabile medley natalizio che, iniziato con la vibrante “It’s beginnning to look a lot like Christmas” (ancora una canzone di un bianco, Meredith Willson, cantata praticamente da tutti i maggiori artisti dal 1951 ai giorni nostri) è giunto fino al classico “We wish you a merry Christmas”.
Al termine, la band ha regalato un piccolo “trick”, uno scherzoso omaggio come lo hanno definito al microfono: la versione del brano in italiano per porgere i loro migliori auguri a cui il pubblico ha risposto con un divertito e caloroso applauso. Dell’atmosfera giusta ha approfittato il leader che, con l’aria sorniona del consumato imbonitore, ha prontamente mostrato il merchandising in vendita: cd e t-shirts per ogni gusto. Del resto, Roderick Giles, prima di essere un ottimo cantante ed un istrionico animale da palcoscenico, è un navigato imprenditore: appena 22enne creò la sua prima agenzia musicale ed ora è l’amministratore delegato della Giles Music Group, un’azienda che promette di fornire alla sua clientela “one-stop solution for quality music!” e di cui l’ensemble “Grace” è solo uno dei cori che può offrire al mercato. Dopo oltre un’ora di buona musica e di ottimo intrattenimento, l’esibizione si è chiusa con gli evergreen di prammatica, a luci di sala totalmente accese e spettatori in piedi: l’ecumenica “Happy days” e la travolgente “When the saints go marching in”, intonate insieme al pubblico, mentre Giles è sceso in platea, omone imponente, a cantare, a ballare e a stringere mani ovunque, in un abbraccio davvero corale con il pubblico per l’ultima data del loro fortunato tour italiano.




